La Belt and Road Initiative della Repubblica Popolare Cinese ha compiuto dieci anni nelle scorse settimane e tra fine settembre e inizio ottobre la “Nuova Via della Seta”annunciata da Xi Jinping in Kazakistan nel 2013 ha celebrato il sorpasso di quota 1.000 miliardi di dollari di investimenti deliberati.
La Bri, a cui l’Italia si è unita col Memorandum del 2019 firmato dal governo Conte I e che ora Giorgia Meloni potrebbe non riconfermare, tra alti e bassi sta indubbiamente dimostrandosi un fattore di cambiamento della geo-economia globale. In senso, al contempo, cooperativo e competitivo.
La via cooperativa alla Bri
Competitivo, da un lato, perché la Bri trainata dai prestiti e dagli investimenti cinesi ha sicuramente risvegliato il peso strategico della connettività commerciale e infrastrutturale e mostrato un indubbio dinamismo di molte economie nella corsa a realizzare progetti di vario tenore.
Coi 148 Paesi della Bri, la Cina commerciava per 1 trilione di dollari complessivi nel 2013. Ora siamo proiettati verso il superamento dei 2 nel 2022, un incremento annuo dell’8% al netto di crisi come quella del Covid. Poco prima della quale, nel 2019, uno studio della Banca Mondiale ricordava che che, se implementato pienamente, “il programma Bri ha il potenziale per far uscire dalla povertà moderata 32 milioni di individui, definiti come quelli con un reddito giornaliero inferiore a 3,2 dollari. Potrebbe anche contribuire ad un aumento massimo del 6,2% nel commercio globale, con le economie partecipanti alla Bri che sperimenteranno un incremento ancora più significativo fino al 9,7%” e a un +2,9% strutturale di crescita del Pil globale annuo entro la metà del secolo.
Si è sdoganata, inoltre, la centralità di Stati emergenti nell’economia internazionale: dal Kazakistan al Pakistan, passando per diversi Stati africani come l’Egitto, molti attori hanno guardato con attenzione ai piani cinesi. La cui conseguenza è stato un contributo, inoltre, alla distensione iraniano-saudita e alla triangolazione per nuovi progetti energetici e di cooperazione economica.
Il versante competitivo
D’altro canto proprio l’ascesa cinese insita nella Bri e nei paralleli piani su industria, manifattura, tecnologia ha alimentato la volontà di contrasto alla Repubblica Popolare da parte degli Stati Uniti. Per questo il Giano Bifronte Bri vede un fronte di competitività a fianco del piano cooperativo.
I Paesi occidentali a guida Usa sono stati svegliati dal loro torpore sulle politiche di sviluppo e assistenza cooperativa ai Paesi più in difficoltà dalle manovre di Pechino, e questo ha prodotto una partita su più livelli, ove la rivalità politico-diplomatica si è sommata ad altri piani inizialmente distinti. Emerge in quest’ottica, ad esempio, la precisa volontà statunitense di accelerare il decoupling industriale su settori ritenuti critici. Il reshoring lascia spazio al friend-shoring, l’attrazione di investimenti nei Paesi amici dell’Occidente in campi come l’innovazione di frontiera, la microelettronica, le tecnologie per l’energia e la difesa. Con l’idea di un imperialismo economico cinese in testa, questo ha creato un focus continuo sul legame tra sicurezza nazionale e sviluppo economico in Occidente che la pandemia ha accentuato. Contribuendo a un deterioramento dei vincoli strutturali sull’economia tra Cina e Occidente.
Quale futuro: una Bri una e trina?
Ci si interroga ora su quale futuro Xi Jinping intenderà dare al grande piano della Bri. La sensazione è che oltre alla cooperazione infrastrutturale, già avviata, la Bri possa farsi una e trina, aprendo dei filoni di cooperazione tra Pechino e i Paesi partner su obiettivi precisi e non solo sugli investimenti e il commercio. Negli ultimi tempi la Cina sta riformulando la sua strategia globale. Tre nuove iniziative faro, la Global Development Initiative (Gdi), la Global Security Initiative (Gsi) e la Global Civilization Initiative (Gci), mirano ad aggiungere una spina dorsale concettuale a una Cina più impegnata a livello globale sul piano macroeconomico
La Gdi, lanciata nel 2021, mira a fornire aiuti economici e tecnologici ai paesi in via di sviluppo per aiutarli a raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. In particolare, la Gdi si concentra sulla sicurezza economica, la salute e l’istruzione. La Gsi, promossa nel 2022, ha nel mirino l’obiettivo di promuovere la cooperazione internazionale in materia di sicurezza. Essa pone come suo caposaldo il principio di non interferenza reciproca e l’opposizione all’egemonia di una sola potenza. Ultima a nascere, la Gci, nata nel 2023, mira a promuovere il dialogo e la comprensione tra le diverse civiltà. Parliamo di una vera sfida egemonica compiuta dentro, non contro, la globalizzazione a guida Usa. Per plasmarla, conquistarla dall’interno, smussarla. Non per ribaltarla, ma per usarla in forma funzionale a un sistema multipolare. Tra sfide e questioni politiche varie, la Bri vive e lotta. E plasmerà a lungo una rivalità tra Cina e Usa che ormai ha assunto la forma di una nuova Guerra Fredda.