Mentre i francesi di Vivendi minacciano di far saltare il banco e di aprire una battaglia a carte bollate sulla vendita di Tim forti del ruolo di primo azionista se non sarà convocata un’assemblea straordinaria, chi si prepara a scalare il gigante italiano delle telecomunicazioni è il fondo americano KKR. Al fianco del quale il governo italiano ha deciso di posizionarsi come junior partner destinato a non avere primazia gestionale nell’ingresso della nuova squadra di azionisti che vuole, per un valore stimato tra i 21 e i 23 miliardi di euro, scalare l’ex Telecom.
Il Dpcm firmato a fine agosto con cui il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti hanno messo in campo la strategia di dialogo con KKR per l’ingresso in Tim sceglie il fondo americano come principale partner per l’ingresso in Netco.
Una rete a stelle e strisce
Netco, la società creata ex novo a cui Telecom conferirà le sue reti di traffico dati e i cavi sottomarini della controllata Sparkle, terrà al suo interno la componente più pregiata dell’ex colosso pubblico. E con la manovra i due terzi circa del capitale di NetCo saranno assegnati al “gigante silenzioso” del private equity americano. KKR, ancora guidato nelle retrovie dai patriarchi Henry Kravis e George Roberts, co-fondatori a cui assieme al defunto Jerome Kohlberg è intitolato l’acronimo del fondo, ha in pancia asset per 400 miliardi di dollari su scala globale e in Italia maneggia già Magneti Marelli.
Non c’è governo di sovranisti o patrioti che tenga di fronte alla potenza di fuoco del fondo che mira, inoltre, a portare sotto il controllo a stelle e strisce la strategica rete di sistema di Tim. Ivi compresi, soprattutto, i cavi sottomarini che Sparkle realizza e gestisce ovunque. L’Italia e i cavi di Tim, eredi della storica rete della Stet, saranno centrali per connettere l’Italia, il Medio Oriente, il Golfo e l’India nel progetto Blue Rahman di connettività occidentale guidato da Google. E in Sicilia c’è un hub decisivo di crocevia transcontinentale e transoceanica per le telecomunicazioni su cui gli apparati e l’intelligence Usa hanno sempre messo gli occhi.
Sfidare la Cina
La partita decisiva, sui cavi, chiama alle grandi questioni della geopolitica e della finanza globale. Sparkle è una delle due grandi costruttrici di cavi in Italia. L’altra grande azienda in questo campo è Prysmian, partecipata da Pirelli e la cui gestione fa dunque riferimento ai cinesi di SinoChem.
Mettere le mani su Tim tramite KKR significa, per gli Usa, blindare un asset decisivo per le telecomunicazioni nella decisiva area a cavallo tra Europa, Mediterraneo, Medio Oriente e Africa. A scapito della francese Vivendi, peraltro, questo significherebbe aprire una breccia nel contesto del derby tra Washington e Parigi per la primazia finanziaria in Italia. Ergo nel bacino del Mediterraneo.
Nell’era della commistione tra geopolitica, finanza e sicurezza nazionale le tecnologie di comunicazione acquisiscono valenza sistemica. E non è un caso che a muoversi per consolidarne il controllo sia un gigante come KKR, ben ammanicato da tempo con gli apparati di sicurezza Usa.
Una vecchia conoscenza ai vertici di KKR
Tra i top manager e le figure di riferimento di KKR non ci si stupisce, con queste premesse, a vedere un nome di peso come quello del generale David Petraeus. Dal 2013 partner di KKR e presidente del KKR Global Institute, il think tank di consulenza geostrategica del gruppo, Petraeus è stato comandante sul campo ai tempi dell’invasione Usa dell’Iraq del 2003. In seguito ha ricoperto incarichi di primissimo piano venendovi nominato, in forma bipartisan, sia da George W. Bush che da Barak Obama: è stato comandante delle forze americane in Iraq (2007-2008) e Afghanistan (2010-2011) e direttore della Cia tra il 2011 e il 2012.
Il giornalista d’inchiesta Thierry Meyssan nel 2018 ha affermato che Petraeus e il KKR Global Institute avrebbero avuto appaltata dall’amministrazione di Donald Trump, che considerò nel 2016 Kravis come potenziale segretario al Tesoro, la gestione dell’operazione Timber Sycamore lanciata da Obama per rifornire di armi i ribelli siriani: “Il totale di queste operazioni rappresenta centinaia di tonnellate di armi e munizioni, forse anche migliaia, prevalentemente pagate dalle monarchie assolute del Golfo, con il pretesto di sostenere una «rivoluzione democratica»”, ha scritto Meyssan, le cui rivelazioni non sono mai state approfondite o confermate da altri fonti mediatiche e sulla cui veridicità pende dunque una legittima cautela legata alla necessità di trovare prove concrete.
Quale che sia la verità, KKR resta un’impresa finanziaria organica a un sistema trasversale, pubblico e privato, del capitalismo finanziario Usa che a colpi di sliding doors di vertici e consultazioni tra mondi consolida, anno dopo anno, un coordinamento di fatto tra le agende dei protagonisti americani del mercato e quelle degli apparati federali Usa. La forza americana è quella di saper agire in sistema: di fronte a una tale potenza di fuoco, Paesi come l’Italia accettano e si adeguano. Il golden power può valere per la Cina, meno per gli Stati Uniti: nella competizione geopolitica globale, per Paesi come l’Italia alcuni partner devono, necessariamente, essere più uguali degli altri.