Trump: dalla realpolitik ai neocon, con Israele al primo posto

Roberto Vivaldelli

25/09/2025

Trump abbandona il realismo per un approccio neocon, appoggiando Kiev e cedendo a Netanyahu, mentre la diplomazia Usa vacilla

Trump: dalla realpolitik ai neocon, con Israele al primo posto

È un momento di grande confusione per il presidente Usa, Donald Trump, che in politica estera non sta raccogliendo nulla di quanto seminato - seppur con grandi contraddizioni - in questi 8 mesi alla Casa Bianca. In un alquanto sconcertante post pubblicato su Truth, e a seguito di un incontro bilaterale con Zelensky, Trump ha affermato che Kiev potrebbe «riconquistare tutta l’Ucraina nella sua forma originale», ossia ripristinare i confini precedenti all’invasione russa del 2022, con il supporto di Europa e NATO a causa delle pressioni sull’economia russa. Affermazioni - contraddette dalla realtà sul campo di battaglia - che segnano una decisa svolta rispetto ai suoi precedenti avvertimenti secondo cui la fine della guerra avrebbe probabilmente richiesto concessioni territoriali da parte ucraina.

Successivamente, a margine dell’Assemblea Onu, il Segretario di Stato Marco Rubio ha incontrato il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Ne è uscito un comunicato alquanto striminzito, segnale che l’incontro non è andato affatto bene. «Il Segretario Rubio ha ribadito l’appello del Presidente Trump affinché le uccisioni cessino e la necessità che Mosca intraprenda passi significativi verso una risoluzione duratura della guerra tra Russia e Ucraina». In precedenza Trump ha tenuto un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in cui ha criticato aspramente l’ONU per non aver risolto i conflitti internazionali. Dopo il discorso, ha incontrato Zelensky e ha affermato che i paesi della NATO dovrebbero abbattere gli aerei russi che entrano illegalmente nel loro spazio aereo.

Trump archivia realismo e diplomazia, avanzano le tesi neocon

Il presidente Usa ha dunque deciso di archiviare il realismo che aveva caratterizzato alcune sue precedenti affermazioni per sposare un approccio decisamente più aggressivo verso la Federazione russa, di fatto sostenendo le ragioni dei «falchi» neocon come il senatore Lindsey Graham e l’ex capo della CIA Mike Pompeo, che hanno salutato con grande entusiasmo le dichiarazioni bellicose di Trump contro Mosca, di fatto rendendo inutile il bilaterale tra Rubio e Lavrov. «Questo impegno a continuare a vendere armi americane di alta qualità alla NATO a beneficio dell’Ucraina cambia radicalmente l’equazione militare per la Russia» ha affermato Graham, dal 2014 un convinto sostenitore dell’ingresso di Kiev nella NATO.

«Questo impegno, combinato con la pressione economica su coloro che acquistano petrolio e gas russi a basso costo come Cina, India e Brasile, rappresenta la migliore speranza per porre fine a questo bagno di sangue in modo onorevole e giusto.Il Presidente Trump ha ragione nel valutare che l’economia russa è sotto stress e questo peggiorerà solo se rendiamo tossico l’acquisto di petrolio e gas russi a basso costo per chi sceglie quella strada». «La lotta dell’Ucraina è la lotta dell’America. Dobbiamo vincere» ha scritto su X Mike Pompeo, condividendo una dichiarazione della Casa Bianca.

Carta bianca a Netanyahu: un danno per gli Usa

Sul fronte Gaza - e Medio Oriente, in generale - le cose non vanno meglio. Qui gli Stati Uniti sembrano essere totalmente succubi delle decisioni del premier Benjamin Netanyahu. Il tutto accade mentre negli Usa il consenso verso la guerra genocida di Bibi crolla vertiginosamente: secondo un sondaggio dell’Associated Press-NORC, circa la metà degli americani ritiene che la risposta militare di Israele a Gaza sia «eccessiva», un aumento rispetto al 40% di novembre 2023. Un netto cambio di atteggiamento degli americani nei confronti delle azioni di Israele che avviene mentre Tel Aviv ha da poco avviato una drammatica offensiva di terra su Gaza City.

Ma com’è possibile che Netanyahu possa fare tutto ciò che vuole, con il consenso - e le armi - americane? Grazie a una potentissima lobby che influenza profondamente le scelte del Congresso e dell’esecutivo. Infatti, nei giorni scorsi, la Casa Bianca ha informato il Congresso di un’imminente vendita di armi a Israele per 6 miliardi di dollari, finanziata con aiuti militari USA. La vendita include 30 elicotteri d’attacco AH-64 Apache (3,8 miliardi) e 3.250 veicoli d’assalto per fanteria (1,9 miliardi). Le armi arriveranno in Israele tra 2-3 anni. Gli Stati Uniti forniscono a Israele almeno 3,8 miliardi di dollari annui in aiuti militari, aumentati a quasi 18 miliardi dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Notizia che segue lo sfacciato tentativo israeliano di assassinare leader di Hamas in Qatar: azione che ha non poco irritato Doha, un importante alleato degli Usa nel Golfo Persico. L’attacco ha minato i - seppur fragili - sforzi diplomatici della diplomazia Usa, interrompendo i negoziati di Trump per porre fine alla guerra a Gaza e liberare ostaggi israeliani. Nonostante l’irritazione di Trump verso Bibi, la Casa Bianca ha spinto per l’approvazione del Congresso nonostante quanto accaduto a Doha.

A questo punto non sorprendono le parole del giornalista Tucker Carlson, il quale ha riferito che il primo ministro israeliano Netanyahu ha dichiarato a più persone: «Io controllo gli Stati Uniti. Io controllo Donald Trump. Bibi se ne va in giro - questo è un fatto, non lo sto indovinando perché ho parlato con le persone a cui lo ha detto - se ne va in giro per il Medio Oriente, nella sua regione, nel suo stesso Paese, e dice alla gente senza mezzi termini, affermandolo e basta: ’Io controllo gli Stati Uniti. Io controllo Donald Trump», ha detto Carlson.

D’altronde il secondo politico più influente a Washington è Marco Rubio, un sionista cristiano convinto. Il Segretario di Stato è stato in Israele, nelle scorse settimane, poco dopo l’omicidio di Charlie Kirk. Come nota the American Conservative, mentre in America le bandiere sventolavano a mezz’asta e il paese era scosso dal timore di una guerra civile, Rubio si trovava a Gerusalemme accanto a Netanyahu. Lì, appoggiava la ricerca di Israele di una vittoria militare totale a Gaza, anziché sostenere una soluzione diplomatica, a meno di una settimana dall’azione israeliana che aveva di fatto sabotato i colloqui di pace guidati dagli Stati Uniti. America First? No, Israel First.