52.000 posti di lavoro in questo settore, gli stipendi superano i €5.000. Lo dice anche l’Inps

Simone Micocci

2 Febbraio 2026 - 18:08

La creator economy in Italia vale oltre 4 miliardi e crea 52.000 posti di lavoro. Il presidente dell’Inps, Gabriele Fava, accende i riflettori sul settore.

52.000 posti di lavoro in questo settore, gli stipendi superano i €5.000. Lo dice anche l’Inps

Con lo sviluppo dei social network, che hanno portato alla nascita di nuovi spazi di comunicazione, la creator economy è entrata a pieno titolo nel mercato del lavoro italiano. Intorno ai contenuti digitali si è progressivamente formato un comparto che oggi vale oltre 4 miliardi di euro e genera circa 52.000 occupati equivalenti a tempo pieno, con compensi che in alcuni casi superano i 5.000 euro al mese.

A fotografare la crescita del settore è stato anche l’Inps. Il presidente Gabriele Fava, infatti, intervenendo a Milano al primo Simposio nazionale dedicato alla creator economy, ha parlato di un ambito “diventato centrale nel lavoro contemporaneo”, evidenziando la necessità di regole previdenziali più chiare e di maggiori tutele per chi opera sulle piattaforme digitali.

D’altronde, dietro ai numeri si muovono migliaia di professionisti - come creator, videomaker, consulenti social, freelance - che hanno trasformato le piattaforme social, da Instagram a TikTok, da YouTube a Twitch, in una fonte di reddito stabile. Ma va detto che i guadagni restano molto diversi tra loro e solo una parte riesce davvero a vivere esclusivamente di contenuti online.

A fare il punto sul settore è stato il presidente dell’Inps Gabriele Fava, che durante il Simposio di Milano ha tracciato il quadro occupazionale e previdenziale della creator economy. Vediamo cosa ha detto su un settore in forte sviluppo ma sul quale è bene fare chiarezza.

Creator economy, l’analisi dell’Inps: 52.000 occupati e nuove regole in arrivo

A fornire una cornice istituzionale a questi numeri è stato il presidente dell’Inps, Gabriele Fava, intervenuto a Milano al primo Simposio nazionale “We Are Creator Economy”, appuntamento che ha riunito istituzioni, piattaforme, associazioni di categoria e professionisti del settore.

Nel suo intervento, Fava ha parlato della creator economy come di “uno dei centri vitali del lavoro contemporaneo”, sottolineando come non si tratti più di un’attività marginale o occasionale, ma di un ambito che muove milioni di persone, iniziando a generare un’occupazione stabile.

I dati richiamati durante l’evento fotografano una realtà ormai strutturata: oltre 4 miliardi di euro di valore economico in Italia, più del 60% della pubblicità digitale che passa dai creator e circa 52.000 posti di lavoro equivalenti a tempo pieno. Numeri che, per l’Istituto, rendono necessario un cambio di passo anche sul piano previdenziale.

Il punto centrale del discorso riguarda infatti tutele e regole. Secondo Fava, l’Inps ha già avviato un primo percorso di inquadramento del settore, ma serve un sistema più chiaro per gestire contributi e fiscalità, come pure le protezioni sociali, di chi lavora sulle piattaforme, spesso come autonomo o freelance. Bisogna infatti evitare che un comparto in forte crescita resti privo di riferimenti certi su pensione, malattia, maternità e continuità reddituale.

Servirà quindi avviare un piano che porti a riconoscere la creator economy come lavoro vero, con diritti e doveri analoghi a quelli di altri professionisti.

Quanto si guadagna davvero?

Abbiamo aperto dicendo come in questo settore si arrivi anche a superare i 5.000 euro al mese, tuttavia parlare di stipendi nella creator economy significa fare i conti con una forte variabilità. Accanto a una minoranza che riesce a incassare cifre importanti, la maggior parte dei professionisti si muove infatti su compensi contenuti e spesso discontinui, legati a collaborazioni occasionali e in balia degli algoritmi delle piattaforme.

Secondo una recente indagine condotta da Kolsquare su centinaia di creator europei, l’Italia mostra un quadro meno dorato di quanto si possa immaginare. Il 74% dei creator dichiara di guadagnare meno di 5.000 euro al mese, mentre oltre uno su tre (35%) non arriva a 1.000 euro mensili. Solo il 13% supera i 5.000 euro e una quota ancora più ristretta raggiunge redditi a cinque cifre.

In altre parole, i compensi elevati esistono, ma riguardano soprattutto profili già strutturati, con community ampie e contratti continuativi con i brand. Per molti altri, i social rappresentano ancora un’integrazione al reddito principale.

Approfondendo i dati, notiamo come la monetizzazione passi soprattutto da Instagram (53%), che resta la piattaforma più redditizia, seguita da TikTok (14%) e YouTube (13%). Le entrate arrivano principalmente da contenuti sponsorizzati, affiliazioni e collaborazioni con i brand, mentre solo una parte più ridotta guadagna direttamente dai programmi di revenue sharing delle piattaforme.

Un altro elemento pesa sui conti: l’instabilità dei pagamenti. Due creator su tre segnalano ritardi nei compensi e richieste poco sostenibili da parte delle aziende, con scadenze serrate e carichi di lavoro elevati. Non a caso, il 65% dichiara livelli di stress significativi legati alla precarietà del settore.

Il risultato è un mercato in crescita sul piano economico, ma ancora lontano dall’offrire redditi certi e continuità per la maggioranza di chi lavora online. Non bisogna quindi pensare che si tratti di un settore dove tutto funziona alla perfezione. Dietro i casi di successo e i compensi più alti c’è una platea molto più ampia di professionisti che lavora con poche garanzie.

La creator economy cresce, crea occupazione e attira investimenti, ma resta un mercato ancora fragile, segnato da forti differenze di reddito e da tutele limitate, rendendo necessaria una regolamentazione più adatta per stare al passo con i tempi.

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