Le obbligazioni sono un asset finanziario scelto per quella loro capacità di garantire stabilità al portafoglio, almeno in linea teorica. Tanto o tutto, infatti, dipende poi dalla duration, dal rating emittente, dal timing dell’acquisto, il loro peso sul totale portafoglio, etc.
Insomma, se si fa presto a dire bond poi sono tante le considerazioni da fare (magari a priori) per capire quando, quanto e quali strumenti acquistare. Ad esempio, oggi conviene investire i soldi in banca in obbligazioni o è meglio attendere il 2025?
Inserire obbligazioni all’interno di un portafoglio bilanciato
Un primo aspetto da sciogliere riguarda la quota ideale di bond da inserire in un portafoglio finanziario. Il riparto dipende anzitutto dalla propria propensione al rischio, ma anche dall’orizzonte temporale di un dato investimento, specie se si sa già quando servirà quel capitale. Se è di breve o medio termine, e in più si è molto avversi al rischio, allora deve essere il reddito fisso a farla da padrona.
Viceversa chi ha una maggiore tolleranza alle oscillazioni di breve termine ridurrà il peso dei bond per cogliere eventuali extra performance date dalle azioni.
Quanto si guadagna con le obbligazioni?
A seguire, un altro aspetto da comprendere riguarda il come e quanto guadagnare con le obbligazioni. Meglio puntare tutto sul flusso cedolare o sui movimenti dei prezzi sul mercato secondario oppure su entrambi i fronti? E nel caso delle cedole, meglio prediligere quelle fisse e costanti o quelle a tassi variabili oppure puntare sulle strutture di tipo step-down o step-up?
Rispondere non è semplice perché dipende da più fattori messi assieme.
Di certo c’è che non bisognerebbe mai esporsi sui bond di medio-lungo termine in epoche di tassi bassi tipo gli anni 2020-‘21. Il rischio di vedersi crollare prima o poi i prezzi di carico sul mercato secondario è tutt’altro che remoto.
Per gli investitori molto esperti e con elevatissima propensione al rischio (cioè gli speculatori), infine, non disdegnano i bond denominati in valuta estera. Qui il mix derivante dal rischio emittente e quello di cambio, uniti magari anche a una discreta duration, trasformano una “semplice” obbligazione in un prodotto strutturato. I movimenti dei prezzi e dei trend valutari possono produrre ingenti perdite o lauti guadagni nel giro di poche settimane, cedole a parte. In tal caso non esiste “l’anno” adatto per investire, ma il timing giusto al prezzo giusto e nella direzione giusta.
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Il tema del quando comprare bond (c.d. timing di ingresso) non è affatto secondario quando si parla di investimenti, anzi. Spesso aiuta a fare la differenza anche più della sola considerazione delle cedole. Vediamolo con un caso concreto.
Il 1° febbraio 2021 il MEF ha emesso un BTP (ISIN IT0005436693) a 10 anni, in scadenza il 1° agosto 2031. Il titolo paga una cedola annua lorda dello 0,6%, davvero poco rispetto alle recenti emissioni, tant’è che il BTP scambia a 86,9 centesimi per adeguarne il rendimento. Infatti il BTP decennale con ISIN IT0005584856 emesso il 1° marzo di quest’anno ha una cedola annua lorda del 3,85% e al momento prezza sopra la pari (106,16). Eppure l’emittente (e relativo rating), il prodotto e la durata è sempre la stessa.
Per i sottoscrittori-cassettisti della prima ora del bond nato a febbraio del 2021 si somma il danno dell’attuale prezzo alla beffa delle basse cedole.
In definitiva, quindi, il grosso del dilemma da risolvere non è “investo in questo o nel prossimo anno”, ma nel saper scovare il timing giusto. Che nel caso del reddito fisso significa (spesso ma non sempre) acquistare un bond quando l’inflazione e/o i tassi di interesse ufficiali e/o lo spread sono ai loro massimi di periodo e se ne attende un loro rientro.