Trump in bilico? Vi spiego come le elezioni di medio termine potrebbero cambiare tutto

Glauco Maggi

22 Dicembre 2025 - 17:56

Nonostante la bassa approvazione in Congresso, i Democratici potrebbero sorprendere alle elezioni di medio termine 2026, sfidando Trump e il controllo del GOP.

Trump in bilico? Vi spiego come le elezioni di medio termine potrebbero cambiare tutto

Può un partito, la cui rappresentanza politica in Congresso è al minimo storico nella considerazione della gente (secondo il recente sondaggio della Quinnipiac University), essere al tempo stesso il partito favorito per le elezioni di medio termine del prossimo novembre? Certo che sì, anche se può sembrare un’assurdità.

Se si votasse oggi, il 47% degli elettori dice che vorrebbe vedere vincente alla Camera, nel novembre del 2026, il partito Democratico, contro il 43% che preferirebbe che il partito Repubblicano mantenesse il controllo.

Eppure, solo il 18% dei votanti dice che approva il lavoro fatto dai DEM in Congresso, mentre il 73% lo boccia. È dal 2009 che si tiene la rilevazione Quinnipiac, e questo dato, il peggiore di sempre, supera il precedente basso record di promozione del luglio scorso, quando era al 19% la quota dei favorevoli, contro il 72% di bocciature. Tra i soli Democratici, l’approvazione per il lavoro fatto dal proprio partito sale al 42%, ma coloro che non sono affatto contenti sono il 48%, il 6% in più. Tre anni fa, ottobre del 2022 - e lo citiamo per dare una prospettiva - l’approvazione dei Democratici per come deputati e senatori del partito lavoravano in Congresso era pari al 58%, con solo il 36% che bocciava il loro operato.

In proporzione i Repubblicani eletti in Congresso sono visti meglio dei DEM, anche se in assoluto non hanno molto di cui vantarsi: il 35% degli elettori americani approva come il GOP sta agendo in Congresso, rispetto al 58% che disapprova. Va però detto che, chiamati a giudicare il lavoro dei propri rappresentanti in Congresso, i Repubblicani sono molto più soddisfatti dei DEM: infatti, il 77% di loro promuove il GOP, mentre sono soltanto il 18% gli insoddisfatti.

A pesare sui giudizi contrastanti attuali c’è il diverso modo in cui i due partiti sono arrivati qualche mese fa al fermo delle attività statali, e come poi vi hanno posto fine. Al pubblico in generale non è piaciuto il lungo blocco compiuto, sul piano tecnico-istituzionale, dal Congresso. Ma agli interpellati DEM, in particolare, non è andata giù la fine dello stallo, dovuta al gruppo dei loro senatori DEM che hanno accettato la mozione del GOP e hanno garantito la super-maggioranza di 60 voti. Venendo da Stati incerti, swing, questi senatori DEM avevano fatto i loro conti: se avessero mantenuto la posizione intransigente e radicale (la continuazione dei sussidi pubblici pro Obamacare in scadenza) propugnata dal capo della minoranza Democratica Chuck Schumer, avrebbero personalmente corso il rischio di essere abbandonati dalla quota moderata di Democratici del proprio elettorato.

La selezione dei politici locali avviene attraverso il rapporto diretto tra chi cerca una carica e la gente del proprio distretto, che lo vota o no. Non esiste la mediazione debordante dei partiti come avviene in Italia, dove la formazione delle liste dei candidati è soprattutto affare delle segreterie.

A livello presidenziale, negli Stati Uniti la politica è invece, spesso, il regno del “confronto al ribasso”, nel senso che la scelta degli elettori su chi mandare al governo è, in verità, la scelta di chi punire, ossia di tenere lontano dal potere. Le qualità apprezzate di per sé di un candidato presidente, nella grande maggioranza dei casi, possono essere un fattore anche pesante (esempi sono la rielezione di Reagan e di Clinton, e la prima elezione di Obama), ma di solito non bastano se non si combinano con la bocciatura netta dell’avversario.

È stato così nel 2024: Trump ha vinto con la convinta minoranza della sua basa MAGA, ma deve dire grazie a Joe Biden e ai suoi disastri (Afghanistan, immigrazione clandestina, wokismo dai trans al DEI) e a Kamala Harris, ideale avversaria, che hanno fatto conquistare al Repubblicano tutti e sette gli stati incerti, e addirittura il voto popolare nella nazione.

Completamente diverso è lo scenario delle altre elezioni, anche se di importanza nazionale, quale sarà il voto di medio termine, a novembre 2026. In gioco ci sarà il controllo dei due rami, e se anche uno solo passerà ai DEM, il presidente diventerà una “anatra zoppa”: non potrà far approvare le leggi che sono ancora nella sua agenda; e se la Camera diventerà a maggioranza Democratica, si può scommettere, lo Speaker DEM che verrà lancerà una procedura di impeachment. E sarebbe la terza contro Trump, un record.

Le elezioni locali extra calendario, che siano amministrative, politiche per deputati e senatori, o giudiziarie per i magistrati, sono sempre commentate dai media come anticipazioni, segnali di quanto avverrà nelle sfide nazionali che contano: il Congresso sede del potere legislativo e la Casa Bianca di quello esecutivo. Vediamo come sono andati alle urne i candidati DEM e GOP.

Nel 2025 i DEM hanno vinto negli Stati blu, tradizionalmente Democratici, ma anche in distretti che erano andati a Trump soltanto un anno fa, e spesso con largo margine. In Virginia, Abigail Spanberger ha conquistato la carica di governatore, strappando il governatorato ai Repubblicani in uno stato che Trump aveva riconquistato nel 2024, dopo averlo perso nel 2020. In New Jersey, Mikie Sherrill ha vinto il governatorato con margine ampio, in questo caso mantenendo il controllo che era già Democratico. Ci sono state anche elezioni per le legislature statali, e i Democratici hanno conquistato nelle camere locali 13 seggi aggiuntivi, consolidando la maggioranza che avevano già. Nel Parlamento statale in New Jersey i Democratici hanno guadagnato 5 seggi, arrivando alla super-maggioranza. In totale, nel 2025, i Democratici hanno ribaltato almeno 9 distretti che erano stati vinti da Trump a livello statale, dallo Iowa alla Virginia. Certo il confronto è improprio: non essendoci il nome del presidente sulle liste, l’esito pro DEM e anti GOP è soprattutto la misura dell’attrazione personale che aveva avuto Trump un anno fa.

L’elezione a sindaco di New York di Zohran Mamdani, Democratico, era scontata: i registrati Democratici sono il 66% contro l’11% dei Repubblicani. Piuttosto, la novità è che Mamdani è un dichiarato socialista, filo palestinese e antisemita, nella città simbolo del capitalismo e con il numero più alto di ebrei negli USA: trarne qualche indizio per capire come voteranno tutti gli americani nel 2026, e poi alle presidenziali nel 2028, è azzardato a dire poco.

Invece, per quanto riguarda l’esito delle elezioni di medio termine per il Congresso nel 2026, è giusto tenere in grande considerazione la tradizione: quasi sempre, dal dopoguerra, il partito che ha conquistato la presidenza ha perso sempre molti deputati nelle elezioni di medio termine di due anni dopo (le due eccezioni sono state Bill Clinton e George W. Bush). Gli elettori usano questo appuntamento elettorale come il primo a disposizione per giudicare il neo presidente, e se scontenti, delusi, o risentiti per aver perso la Casa Bianca, hanno una motivazione più forte per recarsi a votare e determinare il risultato.

Trump in realtà non è un presidente all’esordio, essendo al suo secondo mandato, e si vedrà se la tradizione negativa per il GOP sarà rispettata nel novembre 2026. Il consenso dei media anticipa la vittoria dei DEM sulla base dei successi che ho citato. Ma è una scommessa che non tiene conto di come sia andato il GOP nelle elezioni locali del 2024, una base di consensi che non può essere svanita in 12 mesi. I Repubblicani hanno mantenuto la maggioranza dei governatori, 27 Stati contro 23, e nelle legislature statali. Degli 11 governatori in gioco nel 2024, 8 erano Repubblicani uscenti e tutti sono stati rieletti. Il GOP ha continuato a controllare più legislature statali dei Democratici: 27 legislature interamente Repubblicane contro 17 interamente Democratiche. I Repubblicani hanno rafforzato il controllo in più stati, mantenendo la maggioranza in Arizona, ampliando le maggioranze in New Hampshire, e ottenendo numeri da super-maggioranza in Iowa e South Carolina. In totale, nelle elezioni legislative statali di 12 mesi fa, i Repubblicani hanno guadagnato 57 seggi sui circa 6mila in gioco, aumentando la rappresentanza in 20 stati. Tra le altre, hanno conquistato due camere precedentemente Democratiche in Michigan e Minnesota, facendo passare entrambe le legislature sotto controllo GOP. In Vermont, lo stato di Bernie Sanders, hanno ottenuto 25 seggi in più, circa il 14% di tutti i seggi in palio, riducendo notevolmente il margine Democratico. In Kansas hanno guadagnato 5 seggi, rafforzando ulteriormente la capacità di superare i veti della governatrice Democratica. In stati già “rossi” (Nord Dakota, Montana, Ohio, Nord Carolina) hanno mantenuto ampie maggioranze nelle due camere legislative.

In conclusione, la contraddizione del sondaggio Quinnipiac è solo apparente. I DEM, avendo perso il lockdown, non hanno fiducia nel proprio partito in Congresso, ma sperano nella rivincita alle urne.