Dalle primarie del 2016, quando Donald Trump irruppe sulla scena politica conservatrice sconvolgendo tutti gli equilibri, fino al suo secondo mandato presidenziale, molto è cambiato nell’evoluzione del leader repubblicano.
Presentatosi inizialmente come paladino di un nuovo conservatorismo anti-interventista, contrario alle «endless wars» che avevano segnato le amministrazioni precedenti – democratiche o repubblicane che fossero –, Trump ha via via abbracciato il motto della «pace attraverso la forza». Oggi il presidente non esita a ricorrere ad azioni militari decisive, come dimostrato dall’operazione in Venezuela che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro.
Emblematico di questo cambio di prospettiva è il rapporto sempre più stretto di The Donald con il controverso senatore Lindsey Graham, noto per le sue posizioni di «falco». Proprio sull’Air Force One, di ritorno da Mar-a-Lago dopo l’intervento venezuelano, Trump è apparso in compagnia di Graham, che ha pubblicamente esultato per le scelte del presidente, definendole un esempio di «America al suo meglio».
Il modello di Trump: Theodore Roosevelt
Trump e la sua amministrazione hanno rivitalizzato la storica Dottrina Monroe, originariamente enunciata nel 1823 per opporsi all’interferenza europea nell’emisfero occidentale, introducendo un moderno «Corollario Trump» nella National Security Strategy. Questo corollario riecheggia il celebre Corollario Roosevelt del 1904, quando Theodore Roosevelt proclamò un «potere di polizia internazionale» per prevenire interventi europei nei Caraibi, intervenendo preventivamente in crisi come quella di Santo Domingo per proteggere gli interessi americani e impedire l’insediamento di potenze ostili vicino al futuro Canale di Panama. Analogamente, il «Trump Corollary» mira a riaffermare la preminenza statunitense nell’emisfero occidentale, negando ai competitor di Washington – in primis Cina, Russia e Iran – la possibilità di posizionarsi in tutto l’emisfero.
Lo scontro nel mondo conservatore
Parallelamente, nel mondo conservatore, dopo il «blitz» in Venezuela, si sta consumando l’ennesimo scontro ideologico profondo tra libertari e paleoconservatori – favorevoli a un non-interventismo rigoroso, scettici verso aiuti militari all’estero e critici del sostegno incondizionato a Israele – e neoconservatori, che promuovono una politica estera estremamente aggressiva e interventista. Il prossimo obiettivo dei neoconservatori americani e degli apparati a loro fedeli è l’Iran: lo stesso Graham, in un post su X, ha definito l’ayatollah Khamenei e i suoi collaboratori «nazisti religiosi» che terrorizzano il proprio popolo e sponsorizzano il terrorismo globale. Graham ha dichiarato che «se il regime continuerà a uccidere indiscriminatamente i manifestanti in cerca di libertà», i «leader iraniani dovrebbero essere avvertiti che procedono a loro proprio rischio e pericolo», il che implica la minaccia di un’azione militare statunitense per sostenere i dimostranti e favorire un cambiamento di regime.
L’influenza del partito della guerra
In tale contesto, l’influenza del «partito della guerra» (o «complesso militar-industriale») si fa sempre più sentire. Un recente saggio, The Trillion Dollar War Machine di William Hartung e Ben Freeman (pubblicato nel 2025 dal Quincy Institute), documenta con rigore come i contractor del Pentagono abbiano «catturato» il processo decisionale estero americano. Il cuore del problema è la «porta girevole» tra Pentagono e industria. Circa due terzi dei lobbisti della difesa provengono direttamente dal Dipartimento della Difesa: ex funzionari che un tempo gestivano contratti ora li espandono per le aziende private. Contributi elettorali arrivano spesso lo stesso giorno di incontri con membri del Congresso.
Think tank influenti ricevono milioni da contractor e governi stranieri (oltre 110 milioni documentati), producendo analisi che giustificano spese militari gonfiate. I media, a loro volta, ospitano executive senza domande critiche.Nel 2026, il budget della difesa USA supera i 960 miliardi di dollari, con ambizioni di raggiungere il trilione. Cinque aziende – Lockheed Martin, Northrop Grumman, Boeing, RTX e General Dynamics – ricevono la fetta maggiore. Prendete l’F-35 di Lockheed Martin: costa 12-13 miliardi annui, ma è afflitto da difetti che ne compromettono la prontezza operativa. Eppure, riceve trattamenti mediatici favorevoli. Ancora più emblematico il programma Sentinel, il nuovo ICBM di Northrop Grumman: stimato inizialmente 77 miliardi, ora supera i 140 miliardi con ritardi significativi. Esperti nucleari come ex segretari della Difesa lo definiscono superfluo e pericoloso, un «incidente mondiale in attesa di accadere». Eppure procede, grazie a lobbying intenso.