David Cameron è tornato, in punta di piedi, ad altissimi livelli politici, chiamato da Rishi Sunak al ruolo di titolare del Foreign Office, il ministero degli Esteri del Regno Unito, nel rimpasto-lampo di lunedì 13 novembre. Sunak ha silurato la titolare degli Interni, Suella Braverman, dopo i durissimi commenti sulle manifestazioni filo-palestinesi svoltesi in maniera in larga parte ordinata sabato scorso a Londra.
Sunak rivoluziona il governo
Rapidissimo il giro di poltrone: James Cleverly, «Mr. Wolf» del Partito Conservatore, passa al posto di Braverman, ottenendo il terzo incarico nel giro di sedici mesi dopo gli Esteri e l’Istruzione. E Cameron fa il grande ritorno. Sunak chiamando l’ex primo ministro dimessosi dopo il flop sul referendum sulla Brexit al termine di sei anni di governo certifica il fallimento definitivo di quella frangia di destra radicale dei Tory che hanno “commissariato” il partito che fu di Winston Churchill e Margareth Thatcher disperdendo, in pochi anni, un capitale politico accumulato con le promesse del 2016 e il successivo compimento dell’uscita dall’Unione Europea.
Boris Johnson, Liz Truss e, in parte, lo stesso Sunak hanno dal 2019 in avanti, dalla defenestrazione di Theresa May, dovuto fare i conti con la realtà. La Brexit era stata promossa da una frangia interna al Partito Conservatore con l’obiettivo di svincolare Londra dai lacci e lacciuoli del legame a Bruxelles. Era stata presentata da una componente fortemente liberista, conservatrice sui temi sociali e sull’immigrazione e duramente filo-Usa in politica estera come la garanzia per un decoupling tra i destini del fu Impero Britannico e la decadente costituzione europea. Garanzia per un Regno Unito sovrano e globale al tempo stesso. Una “Global Britain” ipotizzata come Tortuga finanziaria, Singapore sul Tamigi capace di scegliere a piacere chi far entrare e chi no, di valorizzare i suoi talenti, la sua proiezione economica, financo la sua forza militare, come centrata sul riscatto della classe media attraverso la re-industrializzazione del Paese.
Il ritorno del grande nemico dei Brexiters
Cameron, che nel 2015 barattò il sostegno dei Brexiters alla sua ricandidatura al governo con la fatale scelta del via libera al referendum, è stato considerato il simbolo del declino Tory da abbattere. Rappresentando il bersaglio in una partita interna ai Conservatori che vedeva il Partito Laburista, all’opposizione ininterrottamente dal 2010, giocare da spettatore in una faida interna in cui il Paese si divideva nella “guerra civile” conservatrice. Richiamare Cameron è una scelta precisa da parte di Sunak. Significa l’attestazione definitiva dell’ammainabandiera della formazione che rappresenta il primo premier indiano della storia britannica sulla volontà di fare della Brexit il tratto distintivo del Regno Unito di domani. Il boom dell’inflazione, le crisi sociali, le divisioni emerse in Irlanda del Nord e Scozia ci parlano di un Paese che il distacco dall’Ue difficilmente avrebbe potuto riscattare.
La Brexit, soprattutto dopo l’inopinata decisione di David Cameron di concedere il referendum nel 2016 per inseguire gli euroscettici di Nigel Farage e sottrarre loro i voti alle elezioni generali del 2015, ha posto in essere fratture più profonde. Facendo dimenticare che sia i laburisti che i conservatori hanno avuto relazioni difficili con l’Europa negli ultimi decenni, la discussione sulla Brexit è stato il pretesto per far entrare nel dibattito quelli che, con una terminologia tratta dal gergo cattolico, definiremmo i valori non negoziabili. La faglia tra sentimento europeo e orgoglio nazionale, inglese innanzitutto. L’emersione delle contraddizioni tra centro e periferia del Paese, sostanziatasi nella rivolta contro la ricca e cosmopolita Londra delle province de-industrializzate dell’Inghilterra profonda. La rottura culturale del consenso su temi come l’integrazione degli immigrati, la globalizzazione, la sicurezza economica.
Fatta la Brexit, i Tory non hanno rifatto i britannici
La Brexit fu trainata al referendum alla vittoria di stretta misura dalla grande ambiguità che non fu compresa nelle sue premesse da Cameron e non è stata governata nelle sue conseguenze dal principale volto pubblico dell’uscita dall’Ue, Boris Johnson. La grande ambiguità era la sovrapposizione tra istigazione alla rivolta della classe media delle periferie, nelle ex regioni industriali e minerarie abitate dai «dimenticati» del sistema neoliberista, focalizzazione della destra Tory sul progetto finanziario della Global Britain e uso strumentale del nazionalismo inglese come fattore amalgamante di una campagna complessa. La Brexit ha consolidato l’idea di un Regno Unito impero interno dell’Inghilterra, dedita con il suo peso politico e demografico a far rientrare le spinte centrifughe.
Fatta la Brexit, i Tory al potere dal 2010 hanno fallito l’opportunità di “rifare i britannici”. E hanno dovuto concedere terreno su molti temi su cui nel 2016 attaccavano Cameron. Johnson ha firmato con l’Ue un accordo che in nome della concretizzazione della Brexit apre a una dogana interna al Regno Unito, tra Irlanda e Gran Bretagna. Sunak ha mediato gli accordi sulla pesca e celebrato il ritorno in Horizon Eu. Di oggi la notizia che addirittura Londra si dichiara pronta a gestire il completamento di un meccanismo britannico paragonabile ai “dazi verdi” europei, il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam), destinati a entrare in vigore nel 2026. Il Regno Unito ha provato a “superare” l’Ue solo sul piano geopolitico manifestando però l’esatto opposto del sovranismo ventilato nel 2016, arrivando a un appiattimento pressoché totale sugli Usa riverberatosi poi in un sorpasso a destra dell’alleato di oltre Atlantico in materia, per esempio, di oltranzismo sul contrasto alla Russia in Ucraina.
Il Regno Unito tra declino e irrilevanza
“Declino e irrilevanza sembrano essere dunque le linee di tendenza su cui si incammina un Regno Unito che è passato in pochi decenni dall’essere impero al divenire provincia altrui, e in pochi anni dal coltivare l’ingenua speranza di poter separare il proprio destino da quello di un’Unione apatica e antiquata per il mondo contemporaneo al dover rendersi conto della valenza dei rapporti di forza che concorrenti e (soprattutto) alleati possono sempre esercitare”, si scriveva nel 2020 su Eurasia.
Ciò si è puntualmente realizzato e i Tory si rendono conto che oggigiorno va gestito il disastro politico e d’immagine che nella società britannica la mano libera data all’ultradestra interna ha provocato. Liz Truss con il suo piano neo-liberista sfrenato bocciato perfino dai mercati per la voragine di bilancio che provocava e la Braverman con una visione estremamente reazionaria del Regno Unito “fortezza” (si pensi all’accordo per la deportazione dei migranti in Ruanda) sono stati i volti di questo shock. A cui ora Sunak mira a porre fine riportando pacatezza e dialogo al centro del discorso.
Sunak normalizza i Tory
Cameron cinque anni fa, riportava il Sun, dichiarava che il Foreign Office sarebbe stato l’ideale sbocco della sua possibile carriera post-Downing Street. E Sunak ora lo accontenta. In poco più di un anno, nominando Jeremy Hunt Cancelliere dello Scacchiere a guardia delle finanze di Sua Maestà prima e Cameron poi agli Esteri Sunak ha blindato un tridente di moderati e realisti centrato sulla sua figura. Che guarda, sostanzialmente, già al futuro: a un periodo post-elezioni di fine 2024 o inizio 2025 in cui per i Tory si preannuncia il ritorno all’opposizione e il rischio di una lunga traversata del deserto.
Separare i destini di un partito storico dal ricatto della destra più duramente Brexiter, artefice di scelte che hanno compromesso un obiettivo premiato dal voto degli inglesi nel 2016 e dalla conferma di Johnson al voto del 2019, è l’obiettivo di Sunak, che con la chiamata di Cameron rompe definitivamente con un mondo in cui lui stesso in fin dei conti, per quanto con toni non urlati, è cresciuto. E non è detto che questo non possa, nel breve periodo, mettere in dubbio la sua stessa permanenza a Downing Street proprio per la sete di rivalsa interna a un Partito Conservatore che dal 2016 brucia i suoi leader uno dopo l’altro sulla scia delle lotte di potere interne. Il Regno Unito e i suoi cittadini non pensano a un ritorno nell’Ue, ma non sanno nemmeno cosa vogliono dal loro futuro. Il grande limbo è la palude in cui dal passato può tornare anche chi sembrava essere definitivamente sconfitto, come Cameron. Pronto a prendersi la sua personale rivincita in una partita politica sempre più simile a una tragedia di Shakespeare.