Investire in asset cinesi rappresenta oggi una scommessa ad alto rischio per gli investitori internazionali, non tanto perché la sua crescita sia rallentata: questo è per certi versi fisiologico, a causa dell’incremento della sua struttura economica, ma perché presenta caratteristiche uniche, che minano la prevedibilità necessaria per un investimento “sicuro”.
Uno dei principali rischi per gli investitori è rappresentato dal mercato immobiliare cinese, un settore che è stato per anni uno dei principali motori della crescita economica del Paese, ma che dal Covid ha mostrato segni di crisi.
Alcuni dei maggiori sviluppatori immobiliari cinesi hanno dichiarato bancarotta o sono sull’orlo del fallimento, bloccando ingenti capitali e mettendo sotto pressione le banche che hanno finanziato tali progetti.
Questa delicata situazione ha il potenziale di scatenare una crisi finanziaria più ampia, con effetti a catena sull’economia cinese e, quindi, sui portafogli degli investitori, che per questo motivo hanno da tempo ridotto l’esposizione.
Oltre al settore immobiliare, il sistema bancario cinese presenta un ulteriore fonte di rischio: le principali banche cinesi, sebbene enormi per dimensioni, sono fortemente controllate dalla People’s Bank of China, che a sua volta è sotto il diretto controllo politico del governo e l’acquisto di oro da parte dei cinesi è un segnale che non andrebbe sottovalutato.
L’ingerenza politica statale include nella vita cinese e quindi anche nel sistema bancario include la capacità del governo di ordinare alle banche di modificare tassi d’interesse e altre politiche operative, ed è impensabile nelle economie di mercato. Questo rende il contesto bancario cinese meno trasparente e prevedibile.
Un ulteriore fattore di incertezza è la politica monetaria della Cina. La moneta cinese, il renminbi, il cui cambio è stabilito “a monte” non è liberamente convertibile, il che complica la valutazione degli asset cinesi: se il valore ufficiale della moneta è strettamente controllato dal governo si possono avere fluttuazioni arbitrarie decise in sede politica.
Recentemente, ad esempio, le misure di politica economica cinesi, come l’abbassamento del coefficiente di riserva obbligatoria e dei tassi d’interesse, insieme a una nuova ondata di spesa pubblica - un tentativo di stimolare l’economia stagnante – hanno portato ad un rimbalzo dei mercati azionari, che lascia perplessi per la sua intensità.
E’ lecito quindi domandarsi se la volatilità osservata in questi giorni sia segno di salute reale o anzi evidenzi come le manovre governative possano influenzare improvvisamente i mercati, creando un ambiente speculativo che può rendere difficile prevedere i rendimenti futuri.
Un altro aspetto da considerare è il ruolo della Cina nello «shadow banking» e nel mercato delle criptovalute. Questi mercati non regolamentati presentano ulteriori fonti di rischio, poiché operano fuori dal controllo delle autorità internazionali come il Financial Stability Board, lasciando gli investitori esposti a una vasta gamma di pericoli, dalle frodi alla mancanza di trasparenza nei flussi finanziari.
In conclusione, inserire asset cinesi in un portafoglio di investimenti è una scelta rischiosa, che richiede un’attenta valutazione del profilo di rischio del cliente e non solo delle complesse dinamiche economiche, politiche e finanziarie del Paese.
Mentre la Cina rimane un attore fondamentale nell’economia globale, la sua gestione interna centralizzata, il controllo governativo su banche e mercati e la fragilità del suo settore immobiliare rendono gli investimenti in titoli cinesi una scommessa che potrebbe non valere il rischio per molti investitori, soprattutto nel lungo termine.