Trump all’assalto del sistema: dal controllo di Intel al fondo sovrano USA

Glauco Maggi

27 Agosto 2025 - 16:33

Dal controllo su Intel alla proposta di un fondo sovrano, il presidente miscela pragmatismo e azioni controverse, sfidando le ortodossie repubblicane e liberal per consolidare il consenso.

Trump all’assalto del sistema: dal controllo di Intel al fondo sovrano USA

Non c’è disaccordo, tra gli analisti che hanno esaminato senza paraocchi le ragioni della vittoria elettorale di Trump del novembre scorso, che l’asso nella manica del Repubblicano è stata la lucidità (banale, a ben vedere) di cavalcare la linea del “buon senso”.

C’erano problemi evidenti nel Paese, e Trump ne ha proposto la soluzione. Con il suo stile, chiaramente. L’immigrazione clandestina era la piaga più evidente, e lui l’ha guarita chiudendo i confini, deportando i criminali, favorendo il rimpatrio volontario. Oggi sono oltre un milione i clandestini che sono tornati a casa per scelta, circa tanti quanti sono stati espulsi. Poi c’era la fissazione di Biden e dei liberal che lo manovravano di imporre la correttezza politica nella società (DEI, ossia la «diversità» sui posti di lavoro a scapito della qualità; Teoria Critica della Razza, ossia l’indottrinamento nell’educazione; lo sport “transessuale”, ossia (ex) maschi contro le femmine). E infine le tasse e le regolamentazioni asfissianti, con Trump che voleva tagliarle, e i DEM aumentarle. Con il senno di poi, come poteva Kamala Harris vincere?

E la prova che Trump si sia imposto con una linea di buonsenso è nel comportamento di Gavin Newsom. Si sa che il governatore Democratico della California punta alla presidenza nel 2028, e da ultra liberal che era fino al voto, da mesi sta cambiando pelle politica giorno per giorno. Si prepara ad essere un “moderato” credibile, quando la campagna entrerà nel vivo dopo le elezioni di medio termine per il Congresso fra 14 mesi.

E Trump? Ha archiviato i primi sei mesi della sua amministrazione incassando i dividendi della sua campagna di “buon senso”: ha stroncato l’immigrazione irregolare, e il DEI, la CRT e le aberrazioni dei trans sono in ritirata. La campagna delle tariffe da imporre a tutti i partner, amici e avversari, non rientrava invece nella linea del “buon senso”, ed anzi era osteggiata dalla parte tradizionale e liberista del GOP, che temeva effetti negativi sull’economia. Ad oggi, l’inflazione e l’occupazione non hanno palesato, in America, conseguenze preoccupanti, anche se qualche sintomo di allarme è emerso nei recenti dati sull’aumento dei costi di produzione. Sul piano internazionale, essendo arrivato in tempi brevi alla firma di accordi definitivi (e in qualche caso almeno parziali) con la maggioranza dei Paesi partner importanti (Cina, UE, Gran Bretagna, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Indonesia, ed altri) Trump pare insomma aver disinnescato la bomba di una crisi mondiale dei commerci e di una recessione economica globale. In molti in America, e in Europa, ci avevano scommesso.

L’egotismo di Trump non aveva bisogno di stimoli, ma i complimenti di tanti commentatori (Rich Lowry del «New York Post» e Victor Davis Hanson della Hoover Institution, noti conservatori) lo hanno caricato. E quindi assistiamo a un attivismo senza pause, e senza alcun campo escluso. Ma anche senza, a mio avviso, il paracadute dell’approccio di “buon senso” nel definire le battaglie da condurre. Per non parlare della bussola ideologica, usata durante il primo mandato, dell’adesione alla filosofia conservatrice del partito Repubblicano, un mix di tagli fiscali, deregolamentazioni, sviluppo del settore energetico fossile, difesa della libertà religiosa. Trump l’aveva seguita, anche se non rigorosamente. Come si evinceva dal programma elettorale, l’introduzione dei dazi commerciali era una bestemmia per i propugnatori dei liberi scambi commerciali.

Oggi, a questa deviazione dalla ortodossia Repubblicana dei Reagan e dei Bush, Trump aggiunge uno strappo potenzialmente ancora più radicale e pericoloso. Con l’acquisto del 10% del capitale del colosso tecnologico Intel da parte del Tesoro, il governo americano ha compiuto un passo decisivo nella direzione di un’economia all’europea. Quella che ben conosciamo delle «partecipazioni statali» nelle imprese industriali. È vero che anche Obama aveva usato le casse pubbliche per salvare dal fallimento le aziende automobilistiche, e qualche banca, travolte dalla crisi globale del 2008. Ma, appunto, si era trattato di interventi straordinari, con appoggio bipartisan del GOP, in congiunture eccezionali. Pure allora, peraltro, dal versante conservatore s’erano levate voci contrarie all’uso del denaro pubblico per aiutare le corporation, e i manager al top, che avevano avuto responsabilità evidenti nella crisi.

Un conto, però, sono le situazioni di emergenza sociale, sistemica. Un altro è far diventare il governo il maggiore azionista di una azienda high-tech, di fatto creando la classica situazione conflittuale: il management della Intel sarà libero di decidere la propria linea industriale in rapporto agli incentivi, e alle restrizioni, dati dal mercato e dalla competizione? Oppure la gestione industriale e finanziaria terrà più d’occhio l’interesse dell’azionista pubblico?

Che Trump, con questa mossa di stampo dirigista, si sia allontanato dal solco conservatore e liberista, è dimostrato dai complimenti che gli sono venuti dal senatore socialista Bernie Sanders. Poiché i circa dieci miliardi di dollari di azioni Intel acquistate sono in realtà la conversione di un prestito previsto da una legge - dirigista - firmata da Biden, che aveva lo scopo di sostenere l’industria USA dei microchip, Sanders si è compiaciuto che lo Stato, ora, abbia un controllo diretto sull’azienda tecnologica. Il “controllo sui mezzi di produzione” è marxismo allo stato puro. Ma Trump, che dice d’essere contro l’indottrinamento socialista nelle scuole, in realtà ha in mente un disegno più ampio, legato al 10% di Intel, ed è quindi meglio attendere lo sviluppo di questo disegno prima di bollarlo da “compagno” alla Sanders.

L’idea, già espressa dal presidente in precedenti dichiarazioni, è che il governo USA crei un “fondo d’investimento sovrano”. Niente di nuovo sul piano tecnico. Sarebbe sulla scia di altre nazioni che hanno ricchezze da investire, e che usano questo strumento finanziario. Si pensi alla Norvegia, o all’Arabia Saudita, che da anni destinano ai loro fondi sovrani i proventi della produzione del loro petrolio governativo, nazionalizzato, diversificando l’investimento in azioni globali e altri asset sui mercati mobiliari internazionali. L’intenzione di Trump sarebbe di inserire altre partecipazioni azionarie, insieme alle azioni Intel, nel fondo sovrano USA da costituire. Tecnicamente, lo strumento è valido, e comporta i rischi di ogni investimento. Funzionerebbe insomma come i fondi comuni promossi dalle Fondazioni universitarie che generano gli utili per finanziare l’attività dei college. Se gli utili non vengono generati, il college ne soffre.

Si vedrà se Trump riuscirà nell’impresa, doppia, di creare il fondo e poi di renderlo profittevole. L’acquisto di Intel, con lo sviluppo (più avveniristico che realistico) del fondo sovrano USA, oscilla insomma tra la sbandata a sinistra del Trump statalista, e l’ambizione del Trump finanziere-gestore.

Non equivoca, ma di netto stampo patriottico «law and order», è invece l’ultima crociata di Trump sulla bandiera, lanciata con l’ordine esecutivo del 26 agosto. La Corte Suprema, con un verdetto del 1989, aveva stabilito che bruciarla è un atto protetto dal primo emendamento che garantisce la libertà di espressione. Trump, dopo i casi di cronaca in cui alcuni messicani hanno bruciato la bandiera USA nel corso di manifestazioni antigovernative, ha stabilito con il suo ordine che “se uno brucia una bandiera prende un anno di galera, senza sconti”. L’intento del presidente è di ridefinire i contorni giuridici in cui il primo emendamento protegge “l’esecrazione”, come l’ha definita, della bandiera a stelle e strisce. Dovesse succedere ancora qualche azione del genere, e il colpevole fosse preso, incarcerato, e facesse ricorso, il caso potrebbe ritornare all’esame dei giudici supremi. E Trump confida che resusciteranno il “vilipendio”.

Qual è il risultato, agli occhi dell’opinione pubblica, di tanto attivismo? La gente sembra aver fatto sostanzialmente il callo al suo ondeggiamento frenetico, da destra a sinistra e ritorno, degli ultimi mesi. La media, tenuta da Real Clear Politics, dei sondaggi nazionali sul giudizio del suo lavoro da presidente, vede, al 25 agosto, il 46,1% di favorevoli e il 51,2% di contrari (-5,1 punti il distacco). Sono valori che vanno in altalena da maggio, ma rappresentano un ribaltone rispetto ai primi mesi dell’anno, quando i favorevoli erano 15 punti in più dei contrari.