Secondo l’analisi di Bank of America, la Nuova Zelanda emerge come la destinazione ideale per coprirsi dai rischi di shock gravi legati a un intenso El Niño sulle catene di approvvigionamento alimentare mondiali.
L’analista Oliver Levingston ha sottolineato che storicamente questo fenomeno climatico si è accompagnato a diffuse perdite di raccolto nelle principali regioni esportatrici, rischi oggi amplificati da prezzi elevati dei fertilizzanti e da interruzioni residui nelle catene logistiche. Un evento di forte intensità pone minacce crescenti alla sicurezza alimentare globale, mentre le carenze di input fertilizzanti sono state ulteriormente aggravate dagli sviluppi nello Stretto di Hormuz.
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Le caratteristiche favorevoli
Per la Nuova Zelanda, la cui economia dipende in misura eccezionale dalle esportazioni agricole rispetto agli altri mercati del G-10, un prolungato disagio nell’offerta mondiale di cibo si tradurrebbe probabilmente in uno shock positivo dei termini di scambio. I mercati potrebbero iniziare a scontare un quadro più favorevole, generando un rischio al rialzo per il dollaro neozelandese, il cosiddetto kiwi, con aspettative di un apprezzamento netto.
Il contesto attuale rende particolarmente rilevante questa lettura. Secondo l’aggiornamento di agosto 2026 del Climate Prediction Center della NOAA, esiste una probabilità superiore al 90 per cento di un El Niño molto forte durante l’autunno e l’inverno boreale 2026-27, con possibilità elevate che l’anomalia di temperatura superficiale del mare nella regione Niño-3.4 superi i 2 °C e, in alcuni scenari, raggiunga livelli storici.
Il fenomeno del Niño
Le proiezioni di metà agosto indicano una probabilità intorno al 95 per cento di un evento molto intenso tra ottobre e dicembre, con modelli che prospettano picchi potenzialmente superiori ai precedenti record del 1997-98 e del 2015-16. Questo rafforzamento avviene in un quadro già fragile: le interruzioni legate al conflitto nello Stretto di Hormuz, che canalizza circa un quinto del commercio marittimo mondiale di fertilizzanti, hanno fatto salire i costi degli input agricoli, mentre i prezzi dei fertilizzanti restano elevati e le catene di approvvigionamento globali mostrano ancora segni di stress residui.
Gli effetti storici e previsti di un El Niño di questa portata sulle materie prime agricole sono ampiamente documentati. Ogni forte episodio degli ultimi 55 anni ha ridotto la produzione di cacao, mentre la siccità in Vietnam e Indonesia potrebbe tagliare significativamente le rese di caffè robusta. In India e Thailandia le produzioni di zucchero hanno registrato cali tra il 7 e il 26 per cento in eventi passati, e le stime per un episodio anche solo moderato parlano di una possibile riduzione di un milione di tonnellate metriche in India.
Il grano australiano e argentino appare particolarmente esposto, con potenziali cali della produzione australiana tra il 20 e il 60 per cento in caso di siccità severa. Analisi di Goldman Sachs hanno quantificato un possibile balzo del 15,8 per cento nei prezzi delle materie prime alimentari globali, con un impatto negativo del 14,3 per cento sulla produzione agricola mondiale, equivalente a circa 342 miliardi di dollari di output perso. JPMorgan ha avvertito che la combinazione di carenze di fertilizzanti e di un El Niño “super” potrebbe spingere l’inflazione alimentare a un tasso annualizzato del 5 per cento nella prima metà del 2027, con effetti a cascata sui prezzi al dettaglio.
Perché la Nuova Zelanda risente meno del climate change?
In questo scenario la posizione della Nuova Zelanda risulta strutturalmente diversa. Il settore food and fibre del paese è destinato a generare un record di 64,3 miliardi di dollari neozelandesi di ricavi da esportazione nell’anno fino a giugno 2026, in aumento del 6 per cento rispetto all’anno precedente. Il solo settore lattiero-caseario dovrebbe contribuire con 28,6 miliardi, pari a quasi la metà di tali guadagni e a circa il 22,1 per cento delle esportazioni mondiali di latticini, confermando la Nuova Zelanda come il principale esportatore singolo a livello globale. Circa il 95 per cento della produzione di latte nazionale viene esportata, e i latticini rappresentano una quota rilevante delle esportazioni di merci complessive.
L’agricoltura, silvicoltura e pesca contribuiscono direttamente intorno al 5,4 per cento del PIL, ma il loro peso sulle esportazioni di merci è di gran lunga superiore, con i prodotti agroalimentari che storicamente superano i due terzi del totale in alcune misurazioni. Rispetto agli altri paesi del G-10, questa esposizione è anomala e rende l’economia particolarmente sensibile ai prezzi internazionali delle commodity agricole.
Sebbene a livello locale un El Niño possa aumentare il rischio di siccità nelle regioni orientali e settentrionali, con potenziali riduzioni della produzione di latte stimate storicamente tra il 3 e il 5 per cento e un impatto sul PIL compreso tra lo 0,3 e lo 0,8 per cento in episodi intensi, il bilanciamento globale gioca a favore. Un aumento dei prezzi mondiali dei prodotti alimentari, spinto dalle perdite di raccolto altrove e dalla stretta sugli input, migliora i termini di scambio neozelandesi. Questi hanno già raggiunto livelli record alla fine del 2025, il più alto in 276 trimestri dal 1957, e un ulteriore rialzo dei prezzi delle esportazioni agricole rispetto a quelli delle importazioni rafforzerebbe ulteriormente la posizione. I mercati, secondo Bank of America, potrebbero anticipare questo miglioramento, sostenendo un apprezzamento del kiwi. In passato, miglioramenti dei termini di scambio hanno spesso sostenuto la valuta, anche se l’effetto netto dipende dall’equilibrio tra guadagni di prezzo e eventuali perdite di volume produttivo interno.