Digital Healthcare - L'innovazione al servizio del mondo della salute

Digital Healthcare - L’innovazione al servizio del mondo della salute

di Davide Bottalico

Benefici tecnologici in cambio di privacy: una storia a senso unico?

Davide Bottalico

15 gennaio 2021

 Benefici tecnologici in cambio di privacy: una storia a senso unico?

Può il diritto alla privacy prevalere su quello alla salute o al contenimento di una crisi pandemica?

Correva l’anno 1990 e sulla scia di quanto avvenuto pochi mesi prima negli USA, arrivavano anche in Italia i primi telefoni cellulari (quelli almeno che potevano davvero definirsi mobili, ossia era possibile camminare con essi per la città). Si trattava in alcuni casi di veri e propri mattoni, costosissimi sia come prezzo d’acquisto che come gestione. Il marketing di quei telefoni cellulari era rivolto perlopiù a imprenditori di successo e, per i più facoltosi, rappresentava un vero e proprio status symbol.

Quell’oggetto, se da una parte rappresentava il sogno di tutti gli early adopters di tecnologia, dall’altro veniva additato come una pericolosissima minaccia per la privacy personale. Mai prima di allora era stato possibile rintracciare una persona in qualsiasi momento della giornata indipendentemente da dove essa si trovasse e cosa stesse facendo. Personalmente, ricordo numerose persone che spergiuravano che mai e poi mai avrebbero acquistato tale folle ritrovato tecnologico non vedendone assolutamente vantaggi ma erano pronti a snocciolare tutta una serie di controindicazioni tra le quali naturalmente primeggiava l’invasione della privacy.

Come è finita, lo sappiamo bene tutti; dal report “Digital 2020”, stilato da We Are Social, emerge che il 94% degli italiani oggi possiede uno smartphone e moltissimi italiani ne possiedono più di uno a testa.

Privacy in cambio di innovazione, comodità e sicurezza

Perché è andata in questo modo? Perché gli italiani, come il resto della popolazione mondiale (oggi 6 miliardi di persone sul pianeta possiedono uno smartphone) hanno compreso, nei mesi seguenti, che avere in tasca un telefono comportava numerosi vantaggi in termini di comodità (ricordate le file alle cabine telefoniche ?) ma soprattutto di sicurezza. Inoltre si è anche da subito capito come tale strumento innovativo aprisse anche numerose opportunità professionali e lavorative che il mondo imprenditoriale non si è lasciato sfuggire.

Però, effettivamente, si è pagato un prezzo. Gli utenti di questa nuova tecnologia lasciavano sul campo un pezzettino della loro libertà, erano divenuti sempre reperibili almeno su base volontaria. All’inizio è stata dura convivere con tutto ciò, ma passata la prima generazione, il numero delle persone che aveva memoria del prezzo pagato è diminuito ed è apparso normale nascere, diciamo così, già a “privacy ridotta”.

Aneddoti come quello del telefono cellulare si sono poi succeduti nel corso degli anni e, con l’avanzare della tecnologia, abbiamo dovuto continuare a rinunciare ad altri “pezzetti” di privacy guadagnando però in comodità e sicurezza.

Esiste un limite alla cessione della Privacy?

Fortunatamente questo continuo ed incessante stillicidio avviene molto lentamente e, come detto, chi nasce oggi non soffre della mancanza di privacy degli anni passati dal momento che non ne ha mai avuto esperienza. Molti si chiedono se questo è un percorso irreversibile e se arriveremo con il tempo alla perdita totale del nostro diritto alla privacy.
Proprio nello scorso anno sono emersi i primi seri dubbi a questo proposito. Nel 2020 infatti, come uno dei possibili rimedi per porre freno alla diffusione della pandemia di COVID, si è proposto di utilizzare le App per il tracciamento dei contatti interpersonali. Queste App, seppur con qualche differenza tra un paese e l’altro, si proponevano tutte di tracciare gli eventuali contatti tra persone in modo da poter favorire le azioni di prevenzione della pandemia. Ancora una volta la proposta sottesa era quella di acquistare un vantaggio in termini di salute, scambiandolo con un pezzettino della nostra privacy. Vediamo com’è andata.

In Corea del Sud, uno dei primi paesi che ha avuto a che fare con la pandemia, la App di tracciamento, basata sulla geolocalizzazione, ha creato non pochi problemi agli utilizzatori, che, nel caso di contagio, si vedevano fortemente lesi nel loro diritto alla privacy poiché venivano identificati tutti i luoghi in cui erano stati negli ultimi giorni, portando alla luce spesso situazioni imbarazzanti.

In Russia il governo ha utilizzato un metodo, subito ribattezzato dalla popolazione “cyber gulag”, per verificare che gli spostamenti dei cittadini di Mosca fossero effettivamente quelli necessari ed aderenti alle prescrizioni. In questo caso i maggiori di 14 anni, se volevano spostarsi in città, dovevano registrarsi su un sito web governativo e dichiarare in anticipo un percorso e uno scopo; in questo modo ottenevano un codice QR da scaricare sui propri smartphone che poteva essere verificato dalle autorità. La polizia scansionava questi codici e multava le persone senza permesso o nel caso avessero fornito intenzionalmente informazioni false. I residenti potevano ottenere solo due pass a settimana, ciascuno valido per un giorno.

Naturalmente, in questo caso il sistema, era in grado di raccogliere un numero enorme di informazioni, anche non attinenti alla pandemia, che grazie ad algoritmi di intelligenza artificiale avrebbero facilmente potuto permettere un controllo quasi totale sugli spostamenti dichiarati dai cittadini.

Anche le App utilizzate in Bahrein, Kuwait e Norvegia seppur più discrete di quella coreana hanno creato importanti problemi per la privacy. Pensate che nel Bahrein la App era collegata ad un programma televisivo nazionale chiamato «Are You at Home?» che offriva premi a persone che rimanevano a casa durante il Ramadan. Utilizzando i dettagli di contatto raccolti tramite l’App, venivano quotidianamente sorteggiati 10 numeri di telefono e quei numeri venivano chiamati in diretta per verificare se gli utenti dell’App fossero a casa. Coloro che rispondevano alla chiamata vincevano un premio. L’inclusione nel sorteggio del programma televisivo era inizialmente obbligatoria e solo dopo l’intervento del garante della privacy l’opzione è divenuta facoltativa.

Strategie di tracciamento in caso di pandemia: la ricerca di Amnesty

Recentemente Amnesty’s Security Lab ha condotto una ricerca sulle App di tracciamento per COVID-19 classificandole in 3 grosse categorie.
Una prima categoria (tra cui rientrano quelle di Libano e Vietnam), racchiude quelle che non tracciano ma piuttosto consentono agli utenti di registrare e controllare volontariamente i loro sintomi.

Una seconda categoria accorpa le App basate su un modello di raccolta delle informazioni decentralizzato (i dati rimangono sugli smartphone degli utilizzatori e non vengono raccolte su un database centrale) e utilizza come tecnologia di contatto non la geolocalizzazione ma il Bluetooth. Rientrano tra queste sia la App italiana Immuni che quelle utilizzate da Austria, Germania, Irlanda e Svizzera tutte basate su tecnologia Google o Apple. Amnesty International non ha intrapreso una revisione tecnica delle app che seguono questo modello poiché tendono a essere meno preoccupanti dal punto di vista della privacy.

La terza, e più seria categoria, come impatto sui diritti umani, è rappresentata dalle App di tracciamento dei contatti, che sono centralizzate, nel senso che registrano i dati acquisiti tramite il sensore Bluetooth del telefono o tramite GPS (o entrambi) e caricano questi dati su un database governativo centralizzato, e in alcuni casi sono addirittura obbligatorie per la popolazione. Amnesty International ha scritto alle autorità del Bahrein, del Kuwait e della Norvegia, prima della pubblicazione del report, per informarle della minaccia per la privacy e per la sicurezza personale a cui questo tipo di App esponeva i cittadini. Il 2 giugno, Amnesty International ha condiviso i suoi risultati con il Ministero norvegese della giustizia e della sicurezza pubblica, l’Istituto norvegese di sanità pubblica e l’agenzia per la protezione dei dati del paese incontrando anche il responsabile dello sviluppo dell’App «Smittestopp». Il 15 giugno l’utilizzo della App veniva sospeso.

Privacy e Salute

La lezione delle App di tracciamento è stata dunque importante per capire che, seppur in un contesto di allarme sanitario importante, con gravi possibili ripercussioni sulla salute, i cittadini preferiscono rinunciare ad uno strumento che potrebbe rivelarsi determinante per rallentare la pandemia pur di non vedersi sottratto un ulteriore pezzetto di privacy. La lezione della App Immuni è eclatante, pur essendo stata disegnata nel miglior modo possibile e pur avendo un impatto minimo sulla privacy degli utilizzatori alla fine non ha atteso alle aspettative di chi l’aveva ideata. Insomma la sicurezza personale non può passare attraverso una limitazione della libertà personale anche seppur minima. Una lezione importante per coloro che stanno lavorando, soprattutto nei paesi asiatici, a sistemi di sicurezza basati su algoritmi di intelligenza artificiale, quali quelli che utilizzano il riconoscimento dei volti, per limitare fenomeni di criminalità soprattutto nelle grandi metropoli. La privacy dunque, da ora in poi, diventa un aspetto fondamentale ed imprescindibile da tenere sempre presente nello sviluppo di soluzioni innovative anche nel mondo della Salute, dove in alcuni casi si darebbe invece per scontato l’utilità di qualsiasi presidio capace di salvare vite umane.

I contributi firmati riflettono l’opinione dell’autore e non necessariamente la posizione di Takeda

Partecipa alla discussione

Davide Bottalico

Head of Digital Healthcare di Takeda, è stato nominato nel 2019 Digital Innovator of the Year dalla nota rivista Popular Science