Perché il prezzo del petrolio scende, ma la benzina no?

Guido Giaume

21 Settembre 2026 - 12:29

Il petrolio scende, ma la benzina no. Com’è possibile? La risposta comincia in raffineria, non al distributore.

Perché il prezzo del petrolio scende, ma la benzina no?

In questi giorni non si faceva fatica a vedere il display di un distributore italiano segnare oltre 2,3 euro al litro per il gasolio. Ma in questi giorni il prezzo del petrolio scende: mentre scrivo il Brent perde il 2% e scivola sotto i 102 dollari al barile. Chi fa il pieno si aspetta che costi un po’ meno ma non succede.

La domanda è semplice: se il petrolio scende, perché il carburante no? La risposta comincia in raffineria, non al distributore. Il greggio, da solo, non entra nel serbatoio. Va trasformato - e in queste settimane trasformarlo costa più che mai. Il differenziale tra il prezzo del gasolio e quello del petrolio grezzo, quello che gli operatori chiamano crack spread, ha superato per la prima volta i 100 dollari al barile a metà agosto. Il primo settembre ha toccato un record assoluto: 106 dollari. Il differenziale che confronta tre barili di greggio con due di benzina e uno di gasolio - il 3-2-1 del NYMEX - è arrivato a 72 dollari, mai così alto.

Le raffinerie, intanto, lavorano già al 97,2% della loro capacità, contro un 90% considerato normale. Non hanno margine per produrre di più.

Due fatti spiegano perché. In Russia, i droni ucraini hanno colpito le raffinerie così a lungo da portare la lavorazione del greggio russo al livello più basso in 24 anni; Mosca ha risposto vietando le esportazioni di gasolio, togliendo al mercato mondiale fra 800 mila e un milione di barili al giorno. Nel Golfo, la guerra fra Iran e Stati Uniti ha danneggiato altri impianti e per mesi ha svuotato lo Stretto di Hormuz: a metà settembre vi transitavano circa 8 petroliere al giorno, contro le 85 di prima della crisi.

Poi, l’11 settembre, droni lanciati dall’Iraq hanno colpito l’oleodotto East-West, costringendo l’Arabia Saudita a chiuderlo: è l’unica via per far uscire il greggio saudita senza passare da Hormuz.

Da allora Riad punta a riportarlo solo a metà della sua capacità, nel giro di pochi giorni, e nel frattempo offre più greggio proprio attraverso Hormuz. Le petroliere nello stretto sono salite ai livelli più alti in sei mesi - pur restando lontanissime dal normale. È su questa doppia notizia, insieme alle voci di un possibile incontro fra Trump e la leadership iraniana, che il Brent ha ripreso a scendere questa settimana.

Il petrolio, cioè, sta tornando disponibile. Il gasolio no. E qui entra un secondo fatto, che con la guerra non c’entra.

In Cina, Sinopec - il maggiore raffinatore del paese - prevede per il 2026 un calo dell’8,9% della domanda di petrolio. Kepler stima che le auto elettriche cinesi abbiano già spostato 1,3 milioni di barili al giorno di consumo di carburante stradale. È una tendenza cominciata prima della crisi mediorientale, per ragioni che non hanno nulla a che fare con droni o stretti marittimi.

Il suo effetto, però, arriva sullo stesso mercato: più greggio disponibile, proprio mentre chi dovrebbe trasformarlo in gasolio non riesce a farlo più in fretta. Due vicende separate - una militare, una industriale cinese - che si incontrano sullo stesso numero: il prezzo del barile scende, quello del litro no.

In Italia il divario ha anche un ingrediente locale: la telenovela dello sconto sulle accise.

Negli Stati Uniti il diesel ha toccato il 14 settembre 6,23 dollari al gallone, il 69% in più di un anno fa. Da Chicago a Milano, il barile e il litro hanno smesso di raccontare la stessa storia.

Per chi segue i mercati dell’energia come termometro dell’inflazione, la domanda che resta aperta è un’altra: quale numero conviene guardare adesso - il prezzo del petrolio, o il margine di chi lo trasforma?