Aveva cambiato troppo repentinamente atteggiamento il Presidente turco Erdogan, ripudiando il ruolo di mediatore assolutamente neutrale tra la Russia e l’Ucraina che aveva tenuto fin dall’inizio della invasione iniziata il 24 febbraio del 2002: dapprima, ostentando la protezione offerta a Vladimir Zelensky, mettendolo al riparo dalla pioggia sotto il proprio ombrello nel corso della visita ufficiale ad Istanbul, e convenendo con lui sulla inderogabilità di una partecipazione diretta dell’Ucraina ai colloqui di pace in corso tra Usa e Russia, e poi inviando il ministro degli esteri della Turchia alla Conferenza convocata a Londra dal Premier Keir Starmer con un titolo evocativo, “Ensuring Our Future”, al fine di verificare le condizioni per formare una Coalizione armata di Paesi Volenterosi a sostegno della sicurezza dell’Ucraina.
Eppure, Erdogan era stato assolutamente ineccepibile già nell’applicazione della Convenzione di Montreux sugli Stretti, che attribuisce alla Turchia il potere di concedere o negare l’ingresso alle navi militari quando vi sia un conflitto nel Mar Nero, impedendola non solo a quelle dei Paesi non rivieraschi ma anche alle Flotte non ivi residenti dei Paesi che vi si affacciano: la flotta russa del Mediterraneo non poteva entrare, e tantomeno quella di stanza nei Mari del Nord.
Ed era stato attentissimo alla crisi alimentare, concedendo il proprio ruolo di garanzia nel controllo dei mercantili che avrebbero esportato il grano dalla Ucraina per evitare che nascondessero armi al loro ingresso nel Mar Nero. Ed ancora, aveva ospitato trattative tra Russia ed Ucraina volte a trovare un accordo di pace sin dall’inverno del 2022, andate a monte -si dice- per un durissimo intervento diretto dell’allora Premier britannico Boris Johnson.
Che poi, gli interventi della Gran Bretagna a favore della Turchia nei confronti della Russia sono sempre stati fondamentali: dalla coalizione formata per sostenere l’Impero Ottomano contro quello russo per il controllo della Crimea nel 1853 all’assai poco ricordato ritardo con cui l’Inghilterra decise di attaccare il presidio turco-tedesco dei Dardanelli nel corso della Prima guerra mondiale, mentre Winston Churchill strepitava a più non posso per aprire quel nuovo fronte che avrebbe definitivamente indebolito gli Imperi Centrali. Mai e poi mai, infatti, Londra avrebbe abbattuto quella resistenza turco-tedesca per spalancare le porte alla invasione di Costantinopoli da parte dell’Impero russo: la sola idea che lo Zar Nicola II, pur alleato di Gran Bretagna e Francia, vi sarebbe potuto entrare trionfante era per Londra un vero incubo.
Insomma, visto che Londra ha sempre avuto un occhio di riguardo per la Turchia, beninteso quando le serviva per contrastare la Russia, Erdogan si è fidato e si è messo al vento a favore di Londra: nel presupposto, naturalmente, di continuare ad essere lui l’interlocutore.
L’incarcerazione del suo più quotato avversario politico, il sindaco di Istanbul Krem Imamoglu, sospettato di corruzione, è stata dunque una sorta di controassicurazione: se, opponendosi alla strategia statunitense di pace con la Russia che è stata decisa dal Presidente Donald Trump, Londra voleva anche la Turchia con sé, per allargare la Coalizione dei Volenterosi e soprattutto per creare un vulnus in uno scacchiere cruciale come il Mar Nero, doveva sostenere Erdogan ad ogni costo. Erdogan non avrebbe dato il suo appoggio a Londra correndo il rischio di essere scavallato.
Queste mosse di Erdogan non devono essere piaciute all’altra sponda dell’Atlantico, che già in una famosa estate di qualche anno fa sostenne un cambio di regime ai danni di Erdogan. La piazza di Istanbul si muove, e qualcuno soffia.
Non si puó piacere a tutti, e stavolta soprattutto sia Londra che a Washington insieme.