3 scenari disastrosi che spaventano le borse oggi

Tommaso Scarpellini

28 Marzo 2025 - 07:52

3 potenziali minacce globali incombono sui mercati guidati da una corrente comune: la stagflazione. Focus su USA, Cina e Giappone.

3 scenari disastrosi che spaventano le borse oggi

Negli ultimi mesi, i mercati finanziari hanno mostrato un volto nervoso, vendendo con forza e lasciando dietro di sé una scia di incertezza. Le cause di questo malessere sono molteplici, e tra le più discusse troviamo le nuove tariffe introdotte dall’amministrazione americana e il cosiddetto DOGE, ovvero il taglio alla spesa discrezionale del governo federale.

In un contesto così caotico, il timore maggiore non è tanto ciò che si conosce, quanto ciò che potrebbe inaspettatamente rompersi. È la paura di un evento sistemico, di un’improvvisa rottura in grado di generare un effetto domino sui mercati globali. La storia insegna che i crack finanziari, eventi imprevisti ma dirompenti, non si possono anticipare, se non in rari casi, come dimostrato da chi seppe prevedere la crisi finanziaria del 2008.

Ma senza voler sfociare nella speculazione pura, possiamo comunque individuare alcune fragilità strutturali che, se spinte oltre un certo limite, potrebbero trasformarsi in veri e propri crack. Al momento, le situazioni che maggiormente intimoriscono gli investitori e che potrebbero rappresentare 3 possibili epicentri di crisi sono ben identificate.

1. Un ritorno alla stagflazione in stile anni ’70

Uno degli scenari più temuti dagli investitori è quello di un ritorno alla stagflazione: un mix velenoso di crescita debole e inflazione persistente. Uno scenario che negli anni ’70 fu causa di un lungo e doloroso ciclo di incertezza e tassi di interesse alle stelle.

Nel 2025, diversi segnali iniziano a richiamare questo spettro. I tassi d’interesse USA sono fermi in una forchetta compresa tra 4,25% e 4,5%, mentre la crescita economica prevista è stata rivista al ribasso all’1,7%. Contemporaneamente, le aspettative sull’inflazione sono salite al 2,8%.

La Federal Reserve prevede due tagli dei tassi, ma ha anche ribadito che qualsiasi allentamento monetario sarà subordinato a un ritorno dell’inflazione verso il target del 2%. In altre parole, se i prezzi continuassero a salire, la politica restrittiva sarà mantenuta anche a costo di rallentare ulteriormente l’economia.

Questo scenario apre inevitabilmente la porta alla stagflazione, esattamente come accadde negli anni Settanta. All’epoca, il mix esplosivo fu generato dalla fine del sistema di Bretton Woods, da crescenti deficit pubblici e da shock petroliferi. L’inflazione salì sopra il 10%, la disoccupazione oscillava tra il 5% e il 10% e i tassi di interesse toccarono picchi del 20%.

Oggi, lo scenario è certamente meno drammatico in termini assoluti, ma se si osservano le dinamiche economiche in corso, si notano alcune preoccupanti somiglianze. Uno degli indicatori da tenere d’occhio sarà il prezzo del petrolio, che potrebbe riaccendere la fiammata inflazionistica. Il conflitto in Ucraina, le tensioni tra Iran e Israele, e le dinamiche interne all’OPEC rappresentano variabili cruciali in questo contesto.

2. La Cina e il ritorno dell’inflazione globale

Il secondo possibile punto di rottura arriva dalla Cina. Dopo anni in cui la seconda economia mondiale ha agito come forza deflazionistica, oggi Pechino sembra aver cambiato rotta. Il governo ha avviato un ampio stimolo fiscale, mentre la banca centrale ha adottato una politica monetaria più espansiva.

Queste misure, volte a rilanciare la domanda interna, potrebbero avere effetti collaterali sull’economia globale, soprattutto sui prezzi delle materie prime. Se la Cina dovesse tornare a pieno regime, l’impatto sull’inflazione globale sarebbe inevitabile, rendendo molto più difficile il compito della Federal Reserve.

Anche l’Europa si sta muovendo in direzione espansiva. La Germania ha annunciato un piano da 500 miliardi per le infrastrutture, e altri paesi potrebbero seguirla. Questo mix di stimoli rischia di surriscaldare l’economia mondiale proprio mentre le banche centrali cercano di raffreddarla.

3. Il rischio dal Giappone: la fine del carry trade

Il terzo scenario riguarda il Giappone, spesso trascurato ma cruciale nell’equilibrio finanziario globale. Per anni, gli investitori hanno approfittato dei tassi ultra-bassi giapponesi per finanziarsi in yen e investire in asset a più alto rendimento, come azioni e obbligazioni USA. È la logica del cosiddetto carry trade.

Oggi, però, qualcosa sta cambiando. I rendimenti sui titoli di Stato a dieci anni stanno salendo, mentre l’inflazione giapponese è stabilmente sopra il 3%. Il mercato comincia a prezzare un possibile rialzo dei tassi da parte della BoJ. Questo rafforza lo yen e mette a rischio la sostenibilità del carry trade.

Negli ultimi mesi, si è osservata una correlazione crescente tra il rafforzamento dello yen e la discesa dell’S&P 500. Se questa dinamica dovesse accentuarsi, potremmo assistere a un’ondata di liquidazioni su scala globale.

Sono scenari davvero così probabili?

No, in realtà sono eventi che storicamente si possono considerare abbastanza rari, però è anche vero che le pedine economiche globali sembrano attualmente muoversi in questa direzione.

Se è vero che tariffe e politica fiscale americana sono già nel radar degli investitori, è altrettanto vero che le vere minacce potrebbero arrivare da fragilità più profonde. Tutte e tre le strade portano ad un sentiero nel caso in cui venissero percorse: la stagflazione; e la situazione americana, cinese, giapponese rappresentano 3 crepe pronte a trasformarsi in voragini. Questo perché, come si sente spesso dire, in un mondo interconnesso, «nessun mercato è un’isola».