Scorrendo LinkedIn in questi giorni vedi una serie di post con un tono simile: il mercato è sceso, i clienti hanno tenuto, il mercato è risalito. La volatilità è il prezzo del biglietto. Chi ha resistito ha vinto.
La narrativa è ordinata. Ed è anche vera — fino a un certo punto.
Il problema non è quello che è successo. È quello che sta succedendo adesso, mentre i post di autocongratulazione circolano.
All’ultimo Global Investment Summit di HSBC a Hong Kong, il CEO ha comunicato un numero preciso: il costo totale per trasportare petrolio in Sri Lanka ha raggiunto 286 dollari al barile.
Quasi il triplo del prezzo corrente del Brent. Noli marittimi e premi assicurativi hanno disaccoppiato il mercato del petrolio fisico da quello dei futures.
Il prezzo che vedi sui terminali non è il prezzo che paga chi compra petrolio fisico in Asia. Il prezzo del carburante per aerei nell’Europa nord-occidentale è raddoppiato dalla fine di febbraio. Questa differenza non è rumore: è una struttura che si sta stabilizzando.
Gli iraniani hanno nel frattempo di nuovo chiuso lo Stretto di Hormuz. E i futures del petrolio lunedì apriranno in rialzo. Ma questo è il dato di superficie.
Malesia, Indonesia, Thailandia stanno sussidiando benzina e diesel con denaro pubblico per proteggere i cittadini dai prezzi reali. Un alto funzionario asiatico ha detto esplicitamente: «I consumatori devono capire che c’è una crisi.»
Il CEO di un conglomerato regionale si sta già preparando a pagare tasse sugli extraprofitti e altri oneri straordinari.
I governi stanno pagando la differenza tra il prezzo di mercato e quello che i cittadini reggono.
Questa situazione non può durare. Quando smette di durare, la pressione si trasferisce — sulle aziende, sulle valute, sulle catene di approvvigionamento.
Le economie emergenti non sono la crisi. Sono il punto in cui la crisi è già diventata visibile.
C’è un terzo elemento che vale la pena capire, perché ha una storia precisa.
Dal 1975 al 2015, gli Stati Uniti avevano un divieto di esportazione di petrolio greggio. Per quarant’anni il petrolio americano non poteva uscire dal paese. Il risultato: il WTI trattava con uno sconto del 10-15% rispetto al Brent, il mercato domestico americano era separato da quello globale, la produzione shale aveva sbocchi limitati.
Nel dicembre 2015 il Congresso ha abolito quel divieto. In quattro anni le esportazioni americane sono passate da 400.000 a oltre 3 milioni di barili al giorno. Lo spread WTI-Brent si è quasi azzerato. Il mercato globale ha ricevuto un’offerta aggiuntiva che ha contribuito a stabilizzare i prezzi tra 2016 e 2019.
Un eventuale nuovo divieto di export viene definito «a bad idea whose time is coming.»
La logica è lineare: con Hormuz sotto pressione e i prezzi alla pompa che salgono, l’amministrazione ha incentivi politici a reintrodurre il blocco per proteggere i consumatori americani.
L’effetto sarebbe l’opposto del 2015 — il petrolio americano resterebbe intrappolato dentro i confini, l’offerta globale si ridurrebbe, i prezzi internazionali salirebbero ulteriormente. E le alternative proposte — rilasci dalle riserve strategiche — risolvono un problema temporaneo, non strutturale.
Il portafoglio che due mesi fa era calibrato su determinate assunzioni è ancora lo stesso portafoglio. Le assunzioni, invece, si stanno spostando.
La volatilità passata era leggibile come un mercato in tempesta ma in un contesto sostanzialmente invariato.
Quello che emerge adesso ha caratteristiche diverse: un mercato del petrolio fisico che si muove separato dai benchmark, economie emergenti che assorbono pressioni fiscali insostenibili, e una possibile riscrittura delle regole sull’export americano che modificherebbe l’offerta globale nel medio termine.
I consulenti che si complimentano tra loro hanno ragione su quello che è successo. Ma il passato è passato.