Trump vs Sottocorona: il trionfo dell’immagine o la forza della misura?

Salvatore Casolaro

13/10/2025

Dalla candidatura di Trump al Nobel alla scomparsa di Paolo Sottocorona: due modi opposti di intendere la responsabilità pubblica e la comunicazione.

Trump vs Sottocorona: il trionfo dell’immagine o la forza della misura?

Ci sono momenti in cui l’attualità ci offre un riflesso impietoso del nostro tempo. Due notizie, solo in apparenza lontane, si sono rincorse sui media negli ultimi giorni: l’autocandidatura di Donald Trump a premio Nobel per la pace in virtù del cessate il fuoco a Gaza; nella nostra piccola, grande Italia, la scomparsa di Paolo Sottocorona, meteorologo e volto storico della televisione italiana, simbolo di un giornalismo sobrio, competente ed arricchente.

Due figure agli antipodi, due visioni del mondo che non potrebbero essere più distanti. Da una parte, la politica trasformata in spettacolo permanente, autocelebrazione, egocentrismo dove la pace diventa un trofeo da esibire; dall’altra, un giornalismo silenzioso e di servizio, che non cerca applausi ma chiarezza, anche con qualche sorriso. In mezzo, la domanda che attraversa il nostro tempo: porsi al servizio della collettività è ancora un valore oggi?

Il muso duro di Donald J. Trump

Lo stereotipo è sempre lo stesso: muso duro e imbronciato, pugno alzato incitante alla forza. Donald John Trump nasce il 14 giugno 1946 nel Queens (New York), figlio dell’imprenditore immobiliare Fred Trump. Consegue nel 1968 una laurea di primo livello (una sorta di triennale in economia) presso la Wharton School of the University of Pennsylvania. Ma l’azienda di famiglia è il suo sbocco naturale. La sua sete di fama e celebrazione si manifesta subito con l’avvio di grossi progetti immobiliari che avranno la massima realizzazione con la Trump Tower nel centro di Manhattan. L’espansione finanziata a debito lo porta vicino al fallimento. Negli anni ’90 subisce diversi default.
Riesce però a rilanciarsi grazie a conoscenze nell’ambito giudiziario e politico e coltiva incessantemente la sua immagine pubblica, trasformando il nome “Trump” in marchio commerciale (licenze, reality show, merchandising). Con il reality “The Apprentice” su NBC, Trump diventa una star mondiale. L’immagine del tycoon deciso e vincente alimenta la sua carriera politica. Vince le elezioni nel 2016 e con il suo “Make America Great Again”, rilancia temi contro l’ immigrazione, a favore del protezionismo, tagli fiscali massicci e deregolamentazione, oltre a ritirare gli USA da numerosi accordi internazionali come Parigi sul clima. Promuove gli Accordi di Abramo (riconoscimento di Israele da parte di alcuni stati arabi) e già in quel contesto chiede la candidatura per il nobel per la pace. Nel novembre 2020 perde le elezioni contro Joe Biden. Rifiuta di riconoscere la sconfitta, denunciando brogli mai provati. Il suo discorso del 6 gennaio 2021 precede l’assalto al Campidoglio, evento che segna la fine traumatica del suo mandato. Dopo la presidenza, Trump affronta numerose inchieste penali e civili, tra cui: la gestione riservata di documenti segreti, pressioni elettorali in Georgia, accuse di frode aziendale e l’attacco a Capitol Hill. Nonostante ciò, mantiene una base elettorale fedelissima e nel 2024 vince le primarie repubblicane. Torna in corsa per la Casa Bianca 2024 e rivince le elezioni.

Un giornalista controvento: Paolo Sottocorona

Non amo vedere le previsioni del tempo in televisione. Quando ho bisogno di regolare la mia vita quotidiana sul sole o sulla pioggia delle giornate a seguire, consulto il cellulare. Mi ero imbattuto nell’immagine di Sottocorona per caso, non molto tempo fa, facendo zapping con il telecomando. Era un volto che comunque ricordavo. Quello che mi fece desistere dal cambiare canale fu la sua voce, calma e rassicurante. In quel momento non parlava di temperature ma degli effetti del cambiamento climatico. Aveva alle spalle una foto di Budapest inondata dalle acque. Spiegava, chiariva ma non allarmava. Paolo Sottocorona nasce a Roma nel 1945. Laureato in Fisica, si specializza presto in meteorologia, disciplina che negli anni Settanta e Ottanta era ancora poco conosciuta in Italia. Dopo un’esperienza iniziale nell’Aeronautica Militare, dove acquisisce competenze tecniche sulle previsioni meteo, passa all’attività civile come meteorologo e divulgatore scientifico. Negli anni Ottanta inizia a collaborare con alcune testate televisive, contribuendo a modernizzare il modo in cui le previsioni del tempo venivano comunicate al grande pubblico. Diventa uno dei volti storici della comunicazione. Per oltre vent’anni, Sottocorona conduce le previsioni meteo all’interno di programmi di approfondimento come Omnibus e Coffee Break, divenendo una presenza quotidiana per milioni di spettatori.
Nel suo modo di raccontare il meteo, univa competenza scientifica e sensibilità civile: educava alla prudenza; non banalizzava, ma spiegava le cause e gli effetti dei fenomeni atmosferici. Non urlava, non cercava lo scoop. Non interpretava i fenomeni meteorologici come catastrofi o metafore politiche. Li spiegava. Con rigore, ironia, misura.

La pace come performance

L’idea che Donald Trump possa ricevere il Nobel per la Pace sembra una provocazione, e forse lo è. Ma è anche il segno di un’epoca che premia l’autoritarismo al dialogo, l’immagine ed il clamore prima dei contenuti, la forza e la divisione prima della solidarietà.
Con la tregua parziale a Gaza e l’autocelebrazione dei sette conflitti normalizzati, il suo sogno di vincere il premio ritorna: la pace come prodotto da comunicare, un brand personale da rivendere in campagna elettorale.
Eppure, questi accordi sono ancora fragili ed una normalizzazione dell’area medio-orientale tutta da costruire, così come i nuovi equilibri geopolitici ed economici, tralasciando ovviamente un reale processo di riconciliazione che appare quanto mai irraggiungibile. Trump si muove nel solco di una diplomazia “da palco”, dove conta più la foto che l’accordo, più l’annuncio – la pace in 24 ore - che la mediazione. È la logica del negoziato istantaneo, compatibile con i tempi dei social e delle breaking news, ma inadatta a costruire qualcosa di concreto.
Il punto non è tanto la candidatura in sé – dopotutto, anche leader controversi come Obama, Kissinger o Arafat hanno ricevuto il Nobel in contesti di tensione – ma l’uso politico del riconoscimento. Trump non cerca la pace, cerca legittimazione morale, un simbolo da opporre a un establishment che lo dipinge come divisivo.
Così, la pace si trasforma da valore universale in strumento di autoaffermazione: un trofeo da conquistare, non un equilibrio da custodire.

La fragilità del consenso

Dietro questa messa in scena c’è un equivoco più profondo. Nella cultura politica di Trump – e di molti leader contemporanei – la pace non è un fine ma un atto di forza: si ottiene non con la diplomazia, ma con la pressione, la minaccia, la leva economica. È una visione che semplifica il mondo, ma che alimenta nuove tensioni.
Le tregue imposte rischiano di diventare equilibri apparenti, capaci di durare solo finché conviene alle parti. E quando la pace è vista come un risultato personale, basta un cambio di interesse per farla crollare. È accaduto in tutti gli altri conflitti che il tycoon dice di aver normalizzato, accade oggi in Medio Oriente, dove ogni annuncio di distensione è seguito da una nuova escalation o da un irrigidimento, si manifesta ancora con più evidenza in Ucraina.
Trump rappresenta la spettacolarizzazione definitiva della diplomazia: non più un’arte paziente, ma un format mediatico. Ogni successo è un titolo, ogni firma un video virale. Ma la pace, quella vera, non ama la luce dei riflettori. Si costruisce nell’ombra, nei compromessi, nella discrezione dei tavoli negoziali.
Ecco perché l’idea di un Nobel suona stonata: premiare chi confonde la tregua con la vittoria significa smarrire il senso profondo del riconoscimento stesso.

Due modelli di autorevolezza

Trump e Sottocorona incarnano due modelli opposti di comunicazione. Il primo si afferma attraverso la retorica del sé, costruendo consenso con l’iperbole. Il secondo attraverso la cura dei dettagli, la pazienza dell’ascolto, la coerenza quotidiana. Trump parla per vincere, Sottocorona parlava per chiarire.
E se il primo misura il successo in applausi, il secondo lo trovava nella fiducia di chi lo seguiva ogni giorno. Questa contrapposizione racconta molto anche del nostro tempo mediatico: la leadership urlata contro l’autorevolezza silenziosa, la corsa all’impatto contro la responsabilità dell’informazione. La pace di Trump è un brand, la meteorologia di Sottocorona era un servizio. Nel mezzo, la crisi di un sistema che ha sostituito la credibilità con la visibilità.