L’annuncio di un ambizioso piano di dazi da parte degli Stati Uniti, previsto per aprile 2025 ma temporaneamente sospeso per 90 giorni (esclusa la Cina), ha riacceso i riflettori sul protezionismo, un tema che sembrava relegato al passato ma che oggi torna a minacciare la stabilità dei mercati globali.
L’eventualità di una nuova escalation commerciale, con potenziali ritorsioni da parte di paesi come Europa, Messico, Canada, Corea del Sud, Vietnam e Giappone, solleva una domanda cruciale per gli investitori: quanto è vulnerabile il mio portafoglio di ETF a un conflitto commerciale?
Grazie alla trasparenza degli ETF, che consente di analizzare in tempo reale la composizione degli strumenti, è possibile valutare il rischio attraverso tre livelli di analisi: esposizione geografica, settoriale e provenienza dei ricavi aziendali. Questo approfondimento esplora ciascuna dimensione, integrando dati e insight per offrire una guida pratica in uno scenario economico complesso, dove inflazione, crescita del PIL, tassi di interesse e volatilità dei cambi possono amplificare gli impatti di una guerra commerciale.
La composizione geografica è il primo indicatore da monitorare. Gli ETF focalizzati su paesi con rapporti commerciali tesi con gli Stati Uniti sono i più esposti. Ad esempio, un ETF sull’Europa potrebbe subire pressioni se l’UE rispondesse con contro-dazi, mentre un ETF sulla Cina, nonostante la sospensione temporanea, rimane a rischio data la centralità del paese nelle catene di approvvigionamento globali. Anche gli Stati Uniti non sono immuni: il 60% dei ricavi delle aziende dell’S&P 500 proviene dal mercato interno, secondo la Global Revenue Map 2024 di Morningstar, ma il restante 40% dipende da mercati esteri, esponendo l’indice a ritorsioni. Al contrario, paesi come l’Italia, dove solo il 37% dei ricavi delle aziende quotate è domestico, o la Francia, con percentuali ancora più basse, mostrano una dipendenza elevata dai flussi internazionali, rendendo i relativi ETF più vulnerabili. La Cina, con l’89% di ricavi interni, appare relativamente isolata, ma la sua economia rimane intrecciata con quella globale, specialmente nel settore tecnologico.
Passando all’analisi settoriale, non tutti i comparti reagiscono allo stesso modo alle tensioni commerciali. Il settore tecnologico, con le sue catene di fornitura globali, è tra i più a rischio: dazi su semiconduttori o hardware potrebbero comprimere i margini di aziende come Apple o TSMC, penalizzando ETF tech-heavy come quelli sul Nasdaq. L’automotive è altrettanto esposto, con tariffe su componenti e veicoli che potrebbero colpire produttori europei e asiatici. I consumi discrezionali, in particolare e-commerce internazionale e lusso, dipendono fortemente dai mercati esteri, mentre industria, materiali di base e agricoltura risentono di restrizioni sulle materie prime e sulle esportazioni. Anche il settore aerospaziale civile, nonostante la resilienza della difesa, potrebbe subire contraccolpi a causa di dazi su componenti. Al contrario, settori domestici come utilities, beni di consumo di base e turismo interno mostrano maggiore stabilità: la domanda di energia, alimentari o viaggi locali rimane costante, indipendentemente dalle frizioni globali. Gli investitori possono verificare l’allocazione settoriale attraverso i factsheet degli ETF, disponibili sui siti degli emittenti, per identificare eventuali sovraesposizioni a comparti sensibili.
Il terzo livello di analisi, il più complesso, riguarda la provenienza dei ricavi aziendali. Le società che generano una quota significativa di fatturato all’estero sono più vulnerabili rispetto a quelle focalizzate sul mercato interno. Tuttavia, i dati aggregati su questo aspetto sono rari. La Global Revenue Map di Morningstar offre un punto di partenza: negli Stati Uniti, il 60% dei ricavi è domestico, ma in Europa e Giappone la dipendenza dai mercati esteri è molto più marcata. Ad esempio, un ETF sull’MSCI Europe potrebbe includere aziende come LVMH o Volkswagen, il cui fatturato è globale, aumentando il rischio in caso di dazi. Strumenti come l’indice S&P 500 U.S. Revenue Exposure, che seleziona aziende con forte dipendenza dal mercato interno, mostrano una performance relativa migliore (-1,19% da inizio anno al 9 aprile 2025, contro il -6,89% dell’S&P 500 tradizionale), evidenziando il valore di un approccio selettivo. Purtroppo, ETF che replicano indici di questo tipo sono ancora rari in Europa. Gli investitori possono comunque utilizzare piattaforme come Morningstar o Bloomberg per analizzare i ricavi delle principali holding di un ETF, anche se ciò richiede un lavoro manuale. In un contesto di incertezza, la trasparenza degli ETF rimane un alleato prezioso.
Monitorare l’esposizione geografica e settoriale, integrata da un’analisi dei ricavi, consente di costruire portafogli più resilienti. Tuttavia, il protezionismo non è solo una questione di tariffe: i suoi effetti a catena, dall’inflazione alla volatilità valutaria, richiedono una strategia olistica. Diversificare tra settori e aree geografiche, privilegiando ETF con un mix equilibrato di esposizione domestica e internazionale, può mitigare i rischi senza sacrificare le opportunità di crescita.