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di Glauco Maggi

Biden: Green New Deal contro i posti di lavoro

Glauco Maggi

2 febbraio 2021

Biden: Green New Deal contro i posti di lavoro

Biden ha rimarcato i propri impegni riabilitando l’America all’interno dell’Accordo di Parigi, ma quanto costerà tutto ciò in termini di perdita di posti di lavoro agli Stati Uniti?

Il Green New Deal era stato lanciato dalla deputata Democratica Socialista Alexandria Ocasio-Cortez dopo le elezioni di medio termine del 2018, ed era stato irriso come assurdo dai Repubblicani e anche dalla maggioranza dei Democratici del mainstream. Compresa la stessa Speaker DEM Nancy Pelosi che subì l’occupazione del proprio ufficio alla Camera da parte di un gruppo di esagitati deputati radicali ambientalisti che protestavano per la sua insensibilità al tema.

Sembra passato un secolo ma due anni dopo, cioè adesso, l’esito del voto di novembre sta facendo di questa ‘‘filosofia” l’asse portante della presidenza Biden. Svelando il suo piano “verde” da 1.900 miliardi di dollari, il presidente ha annunciato mercoledì 27 gennaio che le sue iniziative contro l’energia fossile avanzate negli ordini esecutivi della prima ora attestano la sua determinazione “nel porre il cambio climatico al centro della nostra politica domestica di sicurezza nazionale e della nostra politica estera.”

Per poter battere alle primarie il senatore socialista di vecchia data Bernie Sanders che gli stava soffiando la nomination, ma per non farsi poi abbandonare nello scontro finale con Donald Trump dall’ala sinistra del partito, quella giovane, ambientalista ultrà e marxista, della citata Ocasio-Cortez e dei suoi compagni Justice Democrats, l’ex moderato Joe Biden ha fatto la sua corsa promettendo di fare la guerra a tutto: non solo al carbone inquinatore, ma pure al petrolio e al gas naturale pulito.

La sua campagna è stata una fiera di slogan contraddittori: “vieterò il fracking” (l’estrazione idraulica che ha portato gli USA in testa tra i produttori di energia NDR), promise durante le primarie; “non imporrò alcun bando del fracking”, si corresse nelle ultime settimane, quando rischiava grosso negli Stati che vivono di energia fossile, dal Texas al New Mexico all’Ohio.

Quanto costa la “rivoluzione verde” agli USA?

Il messaggio cui bisognava credere, e adesso si è capito bene quale fosse, era proprio la “rivoluzione verde”. Con una raffica di ordini esecutivi nella prima settimana alla Casa Bianca, Biden ha introdotto divieti radicali a trasportare e a produrre energia con le vecchie fonti fossili, e ha pianificato massicci investimenti pubblici per promuovere l’ammodernamento delle infrastrutture, delle abitazioni, e della rete stradale. Sempre seguendo il suo programma, il presidente intende usare il potere di fare acquisti federali anche per rinnovare con pulmini elettrici l’intero parco nazionale dei bus scolastici e per trasformare alla radice l’intera industria motoristica. “Ciò significherà’ un milione di nuovi posti di lavoro nel settore automobilistico americano”, ha detto, aggiungendo che “prenderemo iniziative per raggiungere il mio obiettivo del 100 per cento del settore dell’elettricità’ liberato dall’inquinamento entro il 2035.” Con un ordine del primo giorno da leader, Biden aveva staccato la spina dei lavori, autorizzati da Trump, per la costruzione del gasdotto Keystone XL Pipeline. Oltre ad aver colpito gli interessi della ditta canadese partner del progetto, che doveva far arrivare il gas naturale estratto in Canada alle raffinerie in Nebraska, Biden ha dato uno schiaffo anche ai sindacati americani: migliaia di operai hanno perso il posto immediatamente per lo stop ai lavori, e un milione di posizioni spariranno a causa del blocco dei nuovi leasing sui territori di proprietà demaniale e nelle acque del mare dell’Alaska.

“Ma noi creeremo oltre un quarto di milione di nuovi posti per le opere di riutilizzo dei pozzi di petrolio e di gas che pongono una continua minaccia alla salute e alla sicurezza delle nostre comunità’”, ha detto Biden. E ha liquidato così, con una battuta, l’attuale forma di energia dominante che sarà indispensabile per chissà quanto tempo ancora. Anche perché, in attesa che il vento e il sole e altre risorse rinnovabili diventino efficaci tecnologicamente, e convenienti economicamente, il carbone, il petrolio e il gas naturale sono i mezzi accessibili per creare sviluppo e benessere per miliardi di esseri umani sulla terra, e non secondariamente per dare il posto di lavoro a milioni di operai e tecnici americani.

Sono gli stessi governanti cinesi, indiani, e di tutti i paesi del terzo e del quarto mondo a crederlo, e a dirlo apertamente. Anzi a imporlo per iscritto negli accordi multinazionali contro il Global Warming, prima Kyoto e ora Parigi. La Cina, che da sola produce il 30% delle emissioni da effetto serra, non ha infatti sottoscritto alcun impegno concreto a ridurre il proprio inquinamento, come minimo, per il prossimo decennio. Non è un segreto che l’adesione a Parigi sia soprattutto un atto di fede in una nuova religione, e insieme un concreto sacrificio, costosissimo in dollari e lavoratori per le economie avanzate. In cambio, c’è un obiettivo minuscolo: il calo medio della temperatura globale, nella previsione degli stessi firmatari di Parigi, sarà’ infatti di 0,09 gradi Fahrenheit nel 2100.

John Kerry, che è stato nominato da Biden zar della Casa Bianca per la gestione delle politiche legate al cambio di clima planetario, e che continua a disporre di un jet privato Gulfstream dando l’idea della coerenza di un politico liberal, è stato disarmante. Parlando in pubblico appena prima che Biden firmasse l’avvio del Green New Deal trilionario, Kerry ha affermato: “Biden sa che l’accordo di Parigi, da solo, non basta. Non ora, quando almeno il 90% di tutte le emissioni globali della Terra vengono al di fuori dei confini degli Stati Uniti. Noi americani potremmo scendere a zero emissioni domani, e il problema non è risolto.” E allora, Kerry?

Meno felice ancora la sua uscita a proposito dei lavoratori americani licenziati che, di fronte a questa sua dichiarazione, non possono che sentirsi vittime inutili. “Chi ha perso o perderà il posto avrà scelte migliori (...) potrà andare a produrre pannelli solari”, ha detto. “A costoro è stata fatta credere l’idea che il trattare il problema del clima stia avvenendo a loro spese. Non è vero. Sta succedendo perché ci sono ragioni di mercato. Le miniere di carbone stanno chiudendo da 20 anni”, ha aggiunto. Kerry fa il furbo. E’ vero che “certo” carbone stia uscendo di scena. Le miniere, a partire da quelle obsolete e più inquinanti stanno effettivamente chiudendo da tempo perché sono diventate anti-economiche.

Ma il grosso dell’energia fossile di oggi è il gas naturale, obiettivamente più pulito. Viene estratto in tante parti d’America, e con giacimenti ancora ricchissimi da sfruttare. Il gas naturale “pulito” è stato il protagonista della rivoluzione che ha dato agli USA l’indipendenza energetica, e politica, dai paesi del Medio Oriente. E ha creato ricchezza e crescita economica in tanti Stati, dall’Idaho alla Pennsylvania, dalla West Virginia al Dakota. Ma su questo, Kerry e Biden tacciono.

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Glauco Maggi

Giornalista dal 1978, vive a New York dal 2000 ed è l'occhio e la penna italiana in fatto di politica, finanza ed economia americana per varie testate nazionali

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