Con la crescita dell’intelligenza artificiale sta aumentando anche la domanda di terre rare, fondamentali per l’infrastruttura che alimenta i grandi modelli linguistici.
Quando parliamo di intelligenza artificiale, siamo abituati a vedere soprattutto il lato pratico di questa straordinaria tecnologia che sta rivoluzionando il mondo. Spesso, però, ignoriamo tutto quello che c’è dietro: l’infrastruttura necessaria per farla funzionare in modo efficiente e continuo.
La corsa globale all’intelligenza artificiale sta infatti provocando anche un forte aumento della domanda di tutte quelle materie prime indispensabili per costruire le infrastrutture su cui si basa il funzionamento dell’AI. Tra queste troviamo, per esempio, le terre rare: 17 elementi chimici fondamentali per realizzare magneti, motori elettrici ad alte prestazioni, sistemi di difesa e infrastrutture digitali che alimentano i grandi modelli linguistici.
Un mercato dominato dalla Cina
Il mercato delle terre rare è esploso negli ultimi anni, con una crescita della domanda senza precedenti. Chi controlla questo settore ha in mano una leva geopolitica enorme. Il 60% della produzione globale di terre rare è detenuto dalla Cina, che grazie alla fase di raffinazione gestisce una quota superiore al 90%. Vent’anni fa questa quota era intorno al 50%: un consolidamento progressivo, deliberato e difficilmente reversibile nel breve periodo.
Le conseguenze si sono viste nel 2025, quando i controlli alle esportazioni introdotti da Pechino hanno costretto alcuni produttori occidentali a ridurre la produzione per mancanza di materie prime. Lo scorso giugno la Cina ha introdotto anche nuove restrizioni nei confronti delle aziende statunitensi, come risposta diretta all’inserimento di oltre 80 società cinesi nella lista del Pentagono delle aziende considerate legate all’apparato militare.
La domanda di terre rare è raddoppiata dal 2015 e si prevede, entro il 2030, una nuova crescita di un altro 30%. Il motore trainante è proprio l’intelligenza artificiale, perché data center, chip e grandi modelli linguistici consumano enormi quantità di energia e richiedono infrastrutture sempre più complesse e intense in termini di materiali: rame per le reti elettriche, terre rare per sistemi di raffreddamento e magneti, acciaio e alluminio per le strutture.
Servono delle alternative
Secondo l’IEA, i progetti fuori dalla Cina coprono solo la metà del fabbisogno minerario previsto entro il 2035, un quarto della raffinazione e meno di un quinto della domanda di magneti. Per colmare il gap servirebbero circa 60 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Costruire una filiera alternativa è possibile, ma richiede tempo. E non basta estrarre: servono anche separazione, lavorazione delle leghe, produzione di magneti e riciclo. Tutte fasi in cui la Cina domina ancora senza rivali credibili all’orizzonte.
Qualcosa si muove anche in Italia. A Ceccano, in provincia di Frosinone, è nato uno dei primi impianti europei per il recupero delle terre rare dai rifiuti elettronici.
In questo scenario, le terre rare rappresentano un’opportunità per gli investitori, ma con rischi significativi: volatilità dei prezzi, dipendenza ancora forte da Pechino e difficoltà tecniche nel passaggio dalla fase pilota a quella commerciale.