Contabilità dei bonus edilizi: minaccia per i conti pubblici o scusa per colpire l’edilizia?

Raphael Raduzzi

19/01/2023

La questione di come contabilizzare i crediti d’imposta dei bonus energetici viene utilizzata dal Governo per affossare il Superecobonus

Contabilità dei bonus edilizi: minaccia per i conti pubblici o scusa per colpire l’edilizia?

In questi giorni, il Ministero dell’Economia e delle Finanze sembra voler giocare con il fuoco.

Infatti, rispondendo ad un’interrogazione parlamentare in commissione finanze, ha ribadito che nei prossimi giorni vi saranno ulteriori incontri tra l’Istat, la ragioneria generale dello Stato e l’Eurostat sulla contabilizzazione dei crediti d’imposta legati ai bonus edilizi, Ecobonus e Superecobonus in primis.

La questione potrebbe apparire come una sterile discussione tecnica per gli appassionati di contabilità, eppure nasconde molto di più.

Per riassumere la vicenda possiamo partire da quando nel maggio 2021 la ragioneria di Stato fece stralciare in Aula una proposta, votata da tutta la commissione bilancio del Senato, da destra a sinistra, volta ad ampliare la cedibilità dei crediti d’imposta di Industria 4.0 sul modello del Superecobonus.

Una misura che in tempo di pandemia avrebbe certamente dato liquidità alle imprese.

Già allora la ragioneria si premurò di stoppare la proposta perché Eurostat avrebbe ‘recentemente cambiato avviso’ sul trattamento contabile dei crediti d’imposta cedibili. In essenza i crediti d’imposta vengono attualmente divisi in due macro-categorie: pagabili e non-pagabili.
I crediti che rientrano nella prima categoria sono quelli per cui, con ragionevole certezza, si può prevedere che saranno fruiti integralmente dal beneficiario, ad esempio perché utilizzabili in più di una annualità, al di là della sua capienza fiscale. I crediti non-pagabili, all’opposto, non rappresentano per lo Stato una spesa certa nella sua interezza perché tutto il credito d’imposta non fruito in un anno viene perso dal beneficiario.

I crediti d’imposta legati all’edilizia, in ossequio alle normative europee, erano quindi sempre stati trattati come non-pagabili poiché se un beneficiario che aveva diritto ad un credito d’imposta, ad esempio per 5 anni, ed in una di queste annualità non aveva capienza fiscale, perché mettiamo caso temporaneamente disoccupato o perché con reddito inferiore, la parte residuale andava persa.

Per le casse dello Stato questa differenza non è affatto secondaria, dato che comporta un costo totalmente diverso. Nel caso dei crediti non-pagabili infatti, la spesa sul deficit e quindi l’impatto sul debito, può essere differita negli anni in cui i beneficiari riscuotono il credito (5 o 10 anni a seconda del bonus), come ora accade. Ciò vuol dire che lo Stato mette a bilancio anno per anno la quota dei crediti d’imposta che deve corrispondere ai beneficiari. Nel caso dei crediti pagabili invece, lo Stato deve anticipare tutto l’importo nella prima annualità come fosse una spesa immediata.

Quindi, ad oggi, i crediti d’imposta del superbonus sono pagabili o non-pagabili?

E’ proprio intorno a ciò che si sviluppa la contesa. Perché a seguito dello stop della normativa di maggio 2021 che estendeva il meccanismo di cessione, Eurostat ha temporanemente indicato i bonus edilizi ancora come non pagabili. Ma nella risposta contraddittoria del MEF, il Governo lascia intendere, in un certo senso smentendosi da solo, che ci potrebbero essere futuri sviluppi negativi.

Il che sarebbe totalmente assurdo, perché porterebbe a riclassificare oltre 68 miliardi di crediti d’imposta (dato aggiornato a dicembre 2022) innescando una vera e propria bomba per i conti pubblici: il deficit ed il debito pubblico andrebbero alle stelle dalla notte al mattino.

Ed infatti, nella risposta si cita il fatto che il gruppo di lavoro sulle questioni metodologiche delle statistiche EDP (Excessive Deficit Procedure) avrebbe recentemente aggiornato la sezione sui crediti d’imposta del Manuale sul deficit e sul debito del Governo pubblicato dall’Eurostat. Ora questa nuova versione non è ancora disponibile, ma dando per buona risposta del governo, la nuova classificazione tra crediti pagabili e non-pagabili sarebbe basata su tre criteri: la differibilità ad annualità successive del credito, la possibilità di compensare il credito con qualsiasi tipo di imposta o contributo sociale e new entry la cedibilità.

I crediti d’imposta edilizi rispetterebbero dunque in pieno già due criteri su tre, ciononostante il MEF non solo invoca lo spettro di una riclassificazione in toto di 68 miliardi di euro di spesa, ma utilizza questo tema per impedire ogni normativa che sblocchi la cessione dei crediti già ampiamente limitata dal Governo Draghi.

Eppure, il Ministero dell’Economia dovrebbe essere più trasparente sulle interlocuzioni con l’Eurostat: se ad oggi i crediti non sono ancora stati riclassificati anche alla luce degli aggiornamenti, perché impedire che la normativa funzioni?

Giocando col fuoco dei conti pubblici il Ministero rischia di rimanere scottato, questa volta però non più dalla riclassificazione dei crediti d’imposta, ma da tutte le istanze di fallimento delle aziende del settore edile, quello che ci ha permesso di recuperare i punti di PIL persi in pandemia, quello che anche questo Governo pare essersi dimenticato.