L’ex presidente Usa Donald Trump ha accolto con grande entusiasmo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, la quale ha stabilito che The Donald gode dell’immunità presidenziale per gli atti ufficiali a seguito della causa intentata dal consigliere speciale Jack Smith nell’ambito dell’indagine sull’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021.
La Corte ha infatti deciso, con un voto di 6-3, che i presidenti godono dell’immunità per gli atti ufficiali, ma non per quelli non ufficiali. «In base alla nostra struttura costituzionale di poteri separati, la natura del potere presidenziale dà diritto a un ex Presidente all’immunità assoluta dalle azioni penali per le azioni che rientrano nella sua autorità costituzionale conclusiva e preclusiva», ha scritto il Presidente della Corte John Roberts. «E ha diritto a un’immunità almeno presunta per tutti i suoi atti ufficiali».
Le implicazioni della storica sentenza della Corte Suprema
La decisione della Corte Suprema circa l’umminità presidenziale ritarderà il processo sull’assalto al Campidoglio fino a dopo le elezioni, ma la sentenza dell’Alta Corte potrebbe avere importanti ripercussioni anche sugli altri casi nei quali è implicato l’ex presidente, a cominciare dall’indagine sui documenti top-secret che Donald Trump avrebbe portato dalla Casa Bianca alla sua residenza privata di Mar-a-Lago, a Palm Beach, Florida. «Certamente il caso di Washington rallenta perché alcune accuse sono state respinte. Le comunicazioni con il Dipartimento di Giustizia, che fanno parte di quel caso, sono considerate dalla Corte Suprema coperte dall’immunità, così come le comunicazioni con il vicepresidente Mike Pence, riguardanti il conteggio dei voti elettorali, hanno un’immunità presunta. Altre accuse importanti di quel caso sono state eliminate», ha spiegato il professore della Cornell Law School William Jacobson al programma televisivo «Just the News, No Noise».
Si sgonfiano le inchieste contro Trump
«La Corte ha lasciato aperte altre questioni. Quindi la corte di secondo grado dovrà decidere se le azioni intraprese da Donald Trump nel tenere un discorso a un comizio, nel twittare, nel comunicare con le persone a livello statale, rientrino di fatto nell’ambito di un atto ufficiale. E questo è un aspetto da determinare, anche se alcune di queste azioni andranno avanti», ha aggiunto. Come spiega anche Politico, la causa intentata dal procuratore Jack Smith - quella su cui più facevano affidamento i democratici, rischia di sgonfiarsi perché la sentenza della Corte Suprema «ha eliminato alcune delle accuse principali mosse dal procuratore speciale Jack Smith contro Trump», tra cui quelle secondo cui «avrebbe tentato di usare il Dipartimento di Giustizia come arma per inventare o amplificare false accuse di frode elettorale». L’ex professore di legge di Harvard Alan Dershowitz ha osservato che la sentenza della Corte potrebbe «essere applicata sia ai documenti classificati» che «al caso di interferenza elettorale della Georgia». «L’immunità è un’immunità - ha osservato - non solo dall’azione penale federale, ma anche da quella statale».
Trump ha gioito per la decisione. «Una grande vittoria per la nostra Costituzione e la nostra democrazia, orgogliosi di essere americani!» ha scritto sulla sua piattaforma social, Truth Social. mentre lo Speaker della Camera, Mike Johnson, ha osservato che la decisione della Corte Suprema «è basata sul potere e la posizione unica del presidente, facendo riferimento alla Costituzione ed al buon senso». Nonostante l’isteria dei democratici e dei media progressisti, la sentenza era piuttosto prevedibile sulla base di un precedente importante, ovvero Nixon contro Fitzgerald del 1982, sentenza che già allora affermava che un presidente ha l’immunità assoluta dalle cause civili per atti commessi nell’ambito dei suoi doveri. La Corte Suprema ha ora stabilito che la minaccia di un’azione penale per atti ufficiali rappresenterebbe una minaccia ancor più grave per la presidenza.