Tra il desiderio di dollari e la fame di yuan: quale futuro per l’Argentina?

Federico Giuliani

30/11/2023

Javier Milei ha dichiarato di voler dollarizzare l’Argentina e orientare il Paese verso gli Usa. Ma Buenos Aires non può voltare le spalle alla Cina.

Tra il desiderio di dollari e la fame di yuan: quale futuro per l’Argentina?

Dollarizzazione dell’economia e cambio di rotta in politica estera. Javier Milei ha definito uno “shock” il piano da lui pensato per far decollare nuovamente l’Argentina, Paese afflitto da croniche crisi finanziarie e più volte finito in default negli ultimi anni. Le direttive, almeno in linea teorica e prese alla lettera, sono chiarissime: utilizzare il dollaro al posto del sofferente peso e, di pari passo, allinearsi agli Stati Uniti.

In attesa di capire se quelli sventolati da Milei siano semplici slogan elettorali o reali obiettivi, tutto questo significa che Buenos Aires rischia di allontanarsi dalla Cina, ovvero dal suo secondo partner commerciale dopo il Brasile.

I dati del 2022 sono utili per capire quanto l’asse economico con la Repubblica Popolare Cinese sia strategico per l’Argentina, visto che la nazione sudamericana ha importato da Pechino beni dal valore di circa 17,5 miliardi di dollari ed esportato in Oriente 8 miliardi di dollari di merce, comprese ingenti quantità di soia e carne.

La mossa di Milei

Diana Mondino, probabile ministro degli Esteri di Milei ha detto che il governo argentino negli ultimi due decenni ha condotto molti negoziati segreti con Paesi stranieri, non ultimo un accordo di scambio valutario da 18,4 miliardi di dollari con la Cina. Ebbene, Mondino ha definito “anormali” questi contratti e assicurato che il nuovo governo argentino cesserà tale pratica.

Il punto è che l’Argentina è sull’orlo del baratro economico e finanziario, con un’inflazione annualizzata del 142,7%, un peso deprezzato del 53,9% - e attestato a 356 pesos per dollaro - un deficit di bilancio del governo equivalente al 2,4% del prodotto interno lordo e un debito estero pari a 276,2 miliardi di dollari (il 44,9% del pil nominale nel 2022). A peggiorare una situazione di per sé critica, troviamo anche i circa 45 miliardi di dollari che Buenos Aires deve al Fondo Monetario Internazionale (Fmi).

Smarcarsi dalla Cina potrebbe quindi essere però rischioso. E per un motivo ben preciso. A metà del 2020, Argentina e Cina hanno firmato una linea di swap da 130 miliardi di yuan (18,2 miliardi di dollari), mentre quest’anno il Dragone ha concesso al partner latinoamericano un’ulteriore linea di swap di 70 miliardi di yuan-peso.

Secondo l’accordo, gli importatori argentini possono prendere in prestito yuan per pagare le merci cinesi importate e rimborsarli – in aggiunta agli interessi – sempre in yuan. Il gigante asiatico aveva sostanzialmente emesso una sorta di carta di credito con la quale l’Argentina aveva fin qui acquistato beni cinesi, mentre Buenos Aires poteva stampare denaro per acquistare valuta estera e saldare i suoi debiti. Fare a meno di questo, per Milei, vorrebbe dire avere un valido piano B. Che al momento risulta essere assente.

Un futuro da decidere

È lecito supporre che Milei non darà seguito a tutte le proposte elencate in campagna elettorale. Ed è anche altamente probabile che l’Argentina non chiuderà i rapporti con la Cina in maniera radicale. Una prova abbastanza evidente è arrivata dalle parole usate dal neo presidente argentino nei confronti di Xi, ringraziandolo per una lettera in cui il leader cinese si congratulava per i risultati ottenuti alle ultime, e attenuando i toni rispetto alle precedenti, dure critiche alla leadership del Dragone.

“Sono pronto a lavorare con il presidente eletto Milei per continuare l’amicizia Cina-Argentina, aiutare lo sviluppo e la rivitalizzazione dei nostri rispettivi Paesi attraverso una cooperazione vantaggiosa per tutti”, ha affermato Xi. “Ringrazio il presidente Xi Jinping per le congratulazioni e gli auguri”, ha risposto Milei.

C’è da capire quali saranno le intenzioni del leader argentino. Già, perché l’Argentina ha aderito alla Belt and Road Initiative cinese ed è stata invitata a prender parte al gruppo dei Brics. L’esatto opposto di quanto vorrebbe fare Milei.