Banca Popolare di Milano: l’assemblea boccia la riforma dello statuto

Simone Casavecchia

14 Aprile 2014 - 10:26

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Non passa la riforma societaria di Piero Giarda che avrebbe voluto assegnare maggiori poteri ai soci di capitale. Si teme per le ripercussioni.

Grande sorpresa a Milano per le decisioni dell’assemblea dei soci della Banca Popolare di Milano che si è riunita lo scorso Venerdì 11 Aprile, alla Fiera di Milano. A quasi un anno di distanza dall’assemblea che aveva bocciato la riforma della governance, voluta da Andrea C. Bonomi, che avrebbe dovuto aprire la strada alla trasformazione di BPM in una S.p.A., è stata bocciata anche la proposta di riassetto di Piero Giarda.

Piero Giarda, già Ministro dei Rapporti con il Parlamento nel Governo Monti, ed economista di lungo corso, ha assunto recentemente il ruolo di Presidente del Consiglio di Sorveglianza della Banca Popolare di Milano e aveva elaborato una ulteriore proposta di modifica della governance dell’istituto, apprezzata anche dalla Banca d’Italia, che avrebbe dovuto dare maggior peso agli investitori istituzionali, pur con il mantenimento della forma societaria cooperativa.

Si trattava, nelle parole dello stesso Giarda, formulate insieme al Presidente del Consiglio di Gestione Mario Anolli, di una «innovazione nella continuità», ovvero di un taglio ai posti nel Consiglio di Sorveglianza e di un allargamento della gestione che avrebbe assegnato più spazio ai soci di capitale, pur confermando incondizionatamente la forma cooperativa.

L’assemblea della Bpm tuttavia, ha bocciato a sorpresa questa riforma dello statuto, confermando la propria tendenza conservatrice. Per l’approvazione della modifica della governance erano necessari i due terzi dei voti in assemblea: dei 2.577 presenti si sono astenuti 45 votanti, quindi il quorum per l’approvazione era di 1.689 voti: i favorevoli si sono fermati, invece, a 1.565. In un primo momento, il presidente del consiglio di sorveglianza, Piero Giarda, si era spinto a dire che la proposta era stata approvata, fino a che, all’esame del notaio, ci si è resi conto che i voti contrari erano, seppur di poco, sufficienti a bocciare la proposta di cambiamento. Contro la manovra costruita dagli attuali vertici Bpm si sono espressi non solo i soci non dipendenti che fanno riferimento a Piero Lonardi, rivale di Giarda nell’ultima assemblea elettiva di dicembre, ma anche buona parte di chi si rifà ai sindacati interni alla banca.

La mancata approvazione di questa modifica della governance preannuncia un destino incerto per la banca, poiché, come già aveva ricordato dal presidente del Consiglio di Gestione, Mario Anolli, la riforma era «un segnale importante per la Vigilanza e per mettere la banca nelle condizioni migliori in vista dell’imminente aumento di capitale». Era soprattutto Banca d’Italia ad aspettarsi un segnale di questo tipo, sul riassetto, per rimuovere gli add-on, per questo, adesso, sia relativamente alla Vigilanza che all’aumento di capitale potrebbero essere dei mutamenti di rotta.

Come ha affermato anche l’amministratore delegato Giuseppe Castagna: «non possiamo escludere che qualche ripercussione ci sarà», riferendosi anche agli effetti che l’impasse ormai conclamata potrà avere anche rispetto alle agenzie di rating, che da sempre guardano con un surplus di diffidenza alle popolari e ai loro complessi meccanismi di funzionamento. Castagna ha anche aggiunto che «stavamo facendo un percorso di recupero di credibilità, sicuramente pensavamo di star facendo un buon lavoro (…) ora dobbiamo capire perché questa riforma è stata bocciata, se perché entrava in vigore tra due anni, perché dava un solo voto ai soci non dipendenti, perché non convinceva».

Sicuramente ora il Consiglio d’Amministrazione di Bpm, fugata l’ipotesi delle dimissioni, dovrà mettere in cantiere una nuova assemblea (che seguirà le quattro già svoltesi nell’ultimo anno) in cui riportare sul tavolo il tema della governance.

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