Meglio investire in azioni o in obbligazioni? Scegliere un conto deposito o un fondo comune? Ovviamente, non esistono risposte certe e valide per tutti. E mentre cresce rapidamente la disponibilità di strumenti finanziari, si temono i rischi delle proprie scelte: lo sanno bene i consulenti finanziari, chiamati a fugare dubbi e a fornire le giuste informazioni ai potenziali investitori, mettendoli in guardia dai pericoli di un portafoglio poco diversificato.
Si capisce quindi che la consulenza è preziosa. In alcuni casi, ha un costo insostenibile e può rappresentare una barriera che impedisce a tanti di partecipare ai mercati. Cosa accadrebbe, allora, avendo a disposizione una consulenza più economica, basata su algoritmi e piattaforme digitali e con un input umano minimo o addirittura assente? La domanda è interessante soprattutto se rivolta al contesto italiano, notoriamente all’insegna di una bassa partecipazione ai mercati finanziari. La risposta è che i cosiddetti robo advisor sono già tra noi, tra opportunità e insidie.
Cosa dicono i dati
A indagare sulla consulenza finanziaria digitale e a basso costo è la Banca d’Italia, in uno studio che ha coinvolto quasi 5 mila persone tra i 18 e i 79 anni per valutare l’impatto che questa tecnologia può avere nell’accrescere il pubblico di investitori. È stato circa il 15% del campione a dichiarare di aver utilizzato robo advisor per la consulenza finanziaria nei 12 mesi precedenti alla realizzazione dell’intervista (nel 2023). I consulenti digitali risultano utilizzati più comunemente dagli uomini e da chi ha redditi elevati e solide competenze digitali, ma anche da chi ha una scarsa alfabetizzazione finanziaria e difficoltà a gestire shock finanziari inattesi.
Scendendo più nel dettaglio, lo studio traccia l’identikit del tipico investitore che si affida ai robo advisor. Innanzitutto, l’incidenza risulta del 17% tra gli uomini e del 12% tra le donne, mentre a livello d’età l’utilizzo è massimo in particolare per chi ha tra i 35 e i 64 anni, essendo diffuso tra il 17% del campione di questa fascia d’età, mentre in quella 18-34 scende all’11% e tra gli over 64 non va oltre il 13%. In fatto di istruzione, invece, l’utilizzo dei robo advisor risulta più elevato della media soprattutto tra chi è in possesso di un titolo di laurea (18%). Ma la principale caratteristica che distingue gli utilizzatori delle piattaforme digitali di consulenza è il reddito: i robo advisor sono utilizzati dal 24% del campione che ha un reddito mensile superiore ai 2.900 euro, dal 22% di chi ha redditi compresi tra i 1.751 e i 2.900 euro e solo dall’11% di chi ha redditi al di sotto di 1.750 euro al mese.
L’impatto sulla consulenza finanziaria
L’aspetto più interessante dell’analisi, comunque, è la relazione tra l’utilizzo dei consulenti “non umani” e le conoscenze finanziarie degli utenti, misurate attraverso la capacità di rispondere alle cosiddette «Big Three», ossia alle tre domande su tassi d’interesse, inflazione e diversificazione dei rischi. Secondo l’analisi, gli utenti dei robo advisor mostrano livelli inferiori di conoscenza finanziaria: tra coloro che hanno risposto correttamente a tutte e tre le domande, infatti, l’utilizzo dei robo advisor risulta dell’11,7%, mentre la percentuale sale al 15,6% tra quelli che hanno risposto in modo errato ad almeno un quesito.
Come se non bastasse, gli utenti dei robo advisor, oltre a essere meno esperti, risultano anche più sicuri delle proprie capacità finanziarie rispetto ai coetanei: è il cosiddetto effetto Dunning-Kruger, per il quale soggetti poco esperti e competenti in un campo tendono a sovrastimare la propria preparazione, giudicandola erroneamente superiore alla media.
Lo studio arriva alla conclusione che i robo advisor possono aiutare le persone con conoscenze finanziarie limitate nella gestione più efficace delle proprie finanze, incoraggiando comportamenti disciplinati e promuovendo decisioni più in linea con quelle di un agente razionale. Tuttavia, non mancano preoccupazioni per il rischio di delegare acriticamente importanti decisioni agli algoritmi, soprattutto se si ha una scarsa alfabetizzazione finanziaria. La Banca d’Italia, «da una prospettiva politica», suggerisce «di migliorare l’educazione finanziaria, affrontando sia i vantaggi che i limiti dei robo advisor e l’alfabetizzazione finanziaria in generale».