Ottanta dollari. È il prezzo del Brent oggi, dopo un rialzo di oltre il 10% in una settimana di nuovi scontri tra Stati Uniti e Iran.
Il 28 febbraio, prima che iniziasse la guerra, il barile ne valeva settanta. A fine marzo, con lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso, il prezzo toccò i 118 dollari. Il 17 giugno, con l’intesa provvisoria tra Washington e Teheran, tornò a 83.
108 giorni di conflitto, un quinto del petrolio e del gas del pianeta fermo nel Golfo, e il prezzo del barile quasi al punto di partenza. Per tenerlo lì, governi e compagnie hanno svuotato le riserve strategiche e commerciali, quasi un miliardo di barili, secondo le stime circolate tra gli analisti dell’energia nelle ultime settimane. Ogni nuovo attacco arrivava sullo schermo dei trader già filtrato dai barili in meno nei depositi.
Mercoledì scorso Trump aveva dichiarato conclusa l’intesa del 17 giugno, dopo che l’Iran aveva colpito petroliere qatariote e saudite in transito nello stretto.
La settimana scorsa forze iraniane hanno colpito tre navi mercantili in transito nello stretto.
Domenica il Comando centrale statunitense ha usato per la prima volta droni marittimi in combattimento, colpendo un sommergibile iraniano e una base navale a Bandar Abbas. Lunedì l’Iran ha risposto colpendo obiettivi in Bahrein, Giordania, Kuwait e Oman.
Oggi la Marina statunitense riattiva il blocco navale sulle navi iraniane. Trump, in una lettera al Senato datata 10 luglio, certifica l’avvio di nuove azioni militari contro l’Iran dal 7 luglio.
Nello stesso comunicato si proclama «guardiano dello Stretto di Hormuz» e chiede una commissione del 20% su tutto il carico che transita nel canale.
Le compagnie di spedizione pagano di norma commissioni tra il 2% e il 3% del valore del carico. Il 20% chiesto da Trump è quasi dieci volte quella cifra — un armatore norvegese intervistato da un network americano lo ha definito irrealistico.
L’Organizzazione Marittima Internazionale risponde poche ore dopo: nessuna base legale per imporre pedaggi obbligatori sul transito in uno stretto internazionale. Non è Teheran a contestare la commissione del 20%. È un ente delle Nazioni Unite che si occupa di traffico marittimo, mentre la Marina statunitense sta già eseguendo per vie militari la stessa proposta che quell’ente dichiara ineseguibile per vie legali.
Gli acquirenti asiatici, che prima della guerra assorbivano circa l’80% delle esportazioni del Golfo, hanno iniziato a cercare fornitori negli Stati Uniti, in Brasile e nell’Africa occidentale — rotte più lunghe, carichi più cari, ma fuori dallo stretto conteso.
Il miliardo di barili in meno nei depositi non è stato ricostituito da giugno a oggi. Gli Houthi, nello stesso comunicato di lunedì, minacciano di colpire anche le rotte del Mar Rosso verso Suez — la via che le petroliere usano per aggirare Hormuz quando lo stretto si restringe.
Ottanta dollari. Lo stesso numero di prima della guerra, il giorno in cui il blocco navale riparte davvero. A marzo la domanda era quanto sarebbe salito il prezzo se il conflitto fosse tornato. Quella domanda dava per scontato che ci fossero ancora, da qualche parte tra il pozzo e lo schermo, i barili che l’ultima volta hanno assorbito il colpo prima che arrivasse fino al numero. Chi guarda oggi lo stesso ottanta dollari sullo stesso schermo, lo sta guardando con quel miliardo di barili ancora davanti, o alle spalle?