Tutti guardano il 3% dei BTP, ma è questo il vero rischio

Gerardo Marciano

10 Marzo 2026 - 14:15

Il rialzo del petrolio può riaccendere inflazione e tassi, mettendo a rischio il valore dei BTP decennali anche se oggi offrono rendimenti netti sopra il 3%.

Tutti guardano il 3% dei BTP, ma è questo il vero rischio

La recente escalation della guerra in Iran ha riportato al centro dell’attenzione dei mercati un fattore che spesso gli investitori tendono a sottovalutare: il prezzo del petrolio. Nei giorni più tesi del conflitto il crude oil è arrivato a toccare 119,48 dollari al barile, per poi ridimensionarsi rapidamente fino all’area degli 86 dollari, dove si colloca oggi. Questo movimento repentino dimostra quanto il mercato dell’energia resti estremamente sensibile alle tensioni geopolitiche e quanto possa influenzare le aspettative sull’andamento dell’inflazione.

Il petrolio, infatti, non è soltanto una materia prima energetica: è un costo che attraversa l’intera economia. Quando il prezzo del greggio aumenta, salgono immediatamente i costi dei carburanti e dei trasporti, ma anche quelli dell’energia utilizzata dalle imprese. Di conseguenza aumentano i costi di produzione di moltissimi beni, dall’industria alimentare alla chimica, fino alla logistica e alla distribuzione. Questo meccanismo finisce spesso per tradursi in inflazione, perché le aziende trasferiscono almeno in parte questi maggiori costi sui prezzi finali pagati dai consumatori. Quando l’inflazione aumenta, o anche solo quando i mercati temono che possa tornare a salire, le banche centrali tendono a mantenere tassi di interesse più elevati o a rinviare eventuali tagli. Ed è proprio questo passaggio che diventa cruciale per chi investe nei titoli di Stato, in particolare nei BTP italiani.

Negli ultimi giorni molti risparmiatori hanno osservato un fenomeno che appare molto interessante: alcuni BTP con scadenza intorno ai dieci anni offrono rendimenti netti superiori al 3%. A prima vista questo dato sembra particolarmente attraente se confrontato con i rendimenti disponibili sulle scadenze più brevi. Oggi, infatti, i titoli di Stato a 12 mesi offrono rendimenti intorno al 2% lordo, quindi sensibilmente inferiori a quelli dei BTP decennali. Questo confronto spinge molti investitori a pensare che bloccare un rendimento superiore al 3% per dieci anni sia una scelta quasi ovvia. Tuttavia, proprio qui si nasconde un errore potenziale che non dovrebbe essere sottovalutato.

Il rischio nascosto dietro il rendimento del 3%

Quando si acquista un BTP decennale bisogna ricordare che il rendimento promesso è garantito solo se il titolo viene mantenuto fino alla scadenza. Durante la vita del titolo, invece, il prezzo può oscillare anche in modo significativo.
Se nei prossimi mesi o anni l’inflazione dovesse tornare a salire, magari proprio a causa di nuovi shock energetici legati al petrolio, le banche centrali potrebbero mantenere i tassi più alti più a lungo o addirittura aumentarli. In questo caso i rendimenti di mercato salirebbero e, come accade sempre nel mercato obbligazionario, quando i rendimenti salgono i prezzi dei titoli già emessi scendono.

Questo significa che chi oggi compra un BTP con scadenza a dieci anni potrebbe trovarsi, nel corso del tempo, a vedere il prezzo del proprio investimento scendere anche in modo significativo. Solo alla scadenza finale lo Stato rimborsa il valore nominale di 100, ma nel frattempo il titolo può attraversare anni di forte volatilità.

Un esempio semplice aiuta a capire il problema. Se oggi un investitore compra un BTP a 100 con un rendimento del 3,3% e tra qualche anno i rendimenti di mercato dovessero salire al 4,5%, il prezzo del titolo potrebbe scendere anche intorno a 90-92. Il rendimento finale resterà quello promesso se il titolo viene portato fino alla scadenza, ma nel frattempo l’investitore potrebbe trovarsi con una perdita temporanea anche significativa sul valore di mercato.

Per comprendere meglio questa dinamica si possono osservare alcuni esempi concreti di BTP con scadenza intorno al 2035-2036.

Il BTP 1,45% con scadenza marzo 2036 ha una cedola molto bassa ma quota molto sotto la pari. Proprio perché il titolo può essere acquistato intorno a 82 e sarà rimborsato a 100 alla scadenza, il rendimento complessivo arriva a circa 3,4% netto. In questo caso una parte importante del rendimento deriva dal guadagno in conto capitale finale.

Il BTP 3,45% con scadenza febbraio 2036 quota invece vicino a 100 e offre un rendimento netto attorno al 3,3%. La sua struttura è più equilibrata: gran parte del rendimento deriva dalla cedola periodica.

Infine il BTP 3,6% con scadenza ottobre 2035 presenta una cedola leggermente più alta ma un rendimento complessivo attorno al 3,1% netto, risultando leggermente più difensivo grazie alla durata un po’ inferiore.

A prima vista questi livelli possono apparire molto interessanti, soprattutto se confrontati con i rendimenti delle scadenze brevi. Tuttavia la vera incognita dei prossimi anni resta l’evoluzione dell’inflazione.

Il vero pericolo: tassi più alti e rendimenti erosi dall’inflazione

Il rischio diventa ancora più evidente se si considera uno scenario possibile nei prossimi anni: tassi di interesse a breve più alti di quelli a lungo termine. In un contesto di inflazione persistente, gli strumenti a breve durata potrebbero arrivare a offrire rendimenti superiori rispetto ai titoli decennali.

In altre parole, i risparmiatori potrebbero scoprire che strumenti molto più flessibili e meno rischiosi iniziano a pagare cedole più elevate rispetto ai BTP acquistati oggi.

Se questo dovesse accadere, il prezzo dei titoli a lunga scadenza potrebbe scendere perché il mercato richiederebbe rendimenti più elevati per competere con le nuove emissioni e con gli strumenti di breve termine. Allo stesso tempo il rendimento reale dell’investimento, cioè quello calcolato al netto dell’inflazione, potrebbe ridursi sensibilmente. Se l’inflazione restasse elevata, anche un rendimento nominale superiore al 3% potrebbe non essere sufficiente a preservare il potere d’acquisto nel tempo.

Per questo motivo chi decide di investire in BTP decennali dovrebbe farlo con piena consapevolezza. Un BTP può avere senso se l’investitore:

  • intende tenerlo fino alla scadenza,
  • è disposto a tollerare oscillazioni anche rilevanti del prezzo,
  • e considera che l’inflazione nei prossimi anni potrebbe ridurre il rendimento reale.

Se invece l’idea è quella di poter vendere il titolo prima della scadenza, il rischio diventa molto più elevato.

Il vero rischio oggi non è comprare BTP. Il vero rischio è comprarli pensando che quel rendimento del 3% sia automaticamente “sicuro”, senza considerare cosa potrebbe succedere all’inflazione e ai tassi nei prossimi dieci anni.
Il petrolio, in definitiva, non influenza soltanto il costo dei carburanti. Attraverso l’inflazione e le decisioni delle banche centrali può modificare profondamente anche l’equilibrio dei mercati obbligazionari, trasformando quello che oggi appare come un rendimento interessante in un investimento che richiede prudenza e una piena consapevolezza dei rischi nel lungo periodo.