Stablecoin tra mito e realtà: rivoluzione nei pagamenti o promessa mancata?

Redazione Crypto

22 Luglio 2025 - 06:54

Le stablecoin promettono pagamenti istantanei e globali, ma restano confinate al mondo cripto. Quali sono i limiti strutturali che frenano una vera rivoluzione? Un’analisi approfondita.

Stablecoin tra mito e realtà: rivoluzione nei pagamenti o promessa mancata?

Nel panorama delle tecnologie finanziarie emergenti, le stablecoin occupano un posto centrale nella narrativa sull’evoluzione dei pagamenti globali. Nate con l’intento di combinare la stabilità delle valute fiat con l’efficienza delle reti blockchain, queste valute digitali ancorate – tipicamente al dollaro statunitense – dovrebbero offrire trasferimenti transfrontalieri in tempo reale, costi drasticamente ridotti e trasparenza assoluta. Ma, a oltre dieci anni dalla loro introduzione, i progressi concreti al di fuori del perimetro del crypto trading sono stati modesti.

In teoria, le stablecoin rappresentano una vera innovazione. Possono funzionare come mezzo di pagamento per abbonamenti, assicurazioni, microtransazioni e servizi digitali grazie all’uso degli smart contract, che automatizzano e garantiscono l’esecuzione degli accordi. Inoltre, l’interoperabilità tra confini, la disintermediazione bancaria e la possibilità di agire in tempo reale su una rete trasparente e pubblica sono vantaggi significativi.

In pratica, però, la domanda reale per le stablecoin continua a essere dominata dal mercato cripto: secondo JPMorgan, circa l’88% del loro utilizzo è interno all’ecosistema delle criptovalute. Al di fuori di questo ambito, la diffusione è minima, ostacolata da problemi strutturali, regolamentari e tecnologici.

Le proiezioni degli operatori finanziari divergono sensibilmente. Se Goldman Sachs immagina un’espansione del mercato da $240 miliardi a oltre $1.000 miliardi in pochi anni, JPMorgan invita alla prudenza: lo scenario più realistico, secondo gli analisti del gruppo guidato da Nikolaos Panigirtzoglou, è una crescita moderata fino a \$500 miliardi entro il 2028.

Il motivo? Le stablecoin, essendo asset a rendimento zero, risultano poco appetibili in un contesto inflazionistico, dove il potere d’acquisto si erode progressivamente. Inoltre, senza un ecosistema stabile e regolato, la fiducia degli operatori istituzionali resta bassa.

Uno dei principali ostacoli all’adozione diffusa è il cosiddetto *on/off ramp*: anche nei pagamenti digitali, l’ingresso e l’uscita dal sistema stablecoin richiedono l’uso di valute fiat tradizionali, introducendo costi, tempi e complessità che minano la promessa di efficienza. A questo si aggiungono le infrastrutture immature, che impediscono una reale competizione con i sistemi di pagamento esistenti.

Negli ultimi anni, infatti, il mondo fintech ha compiuto passi da gigante: negli Stati Uniti e in Europa sono emerse soluzioni di pagamento istantaneo che riducono i tempi di settlement a pochi secondi. In molti casi, l’uso delle stablecoin risulta persino più macchinoso.

Anche volendo adottare una visione ottimista e ipotizzando un aumento di dieci volte nell’uso delle stablecoin per i pagamenti nei prossimi anni, si arriverebbe a un’espansione di appena \$150 miliardi, cifra che difficilmente giustifica le aspettative dirompenti.

Molti sostenitori delle stablecoin citano l’esempio del successo dell’e-CNY, lo yuan digitale lanciato dalla Banca Popolare Cinese. A fine 2022, la capitalizzazione era di RMB 13,6 miliardi; oggi ha superato i RMB 300 miliardi. Tuttavia, il paragone è fuorviante.

L’e-CNY è una central bank digital currency (CBDC): è un’obbligazione diretta della banca centrale, progettata per sostituire fisicamente parte del contante in circolazione. Non opera su una blockchain decentralizzata, ma su una rete controllata, in concorrenza diretta con colossi dei pagamenti digitali come Alipay e WeChat Pay.

Al contrario, le stablecoin sono passività del settore privato, spesso emesse da società che detengono riserve collaterali in titoli di stato o depositi bancari. Non sono garantite da una banca centrale, non offrono rendimenti e la loro trasparenza operativa varia a seconda dell’emittente.

Secondo JPMorgan, la vera rivoluzione nei pagamenti non è avvenuta nella blockchain, ma nei circuiti finanziari tradizionali. In Cina, Alipay e WeChat Pay gestiscono centinaia di miliardi di dollari ogni anno, basandosi su un modello di denaro elettronico garantito da fondi di riserva detenuti presso la banca centrale. L’efficienza, la capillarità e l’affidabilità di questi sistemi hanno reso inutile una transizione verso le blockchain pubbliche.

L’espansione di questi strumenti è la prova che, quando la fiducia è garantita da entità solide e regolamentate, l’adozione può essere rapida e massiccia. Le stablecoin, pur con vantaggi teorici, non offrono oggi lo stesso grado di garanzia, controllo e interoperabilità con il sistema bancario esistente.

Tuttavia, è presto per scrivere la parola “fine”. Iniziative come il Circle Payments Network, lanciato a maggio per facilitare pagamenti internazionali in tempo reale, mostrano che l’industria sta cercando di colmare il gap con i sistemi tradizionali. Allo stesso modo, Circle sta collaborando con ICE per testare l’uso delle stablecoin come collaterale nelle operazioni di trading. Se queste iniziative avranno successo, potrebbero aprire nuove strade, anche se i volumi attuali sono ancora trascurabili rispetto ai mercati finanziari tradizionali.

Le stablecoin hanno sicuramente un potenziale dirompente, ma la loro adozione è ancora ostacolata da barriere tecniche, normative e di fiducia. Il paragone con i sistemi già esistenti – dalle CBDC alle piattaforme fintech – mette in luce il ritardo accumulato.

Più che una rivoluzione imminente, le stablecoin potrebbero rappresentare un’evoluzione lenta e settoriale, destinata a rimanere a lungo un “token gesture” più che un motore di trasformazione dei pagamenti globali.
Come sempre, nel mondo della finanza e della tecnologia, l’unica certezza è che il futuro raramente segue il copione previsto.