Cos’è l’accordo di Parigi? Cosa prevede, Paesi aderenti

5 novembre 2020 - 15:21 |

L’accordo di Parigi, il cui contenuto è stato sottoscritto il 12 dicembre 2015, torna al centro del dibattito politico. Ecco una spiegazione completa sul trattato che punta a contrastare il cambiamento climatico.

Cos'è l'accordo di Parigi? Cosa prevede, Paesi aderenti

In occasione delle Elezioni USA 2020 si torna a parlare dell’accordo di Parigi.

Joe Biden, ormai vicino alla fatidica quota 270 (necessaria per vincere le Elezioni USA), ha annunciato di essere pronto a ricondurre gli Stati Uniti, una volta eletto, nei ranghi dell’accordo definito nella capitale francese nel 2015.

La mossa di Biden segue di poche ore l’ufficialità della fuoriuscita del Paese dai vincoli del trattato, ultima tappa di un lungo iter promosso da Trump già da giugno 2017 (che, a questo punto, potrebbe rappresentare una delle ultime eredità del regno di The Donald).

Ma che cos’è l’accordo di Parigi? E chi ha aderito? Ecco una spiegazione completa sugli accordi che dividono i due partiti Americani e che accendono i riflettori sul cambiamento climatico.

Cos’è l’accordo di Parigi e cosa prevede

L’accordo di Parigi concerne un ambizioso programma che conferisce alla questione ambientale una priorità nell’agenda politica ed economica dei Paesi aderenti ed è stato adottato alla Conferenza di Parigi sul Clima (COP21) nel dicembre 2015.

L’obiettivo prioritario dell’accordo è quello di contenere, nel lungo termine, l’aumento medio della temperatura globale, mantenendolo al di sotto dei 2 C rispetto ai livelli pre-industriali. Negli intenti questo incremento non dovrebbe superare gli 1,5 C.

I Governi che hanno aderito all’accordo si sono impegnati anche a riunirsi una volta ogni 5 anni per analizzare i progressi collettivi. Gli Stati, inoltre, dovranno riferire all’opinione pubblica i risultati conseguiti singolarmente. Quelli più industrializzati, invece, dovranno sostenere i Paesi meno sviluppati nel loro sforzo volto al contenimento delle emissioni (impegno giuridicamente vincolante).

Sebbene non vi sia un calendario puntale relativo alla decarbonizzazione dell’economia mondiale, l’accordo promuove l’obiettivo di raggiungere la neutralità rispetto al clima entro la fine del secolo.

Quali sono i Paesi firmatari dell’accordo

L’accordo di Parigi, dopo essere stato stipulato nel dicembre 2015, è entrato in vigore il 4 novembre 2016. Affinché l’accordo fosse ritenuto valido, infatti, era necessaria la ratifica di almeno 55 Paesi che rappresentassero il 55% delle emissioni di gas ed effetto serra.

L’Unione europea ha aderito agli accordi il 21 aprile 2016 (ratifica il 5 ottobre dello stesso anno), con la firma di Sharon Dijksma, allora Presidente del Coniglio europeo, e Maros Sefcovic, ex vicepresidente della Commissione europea.

Gli accordi, nel corso degli anni, hanno accolto in tutto 197 Paesi, inclusi alcuni dei principali inquinatori su scala globale, come Cina, Stati Uniti e India. Mappa alla mano, il trattato ha raccolto un consenso generalizzato, ma si attende ancora la ratifica di alcuni Stati (distribuiti equamente tra i diversi Continenti, fatta eccezione per l’Oceania).

Il caso USA: dalla fuoriuscita di Trump alle promesse di Biden

Gli Stati Uniti hanno aderito all’accordo di Parigi sotto la guida dell’ultimo Presidente Democratico alla Casa Bianca, Barack Obama. La vittoria sorprendente dell’underdog Repubblicano, Donald Trump, alle elezioni del 2016, ha tuttavia comportato un radicale mutamento della Casa Bianca nei confronti dell’accordo sul clima.

Donald Trump, infatti, sin dal 2017 ha alzato il tiro della sua propaganda per convincere gli Americani della necessità di abbandonare l’impegno comune alla lotta contro il cambiamento climatico (“Negoziato male”, la tirata d’orecchie del tycoon al suo predecessore).

Sullo sfondo, chiaramente, la generale impopolarità dei temi relativi all’ambientalismo e alla salvaguardia dell’ecosistema presso i cuori Repubblicani. Interpretando un sentimento comune della destra Americana, Trump ha sollevato la questione economica (in questo aiutato anche dalla contrazione alimentata dalla pandemia) per respingere i capisaldi dell’accordo.

Ora, a compimento di un lungo processo, gli Stati Uniti fuoriescono dall’accordo di Parigi (ieri l’ufficialità). A questo punto gli scenari sono due: una vittoria di Trump, inevitabilmente, porterebbe ad un consolidamento di questo approccio, rallentando il raggiungimento degli obiettivi comuni da parte dei paesi firmatari (gli Stati Uniti sono, infatti, il secondo inquinatore a livello globale); d’altra parte un sempre più probabile trionfo di Biden comporterebbe una rapida sterzata della Casa Bianca, con rientro in tempi record nel recinto dell’accordo parigino.

Forte del vantaggio sin qui accumulato, Joe Biden ha già rilasciato alcune dichiarazioni su Twitter, toccando anche il tema climatico:

“Oggi l’amministrazione Trump ha lasciato ufficialmente l’accordo di Parigi. E, precisamente tra 77 giorni, l’amministrazione Biden vi rientrerà."

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