L’IRI di Donald Trump si rafforza: dopo aver acquistato a luglio la quota di maggioranza relativa di MP Materials, unico produttore di terre rare degli USA, e aver poi ad agosto convertito i crediti del Chips Act nel controllo di una quota del 10% di Intel, importante colosso dei semiconduttori in crisi da anni, il governo americano ha annunciato che investirà nel capitale di una terza azienda cruciale per gli approvvigionamenti strategici.
Ieri, infatti, il Segretario all’Energia dell’amministrazione di Donald Trump, Chris Wright, ha dichiarato l’imminente formalizzazione dell’acquisizione del 5% di Lithium Americas e del 5% della miniera di Thacker Pass, Nevada.
Al contempo, nota la Cnbc, «la società canadese rinegozia i termini di un prestito di 2,2 miliardi di dollari dal Dipartimento dell’Energia per la sua miniera di Thacker Pass, nel Nevada settentrionale. Si prevede che la miniera diventerà una delle maggiori fonti di litio del Nord America, con la prima fase del progetto che dovrebbe iniziare le operazioni alla fine del 2027».
Wright ha motivato l’investimento con la volontà di mettere gli Usa al centro di un mercato estrattivo in cui Washington è oggi marginale. Gli Usa hanno enormi disponibilità di litio, materiale strategico in diversi settori che vanno dall’auto elettrica all’industria della Difesa, ma ne producono solo lo 0,3% del totale a livello mondiale, 610 tonnellate. Il Nevada è l’unico Stato dell’Unione che produce il litio e per gli Usa è strategico.
«La prima amministrazione Trump ha approvato il progetto Thacker Pass, mentre l’amministrazione Biden ha approvato un prestito di 2,3 miliardi di dollari lo scorso anno. Più di recente, Lithium Americas e il partner di joint venture General Motors (GM) hanno avviato trattative con il Dipartimento dell’Energia per definire le condizioni di accesso a tale prestito», nota Investors.com sottolineando come Trump abbia optato nuovamente per un interventismo nell’economia che ha dell’insolito per gli Usa, e a maggior ragione per il suo Partito Repubblicano.
La competizione con la Cina è serrata e ad oggi la partita si sta spostando nel controllo delle filiere industriali vitali per la prosperità delle nazioni, coniugando estrazione e raffinazione. Washington interpreta il nuovo spirito del tempo che applica all’ennesima potenza la (vera) lezione di Adam Smith, che lungi dall’essere il teorico del libero scambio fine a sé stesso nei suoi scritti, ivi compresa *La ricchezza delle nazioni*, teorizzava il primato della sicurezza sulla prosperità, e anzi il ruolo della prima come presupposto della seconda.
Oggi per gli Usa “sicurezza” in economia significa soprattutto sicurezza delle materie prime e degli asset che plasmano l’industria decisiva per lo sviluppo dei sistemi-Paese.
E dunque via all’ingresso del governo nel capitale di un produttore di terre rare e uno di litio, mentre per Intel l’operazione è ancora più complessa, consistendo nella riunione di un “salotto buono” indirizzato politicamente e coinvolgente grandi nomi come SoftBank e Nvidia.
Sono questi i presupposti del “capitalismo nazionalista” di Trump e del Segretario al Tesoro Scott Bessent che mira a usare i capitali e l’influenza politica dello Stato americano per attrezzarlo a competere in un’era di grandi rivalità geopolitiche ed economiche.
I capitali delle aziende strategiche, in quest’ottica, sono una leva utile. Lithium Americas, in tal senso, da società di diritto canadese con sede a Vancouver, British Columbia, ma operante soprattutto negli Usa è stata indicata come un attore di mercato le cui quote andavano presidiate da vicino dal governo Usa preoccupato dalla presenza cinese nel suo azionariato.
Oltre a GM, una quota analoga alla grande casa (6,21%) è posseduta dalla sussidiaria americana di Ganfeng Lithium, colosso cinese con attività in Irlanda, Messico, Mali e Congo che non è esagerato dire pesi da sola molto più degli Usa nel settore di questo mercato critico.
Per Washington un presidio sistemico è risultato doveroso, così da poter indirizzare verso il mercato interno la produzione della futura miniera ed evitare possibili interferenze di Pechino.
Anche nella terra del libero mercato il capitalismo è pienamente politico. O, meglio dire, geopolitico.