Book Calling #8: “Il futuro del lavoro è femmina”, riflessioni su come lavoreremo domani con Silvia Zanella

Antonella Coppotelli

9 Dicembre 2020 - 19:00

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Quando pensiamo al mondo del lavoro e a come eventualmente riposizionarci o a trovare un primo impiego, di solito facciamo leva e amplifichiamo le nostre competenze “tangibili”, corredandole all’occorrenza anche di certificazioni e titoli di studio vari. Sicuramente tale modello avrà ancora vita lunga ma sempre più dovremo dare giusta attenzione e dignità alle soft skills. Questo vale per tutti: recruiter, dipendenti, manager, imprenditori o liberi professionisti.

Il lavoro riguarda tutti. E’ ciò che ci rende liberi, uno stato di grazia che ci siamo guadagnati dopo studi e, nella maggior parte dei casi, di grandi sacrifici familiari e personali. E’ la condizione essenziale di ciascuna persona per portare avanti altre fasi della propria vita come una casa, un figlio e una famiglia. E’ il motore primario dell’economia e una delle prime fonti per le nostre finanze personali; in quanto tale il lavoro a qualsiasi età e in qualunque ruolo merita il rispetto dovuto sia da parte di chi lo eroga che di chi lo svolge, all’insegna di quell’etica che ci rende sempre risorse, magari felici. Ma come lavoreremo domani?

Domanda fondamentale da porsi, specie dopo l’esperienza di questo 2020 che sta volgendo al termine e che ci ha messo dinanzi a tutta una serie di sfide e di resistenze che di certo porteremo con noi anche negli anni a venire. A questo fondamentale interrogativo cerca di rispondere “Il futuro del lavoro è femmina”, ultimo libro di Silvia Zanella edito da Bompiani e presentato in anteprima durante l’ultima edizione del Web Marketing Festival. C’è di più, però, nelle pagine dell’autrice. Non vi sono solo risposte ma anche tutta una serie di interrogativi a cui noi stessi, in virtù del ruolo professionale che ricopriamo e della nostra sensibilità personale, siamo chiamati a porci e a rispondere.

Il futuro del lavoro è femmina ma non donna

Un primo avvertimento è assolutamente necessario: un futuro del lavoro femmina non vuol dire donna per un fatto molto semplice. Le competenze che saranno sempre più richieste si baseranno sulle soft skills, all’insegna dell’accountability, dell’empatia, dell’inclusività e delle capacità relazionali, tradizionalmente connesse con l’universo femminile e contrapposte all’atteggiamento “marziano” e guerriero di quello maschile, basato per anni su command & control. Riflettiamo un momento su questi aspetti che smontano pezzo per pezzo anche un concetto di leadership all’insegna dell’autoritarismo, spesso adottato da manager uomini e donne alla guida di un team, e ne disegna un altro votato, invece, alla vulnerabilità, alla fallibilità ma soprattutto all’efficacia e alla capacità di crescere insieme alla propria squadra, facendo leva su autorevolezza e capacità di comprensione.

Sembrano concetti molto banali ma nell’epoca del lavoro da casa, che ha la vocazione di diventare smart ma non ne possiede ancora l’ossatura e la maturità, divengono fondamentali se si vuole arrivare tutti a centrare un obiettivo. Sono cambiati i riferimenti spazio-tempo del lavoro grazie alle nostre abitazioni e alle incursioni volontarie o meno degli abitanti della nostra casa: umani o pelosi che siano. In alcuni casi è mutata anche la geografia stessa tra lavoratori e aziende. Il “South Working” è diventato un simpatico tormentone la scorsa estate e mentre le grandi città si svuotavano, metropoli come Roma o Milano hanno visto il proprio indotto scemare sempre più, restituendo fotografie lunari, statiche e silenti rispetto al fervore e al caos cui eravamo normalmente abituati. Dinanzi a tutto ciò, come ci si deve porre? Come mantenere in piedi tutta la baracca se non vi sono più confini e riferimenti spazio-temporali? Era davvero l’ufficio con arredamento di design o la fantozziana poltrona in pelle umana a renderci capi ed essere riconosciuti come tali?

Ecco che qui intervengono competenze e aspetti caratteriali più “rotondi” che tendono a privilegiare il senso di responsabilità che ciascun membro della squadra deve far emergere. Ecco, quindi, che tratti quali fiducia, flessibilità, senso di appartenenza, apertura mentale e creatività richiesti a chi guida un team, ma non solo, aiutano a costruire una solida strategia di employer branding e innescano nei dipendenti stessi quel senso di fierezza e di lealtà grazie al quale saranno sempre più disposti ad abbracciare l’azienda come qualcosa di proprio e lavorare davvero per un obiettivo comune. Chiaramente è uno scambio equo e focalizzarsi sulla soddisfazione ed esperienza dei propri collaboratori aiuta a delineare una granitica employer experience che diviene un asset competitivo per l’azienda stessa. Non scordiamo che esperienze positive e negative passano dalla comunicazione stessa dei dipendenti; laddove ci si trovi in un’azienda nella quale il “cliente interno” è tra le prime preoccupazioni del management, si è messo il primo e fondamentale tassello per costruire una solida e inattaccabile brand identity che sarà difesa da tutti come qualcosa di proprio.

Come scrive Silvia Zanella nel suo libro, “il futuro del lavoro è femmina e potrà essere un futuro migliore per tutti”.

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