Niente più sabato libero, in Grecia, e ritorno alle otto ore giornaliere di lavoro: altro che le 35 ore settimanali della Francia, antesignana di questa misura introdotta dai Socialisti al governo e mai più revocata che ha influito assai positivamente sulle dinamiche demografiche dando più tempo alle famiglie per dedicarsi al tempo libero ed ai figli.
E niente a che vedere anche rispetto al dibattito più recente, incentrato sui pro e sui contro dello smart-working e della prospettiva di ridurre la settimana lavorativa a cinque giorni, come si è deciso di fare in Belgio.
Sono tornati indietro di vent’anni, in Grecia, dopo essere stati intossicati dalla finanza speculativa che poi l’ha devastata senza pietà: nel 2001, il pil ellenico era di 189 miliardi di euro, praticamente un decimo dell’Italia. Ma, diversamente da noi che praticavamo l’austerità permanente per ridurre il debito pubblico, i Greci si erano dati alla pazza gioia, indebitandosi come mai prima: nel 2007, alla vigilia della Grande Crisi Americana, in termini reali il pil era arrivato a 240 miliardi di euro, con una crescita sbalorditiva del 28,4%.
Una dinamica stratosferica se si pensa che nello stesso periodo la Germania era cresciuta del 9,5% e l’Italia del 7,9%: un miracolo dovuto all’enorme debito contratto all’estero con le banche francesi e tedesche, sotto lo sguardo assente di tutte le autorità. Basta pensare che la bilancia dei pagamenti correnti aveva accumulato un disavanzo di 137 miliardi di dollari, una cifra paragonabile al passivo dell’Italia che era stato di 101 miliardi di dollari ma che era dieci volte più grande. Il debito pubblico era passato dai 163 miliardi di euro del 2001 ai 264 miliardi del 2008, ma il rapporto sul pil era stato inchiodato dalla crescita in termini reali e dalla componente inflazionistica che era stata altrettanto elevatissima, con un +21,7% dei prezzi rispetto al +14,2% dell’Italia ed al +10,1% della Germania.
Il quindicennio successivo, tra crisi e “salvataggio”, dal 2010 al 2024, non ha fatto altro che riportare la Grecia al punto di partenza, al 2001: in termini reali, alla fine di quest’anno il pil di Atene dovrebbe essere di 198 miliardi di euro, quando era stato di 189 miliardi nel 2001.
La verità è che i conti esteri della Grecia sono sempre in rosso: dal 2011 al 2024 ha accumulato un ulteriore disavanzo di 157 miliardi di dollari della bilancia dei pagamenti correnti, con un passivo che oscilla sempre tra il 6-10% del pil, mentre l’Italia ha ribaltato in positivo la sua posizione deficitaria accumulando un surplus di 362 di dollari: un risultato ottenuto a caro prezzo, avendo abbattuto in modo draconiano la domanda interna ed il costo del lavoro. La cosiddetta “generazione dei mille euro al mese”, ora ne guadagna sì e no la metà.
La Grecia importa ancora troppo dall’estero e produce ancora poco all’interno: il turismo non basta a riequilibrare i conti di una nazione che dipende dall’estero.
Questo è il problema ancora irrisolto della Grecia, affrontato sotto il profilo della finanza pubblica e troppo poco dal punto di vista del sistema economico generale: per questo si discute della necessità di lavorare di più, mantenendo invariati i salari.
Il problema è la reindustrializzazione del Paese, ma in un sistema di libera circolazione la Grecia non ha alcun vantaggio competitivo da mettere sul tappeto: i giovani laureati sono emigrati in massa alla ricerca di migliori opportunità, il costo dell’energia e dei trasporti sono più cari che altrove vista la insularità, lo Stato non ha più né risorse né imprese pubbliche su cui contare.
L’Unione europea è un sistema che si basa sulla competizione e non sulla cooperazione al fine di evitare che alcuni Paesi si arricchiscano sempre di più ed altri che si impoveriscano di conseguenza, a meno di non ridurre i salari in modo brutale.
Questa è la triste realtà, di un inutile pianto greco.