YouTube e tassazione, quando i creator devono aprire la partita Iva?

Patrizia Del Pidio

03/08/2026

Monetizzazione YouTube e tasse: serve la partita Iva per gli introiti? Come funziona la dichiarazione dei redditi e la tassazione in Italia. La guida.

YouTube e tassazione, quando i creator devono aprire la partita Iva?

I creator di YouTube devono aprire la partita Iva? Quali sono le regole in Italia quando si tratta di dichiarare i guadagni di YouTube al Fisco e come ci si può muovere in questo senso?

Che si tratti di youtuber, blogger, o influencer, è facile che chi guadagna online si trovi di fronte ad alcune problematiche nel momento in cui bisogna andare a dichiarare i propri introiti al Fisco in Italia, anche per mancanza di regole ad hoc.

Esistono, chiaramente, dei modi per farlo, ma sarebbe sempre importante tenere conto del fatto che ogni situazione è diversa ed è quindi importante richiedere il supporto di un commercialista esperto in materia. Ma sicuramente informarsi prima ancora di iniziare a dare il via all’attività di youtuber per evitare sorprese sarebbe buona norma.

Cos’è YouTube e come si guadagna?

YouTube è una piattaforma che riscuote un enorme successo e che, da qualche tempo, ha introdotto anche i video «short» per adeguarsi alla velocità di scorrimento che hanno altre piattaforme. Video veloci da «scrollare» per passare il tempo che si aggiungono a quelli lunghi già in voga da molti anni.

La piattaforma consente agli utenti di avere uno spazio in cui caricare, visualizzare e condividere un larghissimo numero di video su una pluralità di argomenti come ad es. video musicali, tutorial, cartoni animati, recensioni, filmati di intrattenimento e non solo.

I cosiddetti creator digitali di YouTube, ovvero gli ’youtuber’, sono persone che producono e caricano contenuti video sulla piattaforma in oggetto e, non di rado, sono in grado di coinvolgere una base di fan molto fedele e che li segue in ogni loro nuova creazione.

Prima di andare avanti, però, è importante sottolineare che, come per molte altre tipologie di guadagno online tramite advertising, per poter vivere di questo è necessario avere un grandissimo pubblico. Altrimenti c’è il rischio di trovarsi di fronte alla situazione in cui i guadagni online non siano abbastanza per coprire le spese necessarie per rimanere in regola con il Fisco.

Detto questo, gli youtuber hanno un proprio canale e possono richiedere alla piattaforma di venire riconosciuti come partner. Perché questo sia possibile è prima di tutto necessario avere un numero minimo di iscritti, visualizzazioni, e video caricati. Una volta che questo avviene è possibile collegare il proprio account di Google AdSense, così da guadagnare dalle pubblicità.

La popolarità di uno youtuber apre a compensi anche potenzialmente consistenti e, proprio per questo, non è sbagliato domandarsi se sia necessario aprire la partita Iva per esercitare l’attività in questione.

Anche gli youtuber devono (o dovrebbero) porsi il problema di come indicare nella dichiarazione, gli introiti che arrivano dalle inserzioni pubblicitarie che compaiono sui video visualizzati da chi accede al sito. Ciò riguarda in particolare quelle persone che hanno un discreto seguito di follower, persone che essendo però magari poco pratiche di fisco e tasse, potrebbero cadere nell’errore di ritenere che la tassazione dei redditi sia legata ad aver aperto, o meno, la partita Iva.

Ebbene, la questione come vedremo meglio più avanti, non sta in questi termini ed anzi, la dichiarazione dei redditi riguarda tutti i guadagni incassati a ogni titolo, e perciò anche quelli legati alla monetizzazione dei video tramite pubblicità. Ecco i dettagli e quando è necessario aprire una partita Iva.

Lo youtuber deve aprire la partita Iva?

Veniamo ora a un punto che potrebbe presentare alcuni dubbi. Chi inserisce video sulla piattaforma per condivisione, ovvero il creator digitale che produce e carica contenuti su YouTube, deve aprire la partita Iva? Ebbene, l’apertura è necessaria quando:

  • l’attività di creazione e pubblicazione dei video è continuativa, costante e non meramente occasionale,
  • e ciò al di là dell’importo dei guadagni ottenuti.

Lo youtuber che apre la partita Iva dovrà inoltre scegliere il regime tributario applicabile, tra ordinario o forfettario. Quest’ultimo, che agevola il titolare di partita Iva, vale però soltanto se i compensi non oltrepassano gli 85mila euro all’anno.

Soprattutto vale la pena sottolineare che i titolari di partita Iva, anche in regime forfettario, sono obbligati a presentare ogni anno la dichiarazione dei redditi.

Non solo. Sul fronte previdenziale, l’inquadramento varia a seconda dell’impostazione dell’attività:

  • come libero professionista ci si iscrive alla Gestione Separata INPS, versando le aliquote percentuali sul reddito effettivo che supera la soglia di franchigia (5.000 euro);
  • come ditta individuale / commerciante (consigliato se si svolgono anche attività di e-commerce o affiliazioni), occorre l’iscrizione alla Gestione Artigiani e Commercianti INPS, che prevede il versamento di contributi fissi sul minimale d’impresa (con la possibilità di richiedere la riduzione del 35% se si è in regime forfettario).

Perchè per guadagnare con YouTube serve la partita Iva

Per sua natura la professione di youtuber richiede di essere svolta in modo abituale e continuo. Queste due parole però sono anche quelle che implicano la necessità di aprire una partita Iva.

Infatti questa va aperta nel momento in cui si svolge un’attività che sia “abituale e continua”, in opposizione a quelle attività saltuarie che possono venire pagate con la modalità della prestazione occasionale, appunto.

I video, che siano personali o sponsorizzino prodotti di terzi, rimangono online per lungo tempo, così come le pubblicità che vengono inserite all’interno. Inoltre, uno youtuber solitamente deve pubblicare di frequente, per poter mantenere pubblico e visualizzazioni.

Non importa quindi quanto si guadagni, perché non esiste un minimo richiesto per aprire una partita Iva, questo tipo di attività non si può considerare una prestazione occasionale. Siccome però con l’apertura di una partita Iva ci si trova anche di fronte a diversi obblighi e costi fissi, per i piccoli youtuber questa opzione potrebbe non essere possibile. Sarebbe quindi meglio scegliere di attendere un aumento di pubblico in questo caso.

Quale codice Ateco utilizzare?

I codici attività Ateco sono lo strumento fondamentale per l’apertura di una partita Iva, in quanto soltanto così l’attività può essere classificata nel modo corretto ai fini fiscali e contributivi. Ma quali codici indicare per l’inizio dell’attività? Ecco di seguito quelli che fino al 31 dicembre 2024 sono stati maggiormente utilizzati:

  • 73.11.02 (“Conduzione di campagne di marketing e altri servizi pubblicitari”);
  • 73.11.01 (“Ideazione di campagne pubblicitarie”);
  • 73.12.00 (“Attività delle concessionarie pubblicitarie”), ma quest’ultimo codice si rivolge espressamente agli youtuber più popolari, che generano buoni/ottimi incassi grazie ad un’attività massiccia sul canale in termini di video pubblicati e visualizzati da un vasto pubblico di fan;
  • 74.20.19 (“Altre attività di riprese fotografiche”);
  • 74.20.12 (“Attività di riprese aeree nel campo della fotografia”).

Per colmare questa lacuna, è stato introdotto dal 1° gennaio 2025 (ed è pienamente operativo dal 1° aprile 2025) il nuovo codice ATECO 73.11.03 dedicato espressamente alle “Attività di influencer marketing e content creator”, che rappresenta oggi la scelta di riferimento per le professioni digitali.

Si può scegliere il regime forfettario da youtuber?

Per poter portare avanti la professione di youtuber è necessario avere una partita Iva, oppure, alternativamente, si potrebbe anche andare a creare una società di persone o di capitali, in alcune situazioni particolari.

Il problema maggiore della partita Iva sono i costi fissi, ovvero i contributi del regime previdenziale dell’Inps (che però non sono dovuti per quei soggetti che sono già iscritti alla gestione previdenziale dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato).

Un’opzione per ovviare a questo problema può essere la scelta del regime forfettario, per coloro che ne hanno i requisiti. Infatti in questo modo si può andare a usufruire di diversi vantaggi, e dover anche versare dei contributi minori.

Importante ricordarsi due cose riguardo a questo regime, ovvero:

  • non tutti possono sceglierlo;
  • non permette il versamento di un intero anno di contributi Inps.

I guadagni dello youtuber: il programma AdSense

Gli youtuber possono guadagnare attraverso la piattaforma, soprattutto con il Programma Partner di YouTube e altre fonti di reddito legate alla loro presenza sul web. Detto programma di YouTube permette in particolare di monetizzare i video tramite annunci pubblicitari. Infatti quando i video dei creator digitali sono visualizzati da spettatori, possono incassare una percentuale dei ricavi pubblicitari prodotti dagli annunci mostrati al momento della visualizzazione dei video.

AdSense è il nome di questo programma, che contabilizza gli incassi dello youtuber e gli consente di ottenere i pagamenti sul proprio account. In buona sostanza la piattaforma YouTube immette annunci nei video degli youtuber con Google AdSense e gli inserzionisti pagano per mostrare i propri annunci quando i video sono visti. Una parte del ricavo è condivisa con lo youtuber, in base al numero di visualizzazioni e clic sugli annunci pubblicitari.

In Italia i guadagni su YouTube sono legati all’RPM, l’acronimo digitale che indica il ricavo per mille visualizzazioni. Con esso si indica la quantità di denaro guadagnata da un creator per ogni 1.000 visualizzazioni.

La formula per trovare l’RPM prevede di dividere i guadagni totali per il numero di visualizzazioni e poi moltiplicare il risultato per mille.

Facciamo un esempio per capire meglio: se un video guadagna 50 euro totali e ha ricevuto 10.000 visualizzazioni l’RPM si ricava dividendo 50 per 10.000 e moltiplicando per mille: l’RPM in questo caso è 5 euro.

In Italia l’RPM su YouTube è variabile da 0,80 a 4 euro per ogni 1.000 visualizzazioni per i video tradizionali e scende a circa 0,03/0,10 euro per gli shorts.

A influenzare i ricavi, tuttavia, è anche la nicchia del canale (finanza, tecnologia, business hanno un RPM molto più alto rispetto a video generici) e il pubblico (a incidere sul valore della pubblicità sono anche età e interessi del pubblico).

Vediamo un esempio pratico per il calcolo delle entrate. Supponiamo che un video lungo su un canale YouTube ottenga 100.000 visualizzazioni in una nicchia Tech con RPM di 3,5 euro. Il guadagno totale di quel video sarà di 350 euro.

Se un video short, con RPM di 0,05 euro ottiene 500.000 visualizzazioni, invece, il guadagno totale sarà di 25 euro.

Altre fonti di guadagno

Oltre alla pubblicità automatica di AdSense, i creator possono diversificare le entrate tramite:

  • sponsorizzazioni dirette: collaborazioni commerciali con brand per inserire recensioni o citazioni di prodotti nei video;
  • abbonamenti al canale: contributi mensili ricorrenti versati dagli utenti in cambio di badge, emoji o contenuti esclusivi;
  • merchandising: vendita diretta di abbigliamento e oggettistica recanti il brand del canale;
  • superchat e super sticker: micro-transazioni effettuate dai fan per evidenziare i propri messaggi durante le dirette streaming.

Ognuna di queste entrate concorre alla formazione del reddito complessivo e va regolarmente fatturata e contabilizzata.

Obbligo di dichiarazione per lo youtuber senza partita Iva

Cosa succede se uno youtuber incassa somme con la monetizzazione, ma non ha ancora aperto la partita Iva?

In base a quanto previsto dal TUIR, i ricavi percepiti a qualsiasi titolo concorrono alla formazione del reddito imponibile. Se non si ha ancora la partita Iva, le somme vanno dichiarate nei redditi diversi che:

  • concorrono alla formazione del reddito complessivo e vengono assoggettati all’IRPEF con le aliquote ordinarie;
  • vanno indicati nel Quadro D del Modello 730 o nel Quadro RL del Modello Redditi PF .

Indicare la somme come redditi diversi è una soluzione dichiarativa di recupero e non può essere utilizzata nel lungo periodo. Si tratta, infatti, di una soluzione per le somme già percepite, ma se l’attività continua è necessario adeguarsi con l’apertura della partita Iva.