Il primo appuntamento ufficiale degli elettori repubblicani, in Iowa, con i candidati che puntano alla nomination è stato un mezzo plebiscito per Trump, che ha preso il 51% dei voti. Ron DeSantis con il 21% e Nikki Haley con il 19%, insieme, sono staccati di 11 punti e non lo preoccupano.
Tanto che si è complimentato con entrambi per “essere andati bene”, e non c’era il solito sarcasmo acido e irridente dei suoi comizi. Le prossime due primarie in New Hampshire e Sud Carolina potrebbero, in teoria, rianimare la Haley, che si era illusa di spodestare Santis dal secondo posto già in Iowa ed è la più delusa poiché sperava di poter annunciare che la corsa era diventata “un affare a due”, tra lei e Trump. Haley lo ha detto lo stesso, dopo i risultati, ma è la prima a sapere che non è (ancora) vero. DeSantis è scampato al rischio di un terzo posto che sarebbe stato umiliante e che lo avrebbe, probabilmente, eliminato come un Vivek Ramaswamy qualunque: il giovane imprenditore ha preso il 7,7% e ha abbandonato la gara dando contestualmente uno scontato appoggio formale a Trump. E probabilmente il grosso dei simpatizzanti per Ramaswamy (sono meno del 5% a livello nazionale oggi) seguirà il suo invito nelle primarie a venire.
L’ex presidente aveva intascato sponsorizzazioni importanti nei giorni scorsi, tra cui quelle dello Speaker Mike Johnson e del leader della maggioranza repubblicana della Camera Steve Scalise; tra i senatori, Marco Rubio e Rick Scott della Florida, e Tom Cotton dell’Arkansas; e tra i governatori Doug Burgum del Nord Dakota. Il top dell’establishment repubblicano, più o meno riluttante, si sta insomma accodando a Trump. Non stupisce che, da leader sempre più sicuro di sé, lui si sia offerto nella versione del vincitore magnanimo, con quel linguaggio del corpo bonario e accattivante che aveva cominciato a sperimentare nelle settimane scorse moderando i toni e la voce nelle sue uscite. La strada sembra spianata per Trump, che nel discorso della vittoria ha voluto apparire “presidenziale”. Ha fatto un appello alla unità nel paese, lui divisivo per eccellenza, come se si sentisse già alla Casa Bianca. Addirittura ha auspicato, istrione, che “ognuno nel nostro Paese stia insieme agli altri. Vogliamo che siano tutti insieme, repubblicani o democratici o liberal o conservatori. Sarebbe così carino”, ha esagerato senza pudore, “se potessimo mettere fine alle morti e alle distruzioni di cui siamo testimoni”. Amen.
Il Trump messianico deve ancora conquistare il consenso di una minoranza nel GOP, stando alla media RCP dei sondaggi nazionali che appena prima dello Iowa gli davano il 61,5% delle preferenze, con Haley (12%) e DeSantis (10,7%) a non raccogliere, insieme, nemmeno il voto di un repubblicano su quattro. È previsione sempre più fondata che il fronte dei No-Trump di oggi, all’interno dei repubblicani, sia destinato ad assottigliarsi ad una minoranza di conservatori irriducibili Never-Trump. Ossia quegli elettori che potrebbero unirsi ai democratici Never-Biden e dare corpo all’ipotesi terzista dell’indipendente Robert Kennedy o dei centristi moderati bipartisan di Joe Manchin, se davvero prenderà quota l’ipotesi del partito No Labels (senza etichette).
La resistenza a Trump quale candidato alla nomination repubblicana in estate e, poi, alla elezione per la Casa Bianca in novembre ha la forma, oggi, dei sondaggi che lo bocciano alla voce “popolarità positiva” (favourability) : secondo la media di RCP il 39,9% lo vede favorevolmente, contro il 55,3% che lo giudica sfavorevolmente. Sono numeri che parlano da soli se non fosse che, nel testa a testa con Joe Biden, 81 anni, la media RCP dà a Trump, 77 anni, il 45,8% dei voti, contro il 44,7% del suo avversario. E questi sono numeri nazionali: nella rilevazione limitata agli Stati “swing”, ballerini, decisivi per la assegnazione dei Grandi Elettori, il vantaggio del repubblicano sul democratico è più ampio. Secondo il sondaggio Redfield & Wilton-The Telegraph pubblicato l’8 gennaio, Trump batte Biden in Florida per 11 punti, in Georgia per 8, in Arizona per 6, in Nord Carolina per 4, in Michigan per 2 e in Pennsylvania per uno.
I Democratici non si capacitano di come il Donald Trump “insurrezionista” del 6 gennaio del 2021, l’uomo politico più incriminato (91 capi), con più processi in calendario (4, finora) e con all’orizzonte un verdetto della Corte Suprema che potrebbe dichiararlo “non qualificato per essere messo sulle schede elettorali” si trovi in questa situazione tutto sommato solida e rassicurante per le sue prospettive di vittoria. Per svegliare i Democratici dal torpore di un ottimismo mal riposto sulla “inadeguatezza personale” di Trump e sulla “assurdità” del seguito di cui gode tra milioni di elettori del GOP, due commentatori rispettabili e lucidi, elettori di Biden nel 2020 e ultra Never Trump quali Roger Lowenstein e Bret Stephens, entrambi dalle colonne del New York Times, quindi insospettabili, hanno spiegato quali frecce ha Trump al suo arco.
Chi non riconosce l’appeal di Trump, ha scritto Lowenstein, “ignora un fatto impressionante: lo standard di vita di una tipica famiglia americana è migliorato durante i tre anni di Trump prima della pandemia. Sotto il presidente Biden gli americani hanno (se va bene) lottato duro per stare al passo con l’inflazione”. Gli elettori hanno invece sperimentato “una crescita secca, tenendo conto dell’inflazione, nei redditi mediani delle famiglie - cioè come tipicamente vive una famiglia - durante gli anni di Trump che hanno preceduto la pandemia: il 10,5% dal 2016 al 2019”. Sotto Biden “ in tutte le importanti categorie di standard che migliorano le condizioni di vita, il paese non ha fatto progressi”, conclude Lowenstein.
“Probabilmente il fatto geopolitico più importante del secolo”, ha osservato Stephens “è la migrazione di massa di persone da sud a nord e da est a ovest, causando cambiamenti tettonici demografici, culturali, economici e, in definitiva, politici. Trump lo ha capito fin dall’inizio della sua candidatura presidenziale nel 2015, lo stesso anno in cui l’Europa è stata travolta da una migrazione in gran parte incontrollata dal Medio Oriente e dall’Africa. Come ha detto Trump: “Una nazione senza confini non è affatto una nazione. Dobbiamo avere un muro. Lo Stato di diritto conta!”. Stevens non si è fermato all’immigrazione: “C’è la questione delle istituzioni che dovrebbero rappresentare competenze imparziali, dalle università e dai media d’élite, ai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie e all’FBI. I detrattori di Trump, me compreso”, riconosce Stephens, “hanno spesso sostenuto che la sua demagogia e le sue menzogne hanno contribuito molto a diminuire inutilmente la fiducia in queste istituzioni vitali. Ma dovremmo essere "più onesti con noi stessi e ammettere che quelle istituzioni hanno fatto il loro lavoro sperperando, per faziosità o incompetenza, la stima in cui un tempo erano state ampiamente tenute”. Come mai?
Gran parte dei media d’élite, per lo più liberal, spiega Stevens, “sono diventati apertamente partigiani nelle elezioni del 2016 e, così facendo, non solo non sono riusciti a capire perché Trump ha vinto, ma probabilmente hanno anche contribuito inconsapevolmente alla sua vittoria. Il mondo accademico, anch’esso per lo più liberal (di sinistra), è diventato sempre più illiberale, inospitale non solo per i conservatori ma per chiunque si opponga anche modestamente all’ortodossia progressista. L’F.B.I. ha abusato della sua autorità con indagini dubbie e fughe di notizie salaci che hanno portato a titoli sensazionali ma non a procedimenti penali, tanto meno a condanne”.
Trump, pur con tutto il suo comportamento censurabile sotto tanti aspetti, aveva avuto delle buone ragioni nel suo operare e nelle sue denunce, ammette Stephens. La sua ricetta per farlo perdere in novembre? Non è misterioso che in tanti l’abbiano apprezzato e seguito, e soltanto se i Democratici affrontano la realtà dei suoi successi possono sperare di non fargli fare il bis.