In questi giorni non si faceva fatica a vedere il display di un distributore italiano segnare oltre 2,3 euro al litro per il gasolio. Ma in questi giorni il prezzo del petrolio scende: mentre scrivo il Brent perde il 2% e scivola sotto i 102 dollari al barile. Chi fa il pieno si aspetta che costi un po’ meno ma non succede.
La domanda è semplice: se il petrolio scende, perché il carburante no? La risposta comincia in raffineria, non al distributore. Il greggio, da solo, non entra nel serbatoio. Va trasformato - e in queste settimane trasformarlo costa più che mai. Il differenziale tra il prezzo del gasolio e quello del petrolio grezzo, quello che gli operatori chiamano crack spread, ha superato per la prima volta i 100 dollari al barile a metà agosto. Il primo settembre ha toccato un record assoluto: 106 dollari. Il differenziale che confronta tre barili di greggio con due di benzina e uno di gasolio - il 3-2-1 del NYMEX - è arrivato a 72 dollari, mai così alto.
Le raffinerie, intanto, lavorano già al 97,2% della loro capacità, contro un 90% considerato normale. Non hanno margine per produrre di più.
Due fatti spiegano perché. In Russia, i droni ucraini hanno colpito le raffinerie così a lungo da portare la lavorazione del greggio russo al livello più basso in 24 anni; Mosca ha risposto vietando le esportazioni di gasolio, togliendo al mercato mondiale fra 800 mila e un milione di barili al giorno. Nel Golfo, la guerra fra Iran e Stati Uniti ha danneggiato altri impianti e per mesi ha svuotato lo Stretto di Hormuz: a metà settembre vi transitavano circa 8 petroliere al giorno, contro le 85 di prima della crisi.
Poi, l’11 settembre, droni lanciati dall’Iraq hanno colpito l’oleodotto East-West, costringendo l’Arabia Saudita a chiuderlo: è l’unica via per far uscire il greggio saudita senza passare da Hormuz.
Da allora Riad punta a riportarlo solo a metà della sua capacità, nel giro di pochi giorni, e nel frattempo offre più greggio proprio attraverso Hormuz. Le petroliere nello stretto sono salite ai livelli più alti in sei mesi - pur restando lontanissime dal normale. È su questa doppia notizia, insieme alle voci di un possibile incontro fra Trump e la leadership iraniana, che il Brent ha ripreso a scendere questa settimana.
Il petrolio, cioè, sta tornando disponibile. Il gasolio no. E qui entra un secondo fatto, che con la guerra non c’entra.
In Cina, Sinopec - il maggiore raffinatore del paese - prevede per il 2026 un calo dell’8,9% della domanda di petrolio. Kepler stima che le auto elettriche cinesi abbiano già spostato 1,3 milioni di barili al giorno di consumo di carburante stradale. È una tendenza cominciata prima della crisi mediorientale, per ragioni che non hanno nulla a che fare con droni o stretti marittimi.
Il suo effetto, però, arriva sullo stesso mercato: più greggio disponibile, proprio mentre chi dovrebbe trasformarlo in gasolio non riesce a farlo più in fretta. Due vicende separate - una militare, una industriale cinese - che si incontrano sullo stesso numero: il prezzo del barile scende, quello del litro no.
In Italia il divario ha anche un ingrediente locale: la telenovela dello sconto sulle accise.
Negli Stati Uniti il diesel ha toccato il 14 settembre 6,23 dollari al gallone, il 69% in più di un anno fa. Da Chicago a Milano, il barile e il litro hanno smesso di raccontare la stessa storia.
Per chi segue i mercati dell’energia come termometro dell’inflazione, la domanda che resta aperta è un’altra: quale numero conviene guardare adesso - il prezzo del petrolio, o il margine di chi lo trasforma?