I dazi USA sono un flop? Deficit commerciale sale a $105,6 miliardi, cosa rischiano crescita, prezzi e dollaro

Ufficio Studi Money.it

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Il deficit commerciale Usa sale a 105,6 miliardi di dollari, il livello più alto da marzo 2025, mentre le importazioni toccano il massimo storico di 420,8 miliardi. La domanda interna e il boom degli investimenti in AI pesano più dei dazi.

I dazi USA sono un flop? Deficit commerciale sale a $105,6 miliardi, cosa rischiano crescita, prezzi e dollaro

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I dazi avrebbero dovuto ridurre lo squilibrio commerciale degli Stati Uniti ma i dati di agosto, diffusi il 6 ottobre dal Census Bureau e dal Bureau of Economic Analysis, vanno nella direzione opposta. Il deficit della bilancia di beni e servizi è aumentato del 13,7% in un mese, a 105,6 miliardi di dollari, oltre i 102 miliardi attesi dal consenso raccolto da Reuters. È il valore più alto da marzo 2025, quando le imprese americane avevano accelerato gli acquisti dall’estero per anticipare l’entrata in vigore delle tariffe. Per confronto, a novembre 2024, mese della rielezione di Donald Trump, il disavanzo era di 79,8 miliardi.

Importazioni ai massimi storici

Il peggioramento è tutto dal lato degli acquisti. Le importazioni totali sono cresciute del 4,3%, raggiungendo il record di 420,8 miliardi; quelle di soli beni sono salite del 5,3%, a 342,2 miliardi. Le esportazioni sono aumentate molto meno, dell’1,4%, a 315,2 miliardi.

Bilancia commerciale Usa (agosto 2026, valori in miliardi di dollari

VoceValoreVariazione mensile
Deficit beni e servizi 105,6 +13,7%
Importazioni totali 420,8 +4,3%
Importazioni di beni 342,2 +5,3%
Esportazioni totali 315,2 +1,4%
Deficit dei soli beni 136,6 +10,3%

Dietro il dato ci sono tre spinte. La prima è la ricostituzione delle scorte, che le imprese hanno ridotto per cinque trimestri consecutivi. La seconda è l’energia, con gli acquisti di forniture e materiali industriali cresciuti di 9,1 miliardi e con il greggio in aumento di 3,3 miliardi e l’oro non monetario di 3,1 miliardi (quest’ultimo escluso dal calcolo del Pil). La terza, e la più strutturale, è l’intelligenza artificiale. Le importazioni di beni capitali hanno toccato il record di 146,4 miliardi, trainate da semiconduttori e macchinari industriali. Gli accessori per computer, pur in calo ad agosto, valgono 158,5 miliardi nei primi otto mesi dell’anno, contro gli 89,5 dello stesso periodo del 2025.

Sul fronte geografico, Washington ha registrato deficit record nello scambio di beni con Messico, Vietnam e Malaysia, e il disavanzo con il Canada è salito di 4,1 miliardi, probabilmente perché le imprese hanno anticipato gli ordini in vista di nuove tariffe nella guerra commerciale tra i due Paesi.

Perché i dazi non funzionano come promesso

Il punto è che gli Stati Uniti non hanno oggi la capacità produttiva per soddisfare la propria domanda, che nel secondo trimestre è cresciuta al ritmo più veloce da oltre tre anni e mezzo, sostenuta dai consumi e dagli investimenti in apparecchiature legate all’IA. Se la domanda corre e l’offerta interna non tiene il passo, le importazioni crescono anche se diventano più care.

È la tesi di Christopher Rupkey, capo economista di FWDBONDS, secondo cui le politiche commerciali dell’amministrazione «sono state in gran parte un fallimento». Rupkey sostiene che il costo del lavoro americano resta troppo alto per produrre beni a prezzi competitivi e che, anche con la volontà dei produttori, le nuove fabbriche non potrebbero sorgere abbastanza in fretta da sostituire le merci estere da cui dipendono i consumatori.

L’effetto sul Pil

Il commercio estero ha sottratto crescita al Pil per tre trimestri consecutivi e, secondo le stime degli economisti, potrebbe togliere fino a 2,5 punti percentuali nel terzo trimestre. Goldman Sachs ha rivisto la propria previsione di crescita annualizzata per il periodo luglio-settembre al 3,1%, dal 3,4% precedente. Nel secondo trimestre l’economia era cresciuta del 2,2%.

L’inflazione importata aumenta la pressione sulla Fed

Il deficit è anche un segnale di eccesso di domanda, con implicazioni dirette sui prezzi. Una parte dell’aumento del valore delle importazioni riflette già prezzi più alti, e i dazi, pagati dagli importatori americani, tendono a trasferirsi lungo la filiera fino ai consumatori. Carl Weinberg, capo economista di High Frequency Economics, invita la Federal Reserve a non sottovalutare questo quadro: al di sotto dello shock dei prezzi energetici, osserva, c’è una spinta inflazionistica alimentata dalla domanda, di cui l’energia è solo lo strato superficiale.

La Fed ha alzato il mese scorso il tasso di riferimento di 25 punti base, nella forbice 3,75-4%, primo rialzo in tre anni, e ha segnalato ulteriori strette. I dati di agosto rafforzano le attese di un nuovo aumento entro fine anno.

Le conseguenze per il dollaro

Un deficit commerciale crescente va finanziato con afflussi di capitali dall’estero. Finché gli investitori internazionali continuano a comprare attività americane, attratti dal ciclo di investimenti nell’intelligenza artificiale e da tassi in rialzo, il dollaro resta sostenuto e il disavanzo è sostenibile.

Ma la dipendenza dai capitali esteri aumenta: se l’appetito per gli asset Usa dovesse raffreddarsi, il riequilibrio passerebbe per un indebolimento della valuta, che renderebbe le importazioni ancora più care e alimenterebbe ulteriormente l’inflazione importata. È il paradosso di una politica commerciale nata per ridurre lo squilibrio e che, almeno finora, convive con il suo peggioramento.

Le prospettive restano incerte. Veronica Clark, economista di Citigroup, prevede che gli scambi con il Canada rimarranno volatili per alcuni mesi, tra forti oscillazioni dei beni energetici e l’entrata in vigore di nuove tariffe.

Articolo revisionato da Flavia Provenzani il

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