Le azioni STM erano crollate negli scorsi anni, poi all’improvviso nell’arco di qualche settimana hanno recuperato veramente con spike assurde. Stellantis invece è sotto i massimi del 2024 di una bella cifra. E non sembra voler ripartire.
Eppure la storia di STM ci insegna che quando riparte è troppo tardi e in poco si colmano le aspettative di prezzo.
Perché nella storia dei mercati, i crolli più devastanti potrebbero generare i rimbalzi più esplosivi. La parabola di STMicroelectronics ne sarebbe la dimostrazione perfetta: un titolo dato per morto che in poche settimane avrebbe recuperato terreno con spike assurdi, lasciando a bocca asciutta chi aveva venduto nel panico.
Oggi Stellantis si troverebbe esattamente dove era STM prima della svolta: sotto i massimi del 2024 di una cifra imbarazzante, in un canale laterale che sembrerebbe non voler ripartire. La domanda che brucia sarebbe una sola: può Stellantis replicare il miracolo di STM? Per rispondere, dovremmo capire cosa è successo.
Il crollo di STM
Tra marzo 2023 e ottobre 2024, STMicroelectronics avrebbe vissuto un crollo devastante che ha lasciato molti risparmiatori in una situazione difficile.
Ma il vero dramma non sarebbe stato tanto il crollo in sé, quanto il modo in cui è avvenuto: a rate, con revisioni delle stime che avrebbero fatto saltare i nervi agli investitori trimestre dopo trimestre.
Poi qualcosa sarebbe cambiato. STMicroelectronics avrebbe messo a segno una crescita del 128,68% in un anno. Un recupero che avrebbe del miracoloso. Il titolo avrebbe registrato un recupero straordinario nelle ultime quattro settimane.
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Cosa avrebbe innescato questo rally? Tre fattori chiave.
- Primo, il ritorno alla crescita anno su anno nei ricavi del quarto trimestre 2025, dopo trimestri in territorio negativo.
- Secondo, il completamento a febbraio 2026 dell’acquisizione del business MEMS di NXP Semiconductors, che avrebbe espanso le capacità globali di STMicroelectronics nei sensori per automotive e industriale.
- Terzo, il miglioramento delle previsioni degli analisti: per il 2026 si stimerebbe una crescita dell’utile per azione di oltre il 120% rispetto al disastro del 2025.
Il crollo di Stellantis
Stellantis starebbe vivendo un incubo simile, ma su scala ancora più drammatica. Dai massimi di marzo 2024, il gruppo avrebbe perso circa il 75% del proprio valore. A febbraio 2026, il titolo sarebbe precipitato dopo che la società ha annunciato €22,2 miliardi di oneri straordinari, concentrati nel secondo semestre 2025. In una sola giornata sarebbero stati bruciati €5,9 miliardi di capitalizzazione.
Il gruppo avrebbe chiuso il 2024 con ricavi netti pari a €156,9 miliardi, in calo del 17% rispetto al 2023, con consegne consolidate in diminuzione del 12%. L’utile netto sarebbe affondato del 70% a €5,5 miliardi, e il margine operativo rettificato sarebbe precipitato al 5,5%, in netto calo rispetto al 12,8% del 2023.
Stellantis non ripartirebbe per tre motivi.
- Primo, la transizione elettrica sarebbe stata gestita male: troppa fretta, troppi investimenti su piattaforme che il mercato ancora non vorrebbe, gamma tradizionale trascurata.
- Secondo, i dazi USA, alzati dal 2,5% al 27,5% dal 3 aprile 2025 e poi ridotti al 15% dopo un accordo USA-UE nell’agosto 2025, avrebbero avuto un impatto stimato di €1,3 miliardi per il 2026.
- Terzo, la concorrenza cinese: i marchi cinesi avrebbero raddoppiato la quota nel mercato europeo, raggiungendo circa l’8%.
Eppure, come insegnerebbe la storia di STM, quando le aspettative sono azzerate, basterebbe poco per innescare il rally. E Stellantis avrebbe appena messo sul tavolo i catalizzatori giusti. Il 21 maggio 2026, il gruppo ha presentato FaSTLAne 2030, il nuovo piano strategico da €60 miliardi con cui punterebbe ad accelerare crescita e redditività nei prossimi cinque anni.
Il piano sarebbe ambizioso ma concreto. Stellantis prevederebbe di investire un totale di €60 miliardi entro il 2030, lanciando 60 nuovi modelli e aggiornando altri 50 prodotti già esistenti, con una riduzione dei costi annuali di €6 miliardi entro il 2028.
Soprattutto, la società avrebbe abbandonato l’ossessione per l’elettrico puro: tra i 60 nuovi modelli, 29 sarebbero elettrici, 15 plug-in hybrid o a autonomia estesa, 24 hybrid e 39 con motorizzazioni tradizionali o mild hybrid. Multi-energia, non mono-mania.
La lezione da ricordare
Cosa ci insegnerebbe la storia di STM? Che quando un titolo viene dato per morto, ma l’azienda dimostra di saper reagire con azioni concrete (tagli ai costi, acquisizioni strategiche, previsioni credibili) il mercato potrebbe perdonare. E quando perdona, potrebbe farlo con violenza.
STM avrebbe recuperato il 128% in un anno. Non perché il settore dei semiconduttori sarebbe tornato in bolla, ma perché la società avrebbe fatto quello che doveva fare: smettere di promettere e iniziare a consegnare.
Stellantis potrebbe trovarsi in una posizione simile? Il piano FaSTLAne 2030 sarebbe il primo segnale concreto che la società ha compreso i propri errori. Ma c’è una differenza cruciale: STM aveva un settore che stava già invertendo, Stellantis deve ancora dimostrare che il nuovo corso funzionerà.
Il rischio è evidente. Non c’è garanzia che il mercato perdoni come ha fatto con STM. Non c’è certezza che i 60 nuovi modelli arriveranno in tempo. Non c’è sicurezza che la concorrenza cinese rallenterà.
Ma se Stellantis dovesse davvero consegnare quello che promette, il potenziale di recupero potrebbe essere esplosivo. Perché quando un titolo perde il 75% e le aspettative sono sotto terra, basterebbe anche solo un accenno di normalizzazione per innescare un rally violento.