Dopo tre anni di guerra in Ucraina, gli USA hanno compreso che la potenza militare convenzionale della Russia è relativamente modesta. Di conseguenza, mantenere una forte presenza militare in Europa senza ottenere adeguate contropartite appare sempre meno giustificabile.
Parallelamente, la minaccia nucleare tattica russa perde rilevanza proprio a causa della debolezza convenzionale di Mosca, mentre quella strategica può essere contenuta con le strutture già operative degli USA, che risultano decisamente più economiche ed adeguate.
Per rilanciare la propria supremazia globale, diventa quindi conveniente per Washington un accordo con la Russia, idealmente in chiave anti-Cina. Questo non implicherebbe solo una spartizione dell’Ucraina, ma dell’Europa stessa, ridefinendo le aree di influenza. Anche qualora la Russia non si schierasse completamente contro Pechino, sarebbe comunque sufficiente avvicinarla agli interessi statunitensi, consolidando il suo controllo su una parte del continente europeo.
In questo nuovo scenario, la NATO perde la sua ragion d’essere. Non a caso, il recente vertice di Londra ha segnato il primo incontro dell’ex NATO, svoltosi senza la partecipazione degli USA. Questo sancisce un crollo definitivo della fiducia europea nei confronti di Washington.
A sottolineare l’eccezionalità della situazione, il Regno Unito – attraverso l’impiego della famiglia reale, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale – come dimostrano la presenza di Re Carlo accanto a Zelensky e l’invito rivolto a Trump a Balmoral.
Tuttavia, la costruzione di un sistema militare-industriale europeo realmente efficace richiede almeno un decennio di investimenti ingenti. Nel frattempo, l’Europa resta in una condizione di estrema vulnerabilità e dipendenza strategica.
Questa fase di transizione apre una finestra di opportunità cruciale per Putin, che ha tutto l’interesse a mantenere un’economia di guerra funzionale al controllo interno e alla ricostruzione della potenza militare russa.
Parallelamente, il Cremlino, con l’aiuto degli USA, potrebbe mettere in atto una serie di operazioni di guerra ibrida per paralizzare l’Europa:
- Riattivazione del Nord Stream 2, gas russo ma gestito dagli Stati Uniti. Questo garantirebbe energia a basso costo all’Europa, mantenendo la popolazione in uno stato di acquiescenza e legittimando, di fatto, il sacrificio dell’Ucraina.
- Occupazione di aree marginali come Transnistria e Moldova**, territori per cui l’Europa non sarebbe disposta a entrare in guerra, rafforzando così l’idea che il nuovo status quo sia accettabile.
- Pressione sulla Romania, dove recentemente si sono svolte esercitazioni della NATO. Il ritiro delle truppe americane servirebbe sia a Trump per dimostrare una riduzione delle spese militari, sia a Putin per evitare che parte dell’esercito rumeno venga inviato in Ucraina come forza deterrente o di peacekeeping.
L’Europa tenta di affrancarsi da questa dipendenza strategica, ma il percorso è accidentato, sia dal punto di vista militare che economico. È probabile che gli USA impongano dazi alle economie europee sulla base delle loro scelte politiche.
L’Italia si trova in una situazione di impasse. Il governo Meloni include una componente filo-russa, ma lo stesso varrebbe per qualsiasi alternativa politica. Un eventuale «sacrificio nobile» non avrebbe quindi effetti significativi sulla politica estera del Paese.
Trump potrebbe temporaneamente garantire all’Italia un «rapporto privilegiato», con dazi meno severi rispetto ai Paesi considerati più ostili. La Meloni, a sua volta, ha interesse a temporeggiare con i partner europei che vorrebbero creare una coalizione di stati più autonomi dagli USA. Tuttavia, nel medio-lungo termine, questa strategia rischia di danneggiare ulteriormente la reputazione dell’Italia in ambito internazionale.
Le conseguenze di questo scenario sugli investimenti potrebbero essere le seguenti:
- Aumento significativo degli investimenti in difesa, con l’industria italiana relegata a un ruolo marginale a causa del nostro minore coinvolgimento nelle iniziative europee.
- Impatto ridotto dei dazi sulle esportazioni italiane, almeno nel breve termine.
- Prezzo dell’energia contenuto, grazie alla possibile riattivazione delle forniture di gas russo.
- Ripresa delle relazioni economiche con la Russia, seppur in un contesto geopolitico ancora instabile.