Nella migliore delle ipotesi, si dovrebbe svolgere un lavoro gratificante, o che sia quantomeno coerente con la propria preparazione o percorso di studi. Nella pratica si tratta però di una speranza che in molti casi non si concretizza, generando il classico mismatch. Il fenomeno ha più livelli e i primi a sperimentarlo sono i neolaureati, che in molti casi si ritrovano a fare i conti con un mercato del lavoro avaro di posizioni in linea con quanto hanno appreso negli anni universitari.
Lavorare al di fuori del proprio ambito è frequente soprattutto per chi ha in tasca una laurea triennale (anche perché è più probabile svolgere lavori, anche part-time, in parallelo alla specializzazione negli studi). Con un titolo di secondo livello, e con gli anni, il fenomeno tende ad attenuarsi, ma non del tutto. E così in tanti si ritrovano a svolgere, in via più o meno definitiva, un lavoro per il quale risultano “sovra-qualificati”, ossia con competenze superiori a quelle effettivamente richieste.
La laurea è davvero così rilevante nel lavoro?
Una misura soggettiva di coerenza tra studi universitari e lavoro svolto è la cosiddetta efficacia della laurea, che emerge dal rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati italiani. Secondo l’ultima edizione, nel 2024, a un anno dal conseguimento della laurea, il titolo di studio è stato considerato “molto efficace o efficace” solo dal 60,8% degli occupati con titolo di primo livello e dal 68,2% di quelli con titolo di secondo livello. Di conseguenza, il 39,2% degli occupati con una laurea triennale e il 31,8% degli occupati con una magistrale a 12 mesi dal conseguimento del titolo svolgono lavori per i quali la laurea appena ottenuta non è considerata poi così rilevante: sia come competenze acquisite, sia come richiesta, formale o sostanziale, per l’esercizio della propria attività lavorativa.
Questo non significa necessariamente che oltre un terzo dei laureati ha conseguito una laurea “inutile” per il proprio lavoro. Nonostante possano in effetti esserci diversi casi in cui i laureati sono assunti per posizioni per le quali sarebbe stato sufficiente il diploma, le capacità trasversali acquisite all’università (analitiche o di problem solving) potrebbero comunque essere importanti nel quotidiano.
La situazione nel mondo
Per il 38% degli occupati nei paesi Ocse, il titolo di studio più alto conseguito non è in linea con le attività tipiche richieste dal proprio lavoro. La divergenza è elevata soprattutto in Corea del Sud (49%), Giappone (46%) e Nuova Zelanda (43%) e più bassa in Finlandia (29%), Croazia (31%) e Paesi Bassi (31%). Per l’Italia il dato risulta al 40%, ossia leggermente sopra la media: quindi circa due lavoratori laureati italiani su cinque svolgono un’attività che non è legata al proprio percorso di studi.
Da qui è facile allargare il discorso, estendendolo al generale disallineamento tra competenze degli occupati ed effettivo utilizzo nelle attività lavorative. Sempre secondo Ocse, è piuttosto comune ritrovarsi a fare lavori per i quali si è troppo qualificati (per sovra-qualificato si intende quel lavoratore che vanta un bagaglio complessivo di studi, percorso formativo ed esperienza superiore a quello richiesto). In media, il 23% dei lavoratori nei paesi Ocse risulta sovra-qualificato rispetto alla propria occupazione, in particolare nel Regno Unito (37%) e in Giappone (35%), mentre in Italia la quota è di circa il 16%.