Cosa possono fare gli Usa per aiutare l’Ucraina evitando lo scoppio di una terza guerra mondiale

Chiara Esposito

6 Marzo 2022 - 10:23

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Come dovrebbero muoversi Usa e NATO per sventare la minaccia di una nuovo conflitto mondiale: l’analisi dei politologi delle strategie da mettere in campo.

Cosa possono fare gli Usa per aiutare l'Ucraina evitando lo scoppio di una terza guerra mondiale

La sottile linea rossa che ci separa dalla Terza Guerra Mondiale è tracciata dalle misure di risposta internazionale al conflitto tra Russia e Ucraina. Secondo diversi esperti però una possibile escalation delle forze messe in campo da Vladimir Putin non è imprevedibile e anzi, potrebbe essere tempestivamente arginata adottando le giuste strategie diplomatiche.

In tutto ciò gli Stati Uniti di Joe Biden hanno un ruolo centrale essendo la superpotenza che da sempre detta buona parte dei destini del mondo con il suo interventismo e la sua capacità di influenzare tanto i mercati quanto gli accordi politici tra Paesi.

Gli stessi politologi americani oggi si prodigano nell’offrire al proprio governo, e agli omologhi occidentali, una linea di azione coerente con le mosse della Russia così come con i principi della NATO.

Tenere tutto insieme non è e non sarà facile, ma proprio per questo serve un piano operativo ben congeniato, privo di pericolosi passi falsi e che quindi sappia sventare il peggio.

Inviare armi è abbastanza?

Fino a oggi, gli sforzi dell’Occidente in questa guerra si sono articolati lungo due principali linee di azione: le sanzioni economiche contro la Russia e il rifornimento di armamenti all’Ucraina.

Dal punto di vista militare infatti una discesa in campo diretta, oltre a non essere possibile dal punto di vista del diritto internazionale, non è auspicabile per nessuno Stato; a quel punto la guerra diventerebbe mondiale e, con buona probabilità, date le minacce di Putin, nucleare.

Si punta quindi al sostegno materiale alla popolazione tramite l’invio di materiali bellici. Primo fra tutti il sistema missilistico anticarro Javelin, un lanciatore leggero di fabbricazione americana che sta consentendo notevoli vittorie alla fanteria ucraina ai danni dei carri armati russi. Tale è stata la potenza di quest’ingegnosa misura di contrattacco che l’account Twitter dell’Ucraina ha postato un’icona ortodossa orientale che trasporta un lanciamissili, quasi ad associare l’arma a una forte di salvezza superiore. Il problema però è che questo non basta a vincere la guerra. L’inferiorità numerica del fronte ucraino è oggettiva e pressoché invalicabile allo stato attuale delle cose.

Come riporta anche Vox:

«Nessuna quantità di giavellotti può compensare tutti i vantaggi militari che la Russia possiede; i carri armati russi possono ancora rotolare verso Kiev».

La finestra temporale però si restringe se non si continua a sovvenzionare quest’unica efficace manovra di difesa. Oksana Markarova, l’ambasciatrice ucraina negli Stati Uniti, ha infatti avvertito che l’Ucraina sta finendo i giavellotti e i missili Stinger antiaerei e ha formalmente richiesto che gli Stati Uniti ne forniscano di più.

La cosa da fare quindi è prendere tempo. Stati Uniti e Europa vogliano dare agli ucraini la possibilità di resistere il più a lungo possibile per avere spazio di manovra ai negoziati, dar modo alle sanzioni di avere effetto e prosciugare le liquidità dei russi ma, soprattutto, rendere talmente svantaggiosa e logorante la guerra dal punto di vista di Mosca da invertire il rapporto costi-benefici fino alla ritirata.

Sanzioni sì, ma in maniera più ragionata

Se le armi sono quindi solo una soluzione parziale che scommette sull’indebolimento russo, le sanzioni economiche non sono da meno.

Sul fronte economico infatti l’Occidente potrebbe considerare di ampliare il numero di banche nella lista nera del sistema SWIFT e imporre anche inedite restrizioni alle esportazioni russe di petrolio e gas. Nonostante ciò la mossa non sarebbe esente da controindicazioni.

Elina Ribakova, vice capo economista presso l’Institute of International Finance, riferisce infatti che i russi «stanno già assistendo a una contrazione economica a due cifre» e che questo equivale a disoccupazione di massa e iperinflazione. C’è quindi da stare attenti.

Detronizzare in così poco tempo tutto il sistema economico russo potrebbe mettere alle strette Putin che, sentendosi accerchiato, pur di non arrendersi ripiegherebbe sull’unica arma a disposizione: quella nucleare.

Sebbene esperti come Yoshiko Herrera, studioso all’Università del Wisconsin a Madison, dicano che «l’Occidente deve andare a tutta velocità nella direzione attuale» e che non sia il «momento di allentare la pressione», provocare troppo Mosca potrebbe ingenerare l’effetto contrario. Si deve mirare al dialogo piuttosto.

La strategia migliore è il dialogo?

Le sanzioni sono uno strumento valido dai risultati soddisfacenti ma Samuel Charap, un esperto di Russia presso la RAND Corporation, sostiene che altrettanto vitale sia il rafforzamento del dialogo non solo a livello politico. L’interventismo dei politici occidentali andrebbe affiancato a una chiara linea d’informazione verso i leader delle milizie.

Charap sul Financial Times non a caso dice:

«I capi militari degli Stati Uniti e della NATO dovrebbero mantenere i canali di comunicazione che hanno con le loro controparti russe».

Le forze per procura sono una caratteristica comune del conflitto internazionale, ben note agli attori coinvolti oggi, memori della Guerra Fredda.

Jason Lyall, professore al Dartmouth College rimarca il fatto che non è la prima volta che il «gioco delle parti» fornisce esiti positivi:

«Anche se c’è sempre il rischio di un’escalation involontaria, esempi storici come Vietnam, Afghanistan (anni ’80), di nuovo Afghanistan (dopo il 2001) e Siria mostrano che le guerre possono essere combattute ’entro i limiti’».

In linea con quanto detto infatti c’è già stata la proposta del telefono rosso, ma sembra essersi conclusa in un nulla di fatto.

Il consiglio però resta lo stesso nonostante le difficoltà: continuare a rendere nota l’assenza di piani militari aggressivi con tutti i mezzi di comunicazione, ma anche e soprattutto chiarire il fatto che le sanzioni sono una risposta alla guerra, non al regime in sé e che, in quanto tali, verranno abolite repentinamente in caso di pacificazione della zona di guerra.

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