Lo scorporo della rete di TIM ha segnato un punto di non ritorno nel riassetto delle telecomunicazioni italiane.
La rete è ancora divisa in due grandi tronconi: da una parte c’è Fiber Cop, che aveva acquisito la rete di TIM e quella di altri operatori come Fastweb; e dall’altra c’è Open Fiber, che sta operando prevalentemente per conto di Infratel, la società pubblica responsabile della realizzazione delle reti ad alta velocità nelle aree a fallimento di mercato, rinunciando dopo l’uscita di scena di Enel ad essere un competitor di TIM.
La prospettiva, di cui si parla da tempo, è quella di una fusione: c’è di mezzo una questione di soldi, per evitare forti perdite da parte di CDP e del suo socio rispetto alle valutazioni precedenti.
E’ finita cosí la parabola dell’ex-monopolista Telecom Italia, prima ancora SIP, un operatore integrato verticalmente designato come Incumbent, ed in quanto tale obbligato a garantire l’accesso alla propria rete a parità di condizioni (Equal Acces) da parte tutti i concorrenti, secondo gli obblighi europei. Un accesso a costi storici, che solo troppo tardi sono stati rivisti dopo averne spolpato il patrimonio.
Questa ultima soluzione è stata un ibrido rispetto all’iniziale impostazione iniziale, basata sulla “Open Network Provision” che prevedeva l’obbligo per il monopolista di adeguare la rete offrendola ai concorrenti sulla base di una prospettiva di LRIN (Long Run Incremental Network) tenendo conto del fabbisogno complessivo, ed alla insostenibile Full Competiton tra reti mobili.
Alla fine, anche le reti mobili di accesso sono state unificate sotto un solo operatore, attraverso Tower Co.
Sul versante dei servizi, è fallita anche la prospettiva di creare aggregazioni a livello europeo: a questo si doveva la presenza in Telecom Italia di operatori stranieri, prima di Telefonica ed ora di Vivendi. Non si va oltre le sinergie sul piano manageriale e del know-how tecnologico, come quelle sperimentate da Telecom Italia con TIM Brasile. O da Iliad che parte da un enorme successo come operatore virtuale in Francia, per poi trasferire la propria esperienza tecnologica e commerciale in Italia.
C’è dunque la tendenza ad aggregazioni sul piano dei servizi, ma a livello nazionale: prima quelle già realizzate tra Wind e 3, e poi tra Vodafone e Fastweb. Ora c’è l’interesse di Iliad e di Poste Italiane nei confronti di TIM dopo lo scorporo della rete: lo sviluppo di servizi innovativi, in cloud, non solo richiede grandi investimenti ma soprattutto una grande base di clienti cui offrirla. Non è un caso che solo il gigantismo globale di Google o di Microsoft consente lo sviluppo di nuovi servizi.
In un mercato saturo, con la prospettiva di aumentare la clientela solo a costo di abbattere le tariffe a livelli insostenibili per il conto economico, l’unico rimedio sono le aggregazioni che consentono di tagliare i costi di struttura per via delle inevitabili sovrapposizioni.
Nel settore delle telecomunicazioni, la prospettiva è dunque quella di tornare ad un monopolio per la rete e di arrivare ad un oligopolio nei servizi, con un inevitabile cartello sui prezzi.
Dalla completa apertura del settore delle telecomunicazioni europee, a far data dal 1° gennaio 1998, sono passati 25 anni: esattamente un quarto di secolo.
Ma, dell’euforia di allora, è rimasto poco e niente.