Vi spiego perché il governo Biden-Harris ha offeso le 3.000 vittime dell’11 settembre

Glauco Maggi

6 Agosto 2024 - 06:42

Il pasticciaccio è l’accordo giudiziario del Pentagono, annunciato dieci giorni fa, con la “mente” dell’attentato alle Torri gemelle Khalid Sheick Mohammed (KSK).

Vi spiego perché il governo Biden-Harris ha offeso le 3.000 vittime dell’11 settembre

Il pasticciaccio di Guantanamo è, speriamo, l’ultimo degli atti di politica estera del governo Biden-Harris. Tutti esecrabili, a partire dallo sgombero dell’Afghanistan riconsegnato ai Talebani, con 13 soldati USA uccisi e miliardi di attrezzature militari abbandonate al nemico, la più ingloriosa ritirata dei marines dal tempo del Vietnam. Per passare poi alla “riapertura” all’intesa nucleare con l’Iran, con i miliardi sbloccati per la finzione di fermare la corsa di Teheran verso la sua bomba atomica.

Il pasticciaccio è l’accordo giudiziario del Pentagono, annunciato dieci giorni fa, con la “mente” dell’attentato alle Torri gemelle Khalid Sheick Mohammed (KSK). In base a questo, KSK si sarebbe dichiarato di lì a qualche giorno colpevole della morte di quasi 3mila persone in cambio della garanzia di non essere condannato all’esecuzione capitale, ma all’ergastolo. Le proteste delle famiglie delle vittime, e del leader repubblicano del Senato, hanno fermato questo scempio alla giustizia, costringendo il ministro della Difesa a fare marcia indietro: ha assunto lui la direzione del processo, che andrà avanti per almeno un altro anno. Non è più esclusa, ora, una condanna a morte: bisognava rimetterla sul tavolo come prospettiva, perché a 100 giorni dal voto la grazia a KSK suonava malissimo.

“L’accordo sulla dichiarazione di colpevolezza fatto con i terroristi - compreso KSK, il cervello dell’attacco dell’11 settembre 2001 che uccise migliaia di americani - è una ributtante abdicazione della responsabilità del governo di difendere l’America e fare giustizia’, ha detto in un comunicato a caldo il capo dei senatori del GOP Mitch McConnell. “La sola cosa peggiore del patteggiare con i terroristi è patteggiare con loro quando sono sotto custodia. Le famiglie delle loro vittime e il popolo americano meritano giustizia reale. Nella stessa settimana in cui Israele ha eliminato alcuni dei più fidati fantocci dell’Iran, la decisione dell’Amministrazione di risparmiare questi killer di massa dalla pena di morte è una pastiglia particolarmente amara. Nel frattempo il governo Biden-Harris sta ancora cercando di rimettere in libertà nel mondo altri terroristi di Guantanamo. La vigliaccheria dell’amministrazione a cospetto con il terrore è una disgrazia nazionale”.

In effetti, il messaggio dato con l’accordo che avrebbe salvato la vita di KSLK e di due suoi scherani è quello di un approccio inadeguato, imbarazzante, del governo Biden-Harris. In un periodo in cui il nuovo terrorismo “di stato” di Hamas, degli Houthi, degli Hetzbollah, sponsorizzato dal regime di Teheran, attacca Israele, e l’America suo storico alleato, il pasticciaccio di Guantanamo non ci voleva proprio.
A me, ha molto colpito come americano, e come newyorkese, per le ferite personali che ha riaperto. Nemmeno l’avevo mai contemplata, come possibilità, la grazia a KSK. In Italia so che non c’è la pena di morte, ma negli Stati Uniti invece c’è. E se anche ci sono pochissimi casi in cui uno si immagina, e accetta, che possa essere applicata, e giustificata, questo è uno.
Ho due ricordi vividi che mi legano all’11 settembre, e mi sono venuti in mente nel momento in cui ho saputo della pessima notizia della grazia.

Il primo è legato all’attentato, di cui la mia famiglia ha direttamente subito le conseguenze. Nessuno di noi ha perso la vita, ma abitavamo a Battery Park, e abbiamo perso la casa. Scesi a vedere che cosa stesse succedendo, dopo l’ingresso del primo aereo nella prima torre, non siamo mai potuti più rientrare. L’appartamento nostro rimase inagibile per diversi mesi, come tutti quelli del Gateway Plaza sulla West End, e facemmo trasloco. Nostra figlia dovette cambiare scuola perché la sua, a 300 metri dalle torri, fu chiusa per un anno. Divenne “scena di guerra” e fu occupata dall’FBI. Io e mia moglie Maria Teresa Cometto fummo testimoni oculari, da sotto le torri in fiamme, di decine di persone che si buttarono senza speranza, e ne scrivemmo sulla prima pagina del Corriere e della Stampa.

Non dimenticherò mai un giorno così. A noi, che eravamo da un anno a New York e non avevamo un piano in testa sul nostro futuro, ci trasformò in newyorkesi e ci convinse a rimanere. E oggi possiamo dire “per sempre”.
Qualche anno dopo, nel maggio del 2005, altro ricordo. Per scrivere un articolo per La Stampa ero andato alla conferenza stampa nella Trump Tower in cui Donald Trump, allora solo un immobiliarista e da poco un personaggio televisivo con “The apprentice” lanciò la sua proposta per la ricostruzione fedele delle due vecchie Torri Gemelle. Lui era contro il piano di Libeskind che prevedeva una sola torre, piano che poi avrebbe prevalso. “Non si dovrebbe permettere la costruzione della Freedom Tower”, disse allora Trump. “Non è giusta per Downtown Manhattan, non è giusta per Manhattan, non è giusta per gli Stati Uniti, e non è giusta per la libertà. La sola cosa buona per il palazzo, da un punto di vista architettonico, è il nome Freedom Tower”. Al suo posto, Trump propose di ricostruire le due torri come erano, ma un piede più alte per dare uno schiaffo ad Al Qaeda. Trump aveva di certo le sue brave ragioni d’affari (come gli altri progetti, del resto), ma l’idea di non darla vinta ai terroristi con la replica fedele delle vecchie torri aveva una sua forza patriottica. Che non fu accolta.

Adesso il pasticciaccio di Guantanamo ha riaperto una ferita, sono convinto, non solo in me ma in milioni di newyorkesi che ricordano quel giorno. Era stato un atto di guerra quello di Al Qaeda, e i nemici, terroristi senza se e senza ma, e senza alcun ‘diritto d’onore’ riconosciuto ai combattenti tradizionali dai patti internazionali, dovevano avere solo una fine. Del resto, dal momento in cui era stato chiaro il ruolo di Osama Bin Laden, tutti noi a New York (e nel mondo libero, spero) aspettavamo la sua punizione. Non un processo eterno, proprio la punizione finale. Obama, gli va dato atto, fece quello che era giusto fare e diede l’ordine di attacco ai Navy Seals quando il capo di Al Qaeda fu finalmente individuato. Le cronache dicono che, nella situation room di allora, il vice Biden si era espresso contro l’azione militare. Adesso, è stata la magistratura militare di Biden, diventato presidente, a tentare di graziare il cervello della operazione di attacco nemico agli USA più sanguinoso della storia.
Dopo due decenni di scartoffie giudiziarie, la punizione non c’è, e chissà se ci sarà. Non penso di essere solo io, tra coloro che hanno vissuto quel giorno a New York, a provare un senso di vuoto, di giustizia ferita e incompiuta.