È in questo passaggio, dal timore all’attesa di crescita, dalla difesa alla pianificazione, che l’oro perderebbe parte del suo premio al rischio.
Oggi sembra quasi assurdo parlare di miglioramento geopolitico: l’oro corre proprio perché l’incertezza non molla la presa.
Basta osservare i dati di queste ultime ore: il metallo giallo è tornato a impennarsi dopo lo shock Venezuela, con prezzi attorno a quota 4.400 dollari l’oncia e un 2025 da record, spinto da tensioni geopolitiche, tagli dei tassi e acquisti delle banche centrali.Eppure, proprio quando un trend sembra “inevitabile”, i mercati iniziano a chiedersi: cosa dovrebbe succedere perché l’oro smetta di essere il rifugio perfetto?
La risposta è semplice nella teoria, molto meno nella pratica: un raffreddamento simultaneo di più focolai e un ritorno di fiducia nella crescita globale. Uno scenario difficile, sì. Ma non impossibile. L’oro è un termometro emotivo della finanza: tende a brillare quando dominano paura, inflazione, guerre, sanzioni, rischi politici. È “bene rifugio” perché non è legato alla solvibilità di uno Stato o di un’azienda. [...]
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