105 miliardi di dollari per sostenere Israele, Ucraina e Taiwan: la proposta politica di Joe Biden per il nuovo, colossale pacchetto di aiuti agli alleati di Washington nelle aree calde del mondo è un manifesto geo-strategico a tutto campo. Ma può creare questioni non secondarie sul tema delle priorità geopolitiche della superpotenza a stelle e strisce, ergo dell’Occidente.
E sulla sicurezza collettiva di Washington e degli alleati.
Il trilemma Usa
Gli Stati Uniti si trovano di fronte a un trilemma. Devono conciliare aspetti non completamente sovrapponibili. Primo punto: gli appelli a mantenere fermo il sostegno a Kiev nella guerra con la Russia, a puntellare Israele nel conflitto con Hamas e, soprattutto, nel contenimento all’Iran e a prevenire una possibile invasione cinese di Taiwan procedono contemporaneamente.
Seconda questione: Washington maschera il passaggio dal nazional-conservatorismo di Donald Trump al leading from behind à la Obama con la proiezione da “arsenale della democrazia” ma questo pone delle problematiche in termini di priorità per gli stessi Usa. A partire dalle grandi questioni industriali e da programmi come l’F-35 che si trovano rallentati dal sostegno continuo a conflitti di respiro ben più immediato.
Terzo punto, i cambi di rotta continui tra amministrazione e Congresso rischiano di creare un ingorgo a Washington circa la sostenibilità politica di due guerre e di un maxi-contenimento alla Cina in un anno elettorale, il 2024, in cui saranno le tematiche economiche a tener banco.
I dietrofront e le accelerazioni di Biden
Del resto, la strategia di Biden è difficile da capire. E se da un lato l’elaborazione strategica di apparati come la Cia ha permesso di capire in anticipo alcuni trend, dall’altro dal doppio shock della ritirata afghana del 2021 e dell’invasione dell’Ucraina del 2022 non evitata da Washington a oggi Biden non è stato mai veramente capace di ragionare in termini di lungo periodo. Al contrario, invece, del più strategico Segretario di Stato Tony Blinken. Nei giorni scorsi la Casa Bianca ha censurato un provvedimento della Camera dei Rappresentanti a maggioranza repubblicana che prevedeva forniture di armi per 14 miliardi di dollari a Israele, non menzionando l’Ucraina. Biden ha risposto col maxi piano da 105 miliardi per i prossimi anni. Ma è stato lo stesso presidente, ad agosto, a chiedere al Congresso di finanziare armi per Taiwan deviando i fondi dal pacchetto straordinario sull’Ucraina, voluto proprio dalla Casa Bianca.
Del resto, il nodo è sulla sostenibilità. E ci si chiede se gli Usa, e più in generale l’Occidente, possano sostenere i sostegni agli alleati in due guerre e, dunque, in due contenimenti di Paesi rivali. Domanda più che legittima in un contesto che ha visto la guerra in Ucraina far scattare un campanello d’allarme per l’industria della difesa statunitense, ritrovatasi ingolfata tra le conseguenze di scelte industriali passate che avevano ridotto la capacità di produrre sistemi tradizionali a favore di dispositivi a più alta intensità tecnologica da un lato e i colli di bottiglia post-Covid della logistica dall’altro. “L’obiettivo di sostenere l’industria suggerisce che se inviamo queste armi a Israele, dovremo sicuramente rilanciare un’altra parte della base industriale, forse più velocemente di quanto pensassimo”, ha scritto Cynthia Cook del Centro per gli studi strategici e internazionali (Csis), un importante think tank statunitense, in un report.
Coperta corta per gli Usa
La guerra in Ucraina ha deviato le linee produttive di aziende come Lockheed Martin e Rayethon sulla produzione di lanciatori Himars, Javelin e altre armi per la difesa e il contrattacco ucraino.
Ora, nota il Financial Times, Israele riceverà “munizioni congiunte ad attacco diretto (JDAM), i missili Hellfire e le bombe di piccolo diametro (SDB) – potrebbero essere più facili da fornire per gli Stati Uniti, grazie ai pesanti investimenti nella produzione. Il balzo della domanda sarà un vantaggio per i produttori. I missili Hellfire sono realizzati da Lockheed Martin, mentre Boeing produce JDAM e SDB. Sarebbe facile aumentare la produzione in particolare di JDAM, dicono gli analisti, e c’è un eccesso di capacità per i missili Hellfire” ma questo in larga parte potrebbe sottrarre risorse alla tutela degli assetti militari Usa.
A Taiwan Washington intende garantire missili a medio raggio Atacms, lanciatori Himars, dispositivi antiaerei Stinger e Patriot, la cui fornitura tirerebbe ulteriormente la coperta. Insomma, la sfida di far coesistere il triplo contenimento degli avversari con la tutela delle capacità di leadership militare e geopolitica Usa rischia di trasformarsi in una scommessa costosissima per Washington. Che può, se vuole mantenere la primazia strategica che tuttora la contraddistingue, puntare piuttosto su un uso ragionevole della forza politica a disposizione e della diplomazia. Puntando a cercare di chiudere le crisi piuttosto che di cristallizzarle come fatto finora.