Un’inchiesta del New York Times smonta il mito di Sam Altman, CEO di OpenAI

P. F.

9 Aprile 2026 - 09:26

Un’inchiesta del New Yorker su Sam Altman ha raccolto testimonianze critiche di ex collaboratori nei confronti del CEO e fondatore di OpenAI. L’accusa più grave, però, proviene dalla sorella.

Un’inchiesta del New York Times smonta il mito di Sam Altman, CEO di OpenAI

C’è aria di bufera in casa OpenAI, dopo che un’inchiesta del New Yorker ha tracciato un profilo tutt’altro che impeccabile di Sam Altman, fondatore e CEO dell’azienda. L’articolo, firmato dal premio Pulitzer Ronan Farrow e Andrew Marantz, raccoglie le testimonianze di diversi ex collaboratori e dirigenti, che descrivono Altman come una persona poco affidabile e pericolosa. Ad esempio, un ex membro del consiglio di amministrazione descrive l’imprenditore con parole a dir poco preoccupanti:

“Non è vincolato dalla verità. Possiede due caratteristiche che raramente si trovano nella stessa persona: un forte desiderio di piacere agli altri, di essere ben visto in ogni interazione, e una preoccupante indifferenza alle conseguenze che possono derivare dall’ingannare qualcuno”.

Attualmente Forbes stima il patrimonio del CEO in 3,3 miliardi di dollari. ChatGPT, il prodotto più noto di OpenAI, è stato lanciato nel 2022 e ha reso Altman uno dei volti più riconoscibili del settore tecnologico globale. L’inchiesta del New Yorker solleva, tuttavia, una questione che va oltre le vicende personali: quanto è possibile riporre fiducia nei dirigenti che guidano lo sviluppo di tecnologie con implicazioni mondiali?

Il profilo di Sam Altman e il licenziamento da OpenAI nel 2023

Già nell’autunno del 2023, il consiglio di amministrazione di OpenAI aveva licenziato Altman accusandolo di non essere “costantemente trasparente nelle comunicazioni”. L’imprenditore è poi stato reintegrato come CEO, ma nel frattempo la maggior parte dei suoi oppositori ha deciso di lasciare la società.

La sfiducia nei confronti di Altman si estende oltre i confini di OpenAI. Basti pensare che Anthropic, uno dei principali concorrenti nel settore dell’intelligenza artificiale, è stata fondata da Dario Amodei, ex dirigente della stessa OpenAI.

Altman sarebbe inoltre in attrito con Sarah Friar, CFO della società, in uno dei momenti più delicati per l’azienda: OpenAI si starebbe infatti preparando per una quotazione in borsa nel 2026, ma Friar avrebbe confidato ad alcuni colleghi di non ritenere l’azienda pronta entro l’anno.

Il cambio di rotta da ente no profit a società commerciale

Va poi considerato che OpenAI è nata nel 2015 come ente no profit, con l’obiettivo esplicito di gestire i rischi legati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Nel tempo, però, la struttura è diventata ibrida, in parte commerciale e in parte no profit, con Altman al vertice lungo tutta la trasformazione.

In un recente documento intitolato “Industrial Policy for the Intelligence Age”, la stessa OpenAI elenca i rischi che il settore potrebbe generare: perdita di posti di lavoro, concentrazione di ricchezza e potere, uso distorto da parte di governi o istituzioni, rischio che i sistemi sfuggano al controllo umano. Nel 2015, Altman ha scritto sul proprio blog che un sistema superintelligente non avrebbe bisogno di essere malvagio per mettere a rischio l’umanità, ma sarebbe sufficiente che perseguisse un proprio obiettivo senza curarsi delle conseguenze per le persone. Con la crescita commerciale di OpenAI, quel tono allarmistico è scomparso totalmente dalla sua comunicazione pubblica.

Le accuse della sorella e il procedimento giudiziario

Altman è coinvolto inoltre in un procedimento civile intentato dalla sorella Annie, che lo accusa di abusi sessuali avvenuti tra il 1997 e il 2006, quando lei era minorenne. Altman ha negato tutte le accuse e ha presentato una denuncia per diffamazione, sostenendo che i post della sorella sui social siano un tentativo estorsione, mentre la famiglia ha dichiarato che Annie Altman ha problemi di salute mentale e che è stata sostenuta economicamente nel corso degli anni.

La storia, però, non finisce qui. Un giudice federale del Missouri ha stabilito che alcune imputazioni risultavano ormai prescritte, ma ha ritenuto ammissibile procedere sulla base di una norma statale che consente di perseguire presunti abusi su minori anche a distanza di tempo.

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