Il rialzo del petrolio può riaccendere inflazione e tassi, mettendo a rischio il valore dei BTP decennali anche se oggi offrono rendimenti netti sopra il 3%.
La recente escalation della guerra in Iran ha riportato al centro dell’attenzione dei mercati un fattore che spesso gli investitori tendono a sottovalutare: il prezzo del petrolio. Nei giorni più tesi del conflitto il crude oil è arrivato a toccare 119,48 dollari al barile, per poi ridimensionarsi rapidamente fino all’area degli 86 dollari, dove si colloca oggi. Questo movimento repentino dimostra quanto il mercato dell’energia resti estremamente sensibile alle tensioni geopolitiche e quanto possa influenzare le aspettative sull’andamento dell’inflazione.
Il petrolio, infatti, non è soltanto una materia prima energetica: è un costo che attraversa l’intera economia. Quando il prezzo del greggio aumenta, salgono immediatamente i costi dei carburanti e dei trasporti, ma anche quelli dell’energia utilizzata dalle imprese. Di conseguenza aumentano i costi di produzione di moltissimi beni, dall’industria alimentare alla chimica, fino alla logistica e alla distribuzione. Questo meccanismo finisce spesso per tradursi in inflazione, perché le aziende trasferiscono almeno in parte questi maggiori costi sui prezzi finali pagati dai consumatori. Quando l’inflazione aumenta, o anche solo quando i mercati temono che possa tornare a salire, le banche centrali tendono a mantenere tassi di interesse più elevati o a rinviare eventuali tagli. Ed è proprio questo passaggio che diventa cruciale per chi investe nei titoli di Stato, in particolare nei BTP italiani.
Negli ultimi giorni molti risparmiatori hanno osservato un fenomeno che appare molto interessante: alcuni BTP con scadenza intorno ai dieci anni offrono rendimenti netti superiori al 3%. A prima vista questo dato sembra particolarmente attraente se confrontato con i rendimenti disponibili sulle scadenze più brevi. Oggi, infatti, i titoli di Stato a 12 mesi offrono rendimenti intorno al 2% lordo, quindi sensibilmente inferiori a quelli dei BTP decennali. Questo confronto spinge molti investitori a pensare che bloccare un rendimento superiore al 3% per dieci anni sia una scelta quasi ovvia. Tuttavia, proprio qui si nasconde un errore potenziale che non dovrebbe essere sottovalutato. [...]
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