L’obiettivo di Trump è chiaro: abbassare il prezzo globale del petrolio per togliere entrate alla Russia, la cui economia dipende molto dalla vendita del greggio.
Da quando è tornato alla Casa Bianca, Donald Trump si è posto un obiettivo chiaro: fermare la guerra in Ucraina. Ha tentato in più modi di arrivare a un cessate il fuoco e a un accordo di pace tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, ma fino a oggi la diplomazia non è bastata. Da un lato Putin continua a bombardare l’Ucraina e non sembra realmente interessato a una pace duratura; dall’altro Zelensky punta a una soluzione che non preveda compromessi ritenuti inaccettabili per Kiev.
Proprio per questo, visto che al momento un accordo appare irraggiungibile, Trump starebbe preparando una mossa alternativa: colpire la Russia sul piano economico, rendendo la guerra finanziariamente insostenibile. Dopo le sanzioni occidentali e l’embargo, l’economia russa si regge in larga parte sulla vendita di petrolio. In ambito energetico, infatti, il greggio russo, dopo lo stop delle forniture verso l’Europa, viene esportato soprattutto verso Paesi considerati «amici», come la Cina. In questo modo Mosca ha in parte compensato le perdite, continuando a finanziare il conflitto.
Ma cosa accadrebbe se il prezzo del petrolio crollasse a livello globale? I ricavi della Russia diminuirebbero drasticamente e il Cremlino perderebbe la capacità finanziaria necessaria per sostenere la guerra nel lungo periodo. Ed è proprio questo lo scenario a cui Trump punta: abbassare il prezzo del greggio su scala globale per ridurre le entrate russe e colpire l’economia del Paese.
La nuova mossa di Trump, comandare il petrolio globale per colpire Putin
Trump sa che ogni barile aggiuntivo immesso sul mercato, ogni petroliera russa sequestrata e ogni dollaro in meno sul prezzo globale del petrolio si traducono in meno risorse per Mosca. Anche l’eventuale attacco al Venezuela va letto in questa chiave. Ufficialmente, Washington giustifica il blitz a Caracas con la necessità di rovesciare la dittatura di Nicolás Maduro, accusata di collusioni con il narcotraffico. Tuttavia, gli Stati Uniti non hanno mai nascosto l’interesse per il petrolio venezuelano, considerando che il Paese possiede le maggiori riserve al mondo, oggi però largamente inutilizzate.
Trump guarda al petrolio venezuelano per due motivi principali: sottrarlo alla Cina, che ne è stata uno dei principali importatori, e aumentare l’offerta globale di greggio sotto controllo statunitense. Controllando il mercato, gli Stati Uniti possono influenzare anche i prezzi, spingendoli verso il basso e mettendo in difficoltà l’economia russa.
All’inizio di gennaio, oltre alla pressione sul Venezuela, Trump ha compiuto altri passi significativi: ha autorizzato il sequestro di diverse petroliere russe che aggiravano le sanzioni e ha sostenuto in Senato un disegno di legge che impone pesanti dazi ai Paesi che acquistano petrolio da Mosca. In pochi giorni, l’amministrazione americana ha lanciato un vero e proprio attacco al settore energetico russo.
A essere colpita non sarebbe solo la Russia, ma anche altri Paesi legati a Mosca da rapporti energetici e militari, come Venezuela, Cuba, Iran e Corea del Nord, tutte nazioni storicamente ostili a Trump. La strategia ricorda quella adottata negli anni Ottanta da Ronald Reagan, quando un forte aumento della produzione petrolifera portò al crollo dei prezzi e contribuì al declino dell’Unione Sovietica.
Già nel 2025 i prezzi del petrolio sono scesi di circa il 20%, riducendo sensibilmente le entrate russe. Ora Trump punta ad abbassare ulteriormente le quotazioni: secondo alcune stime, un prezzo globale sotto i 45 dollari al barile renderebbe impossibile per Mosca continuare a finanziare la guerra. Inoltre, nel 2026 l’offerta mondiale di petrolio dovrebbe superare la domanda di circa 3,8 milioni di barili al giorno, un fattore che potrebbe spingere i prezzi ancora più in basso nel corso dell’anno.
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