Il risparmio privato dei cittadini è sempre stato l’asso nella manica europeo rispetto ai consumatori americani che poco mettono da parte.
L’attenzione generale, quando si tratta l’argomento delle modalità di coinvolgere il risparmio italiano nell’azione di governo europea e nazionale, si concentra sui timori di applicazione di una qualche patrimoniale, argomento terrorizzante che però calamita l’attenzione dei media che sul panico ci fanno pubblicità (“visualizzazioni degli articoli”, un tempo erano copie di giornale).
Ma l’intenzione non è quella, più volte richiamata dalla sinistra, di riequilibrare la distribuzione di ricchezza in presenza di redditi bassi con una qualche patrimoniale (l’ennesima tra quelle in vigore e quelle ipotizzate in passato), il cui introito dovrebbe essere impiegato nei servizi base dello stato sociale.
Mario Draghi è stato chiaro: «La discussione di oggi serve a sapere che cosa pensano i ministri delle Finanze e come si stanno preparando a finanziare queste necessità di investimento. Non penso solo a risorse pubbliche, ma anche ai risparmi privati».
Ursula von der Leyen è allineata: «L’Europa ha tutto ciò che le serve per prendere il comando nella corsa alla competitività. Questo mese, la Commissione presenterà l’Unione del risparmio e degli investimenti. Trasformeremo i risparmi privati in investimenti necessari. E lavoreremo con i nostri partner istituzionali per farli decollare».
Per farla breve: gli ingenti risparmi degli italiani, quelli sul conto corrente bancario o postale (la liquidità), dovrebbero confluire nel mercato dei capitali, di rischio/debito e quotato/non quotato e pubblico/privato, per finanziare gli investimenti delle imprese, quindi l’economia reale, che grazie al pil generato dalle aziende contribuisce a formare un ampio gettito fiscale e quindi maggiori entrate per lo stato, aumentando di riflesso il pil. Si tende al modello americano, dove i cittadini privati e gli istituzionali investono molto in capitale di rischio (azioni) delle società private quotate e non, lasciando poco in liquidità, erosa dall’inflazione.
La realtà però fa a botte con i fatti: in Italia, dal 2013, abbiamo introdotto la “tassa sulle transazioni finanziarie” (Tobin tax) che avrebbe dovuto risolvere e rimborsare tutti i danni causati dai cattivi speculatori che nel periodo 2010-2012 hanno attaccato l’Italia sui mercati finanziari con la logica dello spread per fare lauti guadagni, come ha fatto in passato Soros nel 1992, mettendo (falsamente) in pericolo la tenuta dei conti pubblici.
Tre grafici per smontare tale idiozia proposta con demagogia dai governanti dell’epoca.
1) I dati disponibili indicano che dal 2018 si assiste ad aumento delle società quotate in Italia da 363 unità a 447 unità del 2022, per poi scendere a 419 unità nel “2024”. La presenza straniera è anche in crescita ma residuale, nel range 9-17 unità, una minoranza. In termini percentuali il peso delle quotate italiane sul totale è sceso, perché molte grandi realtà domestiche hanno scelto la sede all’estero soprattutto per motivi fiscali, di costi e burocratici. Si tratta di una fuga silenziosa, ma ormai ben visibile e importante, di grandi realtà italiane che possono andare all’estero, al contrario delle piccole imprese quotate.
Trend società quotate in Italia
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2) La “tassa sulle transazioni finanziarie” (Tobin tax) nel 2024 ha portato nelle casse dello stato l’irrisoria cifra di 546 mln di euro rispetto ad una capitalizzazione di mercato di quasi 836…mld! Con questi numeri le entrate per lo stato sono state ridicole, sia in termini nominali che di aspettative, mentre la speculazione ha preso il sopravvento, con rischi presenti e importanti sul listino principale, che potrebbe vedere alta volatilità come in questi giorni di incertezza da dazi.
Borsa italiana: capitalizzazione e Tobin tax
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3) La fuga di investitori esteri dalle azioni italiane e dalla quotazione in Italia è confermata dall’alto “turnover velocity” e dal peso della capitalizzazione delle società italiane rispetto a tutte le società quotate: un crollo parallelo! La turnover velocity indica il rapporto tra il volume scambiato (sempre nel periodo utilizzato come riferimento) e il numero di azioni totali, e ha il vantaggio di non essere influenzato dalle escursioni del prezzo (volatilità) né dal livello dei prezzi unitari. L’illiquidità (maggiori rischi) è palesemente cresciuta dall’introduzione della Tobin tax e di pari passo si è affievolito il peso della capitalizzazione delle società italiane quotate su tutte le società, a seguito della fuga delle grandi società domestiche che hanno preferito la quotazione estera (o doppia quotazione) per benefici fiscali, ma non solo.
Tobin tax: mercato illiquido e fuga delle società italiane
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Cosa rimane oggi di quella assurda, demagogica e surreale battaglia sulla Tobin tax che ha consacrato alcuni politici nel ruolo di “Robin Hood” all’inseguimento di una utopica redistribuzione dei redditi dei super ricchi speculatori a favore del popolo e dei più deboli? In finanza è fondamentale essere pragmatici, capendo quali conseguenze hanno le azioni, nel caso in questione si è registrata la fuga di investitori esteri dal mercato domestico (oggi meno liquido e più rischioso), la fuga di aziende italiane all’estero (meno tasse pagate), la fuga di risparmi italiani all’estero per investire tramite i colossi del risparmio gestito americani (finanziare investimenti esteri), lasciando lo stato con un pugno di mosche in cassa!