Brexit, quale futuro per le banche inglesi? Slitta l’accordo fra UE e Regno Unito

Il negoziato per consentire il libero accesso dei servizi finanziari fra la City di Londra e l’Unione Europea è ancora in salita: le prospettive di un accordo per le banche inglesi sono a rischio.

Brexit, quale futuro per le banche inglesi? Slitta l'accordo fra UE e Regno Unito

Anche il prioritario e urgente capitolo relativo ai servizi finanziari non viene risparmiato dalle tensioni e divergenze sempre più accentuate fra Unione Europea e Regno Unito nei negoziati per la definizione degli accordi commerciali e di partenariato che si sono aperti dopo la Brexit.

Il 31 dicembre 2020 finirà il periodo di transizione e da quella data il Regno Unito diventerà a tutti gli effetti un Paese terzo rispetto all’UE insieme alla City di Londra, il maggiore centro della finanza europea e globale.

I grandi gruppi bancari transfrontalieri, gli investitori e i mercati finanziari attendevano per lo scorso 30 giugno un’intesa che garantisse il riconoscimento reciproco dei sistemi di regolamentazione, consentendo alle società basate nella City di avere accesso al mercato europeo e limitando così i danni della Brexit sul versante dell’integrazione dei servizi finanziari. Accordo che però non è arrivato e le cui prospettive si fanno sempre più fosche, in un negoziato che sta diventano un vero e proprio braccio di ferro in cui nessuna delle due parti è disposta a cedere.

Quale destino per le banche inglesi nel post-Brexit?

Nel suo video messaggio alla conferenza annuale di Eurofi, il principale Think Tank europeo in ambito finanziario, il capo negoziatore dell’UE Michel Barnier, ha dichiarato senza mezzi termini che le proposte avanzate dal Regno Unito per la cooperazione finanziaria dopo la Brexit sono “inaccettabili” in quanto limiterebbero enormemente l’autonomia decisionale e normativa europea.

Come spiega Barnier, la delegazione britannica intenderebbe superare un modello di cooperazione basata sul regime di equivalenza con i Paesi extra-UE. In base a tale sistema, la Commissione Europea è chiamata a valutare se il quadro regolamentare del Regno Unito possa considerarsi equivalente a quello dell’Unione. L’esecutivo UE in questo modo potrà concedere la libera circolazione di società inglesi entro i mercati europei in base alle proprie condizioni e priorità, così come interrompere unilateralmente il partenariato qualora riscontrasse rischi per la competitività e stabilità finanziaria del Continente.

Le autorità inglesi chiedono al contrario la creazione di un nuovo quadro regolamentare sui servizi finanziari in cui tutte le decisioni siano prese unitamente, fra UE e Regno Unito. In sostanza questo permetterebbe agli inglesi di assicurarsi la piena integrazione nei mercati europei e di guadagnare allo stesso tempo un’enorme influenza sulla regolamentazione finanziaria europea, scongiurando il rischio di vedere la propria posizione indebolita e subordinata rispetto all’UE nel nuovo partenariato sui servizi finanziari.

Oltre a ritagliarsi una nuova centralità nella regolamentazione finanziaria europea, il Regno Unito vorrebbe mantenere quanti più benefici possibili derivanti dall’accesso al mercato unico europeo, senza però assumerne gli obblighi, come denunciano i negoziatori europei. In particolare, gli inglesi premono per assicurare che le operazioni e i manager delle sue banche e società finanziarie restino di base a Londra, godendo di piena libertà di accesso nell’Unione, senza essere soggette al quadro regolamentare europeo.

Altra richiesta messa sul tavolo dei negoziati sarebbe quella di prevedere la piena equiparazione delle aziende di revisione contabile britanniche a quelle dell’Unione: un riconoscimento che svincolerebbe le società finanziarie londinesi dal sottoporsi a controlli da parte di revisori europei.

Come ha ricordato Barnier nel suo intervento, la scelta del Regno Unito di non essere più membro dell’Unione “ha delle conseguenze” che investono pienamente anche il ruolo della City di Londra nel sistema finanziario europeo. Per i negoziatori europei, la finanza inglese potrà avere accesso in Europa solo se saranno soddisfatte precise condizioni e soddisfatte garanzie poste dalle autorità dell’Unione.

Il nodo della regolamentazione finanziaria europea

L’UE e il Regno Unito si erano impegnati a finalizzare la valutazione dell’equivalenza regolamentare in ambito finanziario entro il mese di giugno. Per questo la direzione generale per i servizi finanziari della Commissione, guidata dal vice-presidente Dombrovskis, aveva inoltrato a Londra 28 questionari per verificare l’effettiva compatibilità fra il quadro normativo europeo e quello che il Regno Unito intenderà adottare a partire dal primo gennaio 2021.

Al 30 giugno, però, le autorità inglesi avrebbero rispedito a Bruxelles solo quattro questionari compilati, non rendendo quindi possibili ulteriori passi in avanti nel riconoscimento del regime di equivalenza.

Il capo negoziatore Barnier ha chiarito che l’Unione concederà un’equivalenza regolamentare solo laddove sarà “nell’effettivo interesse dell’UE, della nostra stabilità finanziaria, dei nostri investitori e dei nostri consumatori”.

L’analisi e valutazione della compatibilità fra i due sistemi regolamentari è giudicata di primaria importanza e complessità, dal momento che il governo inglese ha pubblicamente dichiarato la sua intenzione di discostarsi notevolmente dal quadro normativo europeo a partire dal prossimo anno.

Il timore da parte europea è che il Regno Unito intenda abbassare gli standard e le regole che disciplinano il settore finanziario, a cominciare da quelle adottate in ambito europeo dopo la crisi del 2007/08, per garantire una maggiore libertà e competitività alla City di Londra e ai propri colossi bancari.

Una corsa al ribasso nella regolamentazione della finanza che contribuirebbe ad accrescere fortemente i rischi sistemici per la stabilità dei mercati europei e non solo.

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