Una multinazionale svizzera ha licenziato 70 dipendenti toscani in videochiamata

P. F.

8 Gennaio 2026 - 15:01

Il gruppo industriale svizzero Oerlikon ha licenziato tramite videochiamata 70 dipendenti di Amom, storica azienda aretina di bigiotteria attiva sin dagli anni Sessanta.

Una multinazionale svizzera ha licenziato 70 dipendenti toscani in videochiamata

Inizio d’anno drammatico per 70 dipendenti toscani. La multinazionale svizzera Oerlikon ha confermato la chiusura di Amom, storica ditta di bigiotteria di Badia Al Pino (Arezzo). Nell’ultimo giorno del 2025, il gruppo industriale di Freienbach ha licenziato con effetto immediato tutti i 70 impiegati dell’azienda aretina tramite videochiamata.

A nulla è servito l’ultimo incontro tra i sindacati Fiom Cgil, Confindustria e i rappresentanti di Oerlikon: “Abbiamo chiesto il ritiro della procedura di licenziamento collettivo e hanno risposto di no. Abbiamo proposto l’attivazione di ammortizzatori sociali conservativi e ci hanno detto ancora di no”, hanno spiegato i dirigenti Fiom Antonio Fascetto e Gianni Rialti.

Le ragioni dietro la cessazione delle attività di Amom

E pensare che, solo pochi anni fa, Amom era considerata una vera e propria fabbrica gioiello nel settore della bigiotteria e del lusso, al punto da vantare collaborazioni con marchi iconici come Prada e Dior.

Fondata negli anni Sessanta dalla famiglia Veneri, l’azienda rappresentava un fiore all’occhiello per il settore grazie al suo approccio innovativo e all’utilizzo di tecnologie all’avanguardia. Poi, nel 2021, è cominciato il declino: la cessione al gruppo Riri, specializzato nella produzione di accessori metallici e zip, poi confluito a sua volta nella holding Oerlikon, ha sancito l’inizio della fine per Amom.

Dopo l’acquisizione da parte del colosso svizzero, attivo in diversi settori della tecnologia avanzata, tra cui la produzione di sistemi per cannoni antiaerei e per la difesa navale, il fatturato dell’azienda toscana è crollato improvvisamente da 13 a 7 milioni di euro.

Secondo il rappresentante sindacale Lorenzo Casini, il brusco tracollo della società sarebbe stato deciso a tavolino da Oerlikon, che avrebbe dirottato i clienti “verso altri stabilimenti del gruppo che realizzavano gli stessi prodotti”, con il preciso obiettivo di chiudere la fabbrica. Conseguentemente a questi risultati, il calo della forza lavoro dello stabilimento si è intensificato con il ricorso alla cassa integrazione, al contratto di solidarietà e, infine, al licenziamento collettivo.

La posizione dei sindacati

Dopo l’esito negativo degli incontri tra i rappresentanti di Oerlikon e i sindacati, la vertenza passa ora a livello regionale, con un tavolo convocato per il prossimo 14 gennaio. Nel frattempo, i lavoratori coinvolti nel procedimento hanno tenuto la prima assemblea nei locali della fabbrica di Badia Al Pino, dove è stata presa la decisione di manifestare sotto la sede della Regione Toscana a Firenze, luogo designato per il prossimo incontro tra le parti.

Inoltre, Emiliano Fossi, deputato e segretario del PD in Toscana, ha annunciato l’intenzione di avviare un’interrogazione parlamentare sul caso, condannando apertamente il comportamento della multinazionale svizzera:

“Licenziare settanta lavoratrici e lavoratori con una videochiamata improvvisata è un atto di arroganza inaccettabile e una violazione grave della dignità del lavoro. Qui non siamo di fronte solo a una crisi industriale, ma a un comportamento irresponsabile che cancella ogni rispetto per le persone, per le relazioni sindacali e per un territorio già messo alla prova. Trattare lavoratrici e lavoratori come comparse da liquidare da remoto è indegno di un paese civile. Il governo non può voltarsi dall’altra parte mentre multinazionali che hanno beneficiato di ammortizzatori sociali e interlocuzioni istituzionali decidono unilateralmente di chiudere, rendendo inutili tavoli e impegni già assunti. Ho chiesto verifiche immediate sulla legittimità delle procedure e l’attivazione di un tavolo nazionale di crisi”.

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