3% contro 4%. Perché scegliere il rendimento più basso se investi soldi a tasso fisso

Gerardo Marciano

5 Gennaio 2026 - 17:56

Perché un 3% lordo può battere un 4%: il confronto tra BTP lunghi e soluzioni brevi, con focus su duration, rischio tassi, flessibilità e differenza tra rendimento teorico e rendimento realizzabile.

3% contro 4%. Perché scegliere il rendimento più basso se investi soldi a tasso fisso

Perché il rendimento del 3% lordo può risultare più efficace di un 4% netto quando entrano in gioco tempo, rischio e flessibilità negli investimenti a rendimento fisso.

Perché il rendimento del 3% lordo batte quello del 4% netto non è solo una provocazione, ma una riflessione che nasce dall’osservazione del mercato reale. I numeri, presi da soli, sembrano suggerire una direzione chiara. Eppure, quando vengono inseriti nel contesto giusto, iniziano a raccontare una storia diversa. Oggi il risparmio non è più una questione statica. Anche le soluzioni considerate più tranquille sono influenzate da tassi, politiche monetarie e scelte di durata. In questo scenario, il rendimento fisso torna al centro dell’attenzione, ma con regole nuove.

Negli ultimi anni si è assistito a cambiamenti rapidi che hanno messo alla prova molte certezze. I tassi nell’area euro sono rimasti bassi per circa un decennio, poi hanno iniziato a salire in modo deciso dal 2022, per successivamente invertire la rotta tra il 2024 e il 2025. Oggi il livello è intorno al 2%, ma questo non equivale a stabilità assoluta. Basta guardare agli strumenti più semplici per rendersene conto. I BOT a 12 mesi rendono attualmente intorno all’1,8% netto, mentre i conti deposito, nella media del mercato, si collocano tra il 2% e il 2,5% netto. Dati che mostrano come il rendimento privo di rischio stia già ridimensionandosi. È in questo contesto che nasce il confronto tra strumenti diversi, come un BTP a lunga scadenza e una soluzione a breve termine più flessibile.

Quando il 4% netto non è sinonimo di convenienza

Il BTP Tf 2,15% St52 viene spesso citato per il suo rendimento effettivo a scadenza, pari a circa il 4% netto. Acquistato a un prezzo intorno a 65,7, garantisce il rimborso a 100 alla scadenza, oltre alla cedola annua. Sulla carta, l’operazione appare lineare e il rendimento netto sembra difficilmente battibile, soprattutto se confrontato con BOT e conti deposito oggi meno generosi. Tuttavia, esiste una variabile che pesa più di quanto sembri: la duration modificata, pari a 17,68. Questo valore indica quanto il prezzo del titolo sia sensibile alle variazioni dei tassi di interesse.

In termini pratici, se i tassi dovessero salire dell’1%, il prezzo del BTP potrebbe scendere di oltre 17 punti. È un movimento importante, che rende evidente come questo tipo di investimento richieda una forte capacità di attesa. Chi acquista oggi un titolo con una scadenza così lontana deve essere pronto a mantenere il capitale fermo per molti anni, accettando oscillazioni anche rilevanti lungo il percorso, pur in presenza di un rendimento netto teoricamente elevato.

Un esempio aiuta a chiarire. Si immagini un risparmiatore che investe oggi e, dopo tre o quattro anni, ha bisogno di liquidità. Se nel frattempo i tassi fossero risaliti, magari perché l’inflazione torna a preoccupare o la politica monetaria cambia direzione, il valore di mercato del BTP potrebbe risultare sensibilmente più basso rispetto al prezzo di acquisto. In quel caso, vendere significherebbe trasformare un 4% netto teorico in una perdita concreta. L’unica vera certezza resta l’incasso delle cedole e il rimborso finale, ma solo per chi riesce ad arrivare fino alla scadenza naturale del titolo.

Questo tipo di investimento non è sbagliato in assoluto, ma richiede una consapevolezza elevata. Non è adatto a chi potrebbe aver bisogno del capitale prima del termine o a chi preferisce una gestione più elastica del proprio risparmio.

Perché il 3% lordo può risultare più efficace

Il Deposito Supersmart Plus, con un rendimento del 3% lordo a 363 giorni, si muove su un piano completamente diverso. È una soluzione paragonabile a un conto deposito, ma con una durata definita e un orizzonte temporale breve. In un mercato in cui i BOT a 12 mesi offrono circa l’1,8% netto e i conti deposito tradizionali si fermano mediamente tra il 2% e il 2,5% netto, questo rendimento assume un peso specifico diverso. Non tanto per la percentuale in sé, quanto per la combinazione tra rendimento e tempo.

Bloccare il capitale per circa un anno riduce in modo significativo l’esposizione alle incertezze future. Alla scadenza, il denaro torna disponibile senza dipendere dall’andamento dei tassi di lungo periodo. Se i rendimenti dovessero salire, si avrebbe la possibilità di reinvestire a condizioni migliori. Se invece dovessero scendere ulteriormente, almeno si sarebbe evitato di restare vincolati per molti anni a uno strumento meno competitivo.

Un caso pratico rende il confronto ancora più concreto. Due risparmiatori investono la stessa somma. Il primo sceglie il BTP con rendimento del 4% netto a scadenza, il secondo opta per una soluzione a un anno al 3% lordo. Dopo dodici mesi, il secondo ha già incassato il rendimento e può decidere liberamente come proseguire, magari approfittando di nuove emissioni o di condizioni più favorevoli. Il primo, invece, resta legato a un titolo molto sensibile ai tassi e alle decisioni di politica monetaria.

Il rendimento del 3% lordo, visto in questa prospettiva, non è soltanto una percentuale più bassa. È il prezzo della tranquillità, della flessibilità e della possibilità di adattarsi a un contesto che continua a cambiare. Non sempre un rendimento netto più alto garantisce il risultato migliore nella realtà quotidiana.