Il 2025 ci consegna un pianeta attraversato da fratture profonde: guerre regionali che si allargano, autocrazie che cercano di consolidare il potere sia internamente che nella geopolitica internazionale, tensioni tra blocchi che si dividono mercati e regole. In questo scenario instabile, cresce un’altra frontiera di competizione globale: la supremazia valutaria.
Ancora più inquietante è il fatto che a duellare non siano solo banche centrali e governi, ma anche attori privati con agende proprie. E’ sempre lui il principale protagonista “parallelo”, Donald Trump, con la sua stablecoin personale: un’iniziativa che intreccia politica, identità ideologica e finanza. Ma anche la sua famiglia si sta dando da fare: la World Liberty Financial USD (USD1) si colloca tra le prime 10 stablecoin per capitalizzazione (oltre 2,16 miliardi di USD). In un mondo diviso ed in guerra quali sono i rischi connessi a questa frenetica competizione?
Una doverosa puntualizzazione
In premessa è fondamentale fare chiarezza tra stablecoin e valute digitali delle banche centrali (CBDC), perché pur se sono comunemente assimilate operano su logiche diverse. Le stablecoin sono monete digitali emesse da soggetti privati — aziende fintech, imprenditori o persino figure politiche — e la loro stabilità dipende da riserve in valute fiat o asset collaterali. Non hanno corso legale, e la loro solidità è legata alla fiducia nell’emittente e alla trasparenza delle riserve. Le valute digitali, invece, sono emesse dalla banca centrale e rappresentano moneta legale; la loro stabilità è garantita dalla politica monetaria ufficiale. Le CBDC mirano a modernizzare i sistemi di pagamento, aumentare l’efficienza e rafforzare il controllo statale sui flussi monetari. Questa distinzione è cruciale: mentre le stablecoin introducono dinamiche di mercato, concorrenza privata e rischi sistemici, le valute digitali statali rappresentano strumenti di sovranità e potere geopolitico. Capire la differenza è il primo passo per comprendere perché la corsa globale alle monete digitali non è solo un fenomeno finanziario, ma un vero e proprio terreno di confronto e conflitto internazionale.
La posta in gioco per le Nazioni ed i privati
Il nodo cruciale è rappresentato dal fatto che le stablecoin in molti paesi si candidano ad essere l’alternativa delle valute digitali come strumento di pagamento, diventando lo strumento politico ed economico privilegiato per difendere e ampliare le aree di influenza delle grandi potenze. Con la differenza che, pur avendo un ruolo strategico pubblico, sono gestite da soggetti privati.
In termini più generali chi controlla la moneta controlla il potere, la sintesi della contesa è questa. Per gli Stati, emettere valute digitali o regolamentare stablecoin significa difendere la sovranità monetaria ma anche avere un ruolo determinante nello scacchiere mondiale. Gli Stati Uniti, attraverso il dollaro digitale e le stablecoin emesse da colossi come Circle o PayPal, puntano a blindare il ruolo del dollaro come valuta di riferimento anche nell’era blockchain. La Cina risponde con lo yuan digitale: l’obiettivo è affermare un’alternativa al dollaro e guadagnare terreno nei mercati emergenti. L’Europa, divisa, cerca di frenare l’invasione dei “dollari digitali” discutendo di euro digitale, senza però un fronte compatto.
Per i gruppi privati possedere una stablecoin di successo significa diventare una banca centrale privata. Gli imprenditori sanno che la moneta è il collante dei mercati e che chi emette una valuta digitale può trattenere enormi masse di capitali, raccogliere commissioni su ogni transazione e, soprattutto, costruire un impero di dati e influenza. È il caso di PayPal con la sua PYUSD, di Binance che spinge per trovare stablecoin-partner su scala globale.
Questa competizione non è nuova nella storia: ricorda da vicino le guerre valutarie del Novecento, quando le nazioni svalutavano le proprie monete per guadagnare vantaggi commerciali, destabilizzando interi sistemi economici. Allo stesso modo oggi, chi emette stablecoin gioca una partita che non riguarda solo il mercato, ma il posizionamento nello scacchiere globale. È una nuova forma di conflitto, meno visibile dei carri armati, ma capace di determinare chi comanda e chi obbedisce.
E qui il parallelismo con l’Europa diventa inevitabile: mentre i governi europei accelerano la corsa al riarmo militare per fronteggiare la minaccia russa e difendere i confini orientali, la finanza digitale corre parallela in un riarmo meno tangibile ma altrettanto pericoloso. Così come il riarmo tradizionale moltiplica tensioni e rischi di escalation, la proliferazione incontrollata di stablecoin — tra Stati e privati, tra valute pubbliche e monete “politiche” personali — rischia di trasformarsi in un altro detonatore di caos. Due corse parallele, quella agli armamenti e quella alle monete digitali, che potrebbero ridisegnare l’ordine mondiale in senso ancora più instabile e conflittuale.
Creazione, diffusione e regolamentazione delle valute digitali nel mondo
Negli Stati Uniti sono le stablecoin a fare da padrone. Il mercato è dominato da emittenti privati come Tether (USDT) e Circle (USDC), integrate in sistemi di pagamento globali come PayPal, Stripe e Visa. La regolamentazione federale è in evoluzione: il GENIUS Act introduce requisiti di riserva, licenze per gli emittenti e controlli anti-riciclaggio, cercando di bilanciare innovazione e stabilità.
In Cina, la strategia è completamente statale. Lo yuan digitale (e-CNY) è controllato dalla banca centrale. Non sono autorizzate stablecoin private, ma le autorità cinesi stanno valutando di permetterne l’emissione (sullo yuan) al fine di far aumentare l’adozione internazionale della moneta cinese per ampliarne l’influenza economica.
In Asia (Giappone, Singapore, Hong Kong) il mercato delle stablecoin è in piena espansione. Il Giappone permette emissioni regolamentate attraverso licenze specifiche per stablecoin collateralizzate. Singapore promuove fintech e DeFi regolamentate, attirando startup e investimenti globali, mentre Hong Kong testa framework avanzati per integrarli nei pagamenti retail e cross-border. La diffusione è mista: stablecoin private regolamentate convivono con progetti statali, creando un ecosistema dinamico ma controllato.
In Europa, la Banca Centrale Europea (BCE) sta sviluppando l’euro digitale (CBDC) con l’obiettivo di affiancare il contante e garantire che, anche in un mondo digitale, i cittadini possano disporre di moneta legale garantita dallo Stato. La fase di progettazione è iniziata nel 2023 e punta al varo finale entro il 2026. Il regolamento MiCA ha cercato di dare una disciplina anche all’uso di stablecoin. I Paesi dell’eurozona cercano di proteggere l’euro digitale, mentre quelli fuori dall’euro (ad es. Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca) affrontano il paradosso di una crescente adozione di stablecoin in dollari da parte dei cittadini, rischiando erosione della sovranità monetaria. Altra notazione rilevante è che la Gran Bretagna sta lavorando ad un progetto di sterlina digitale.
I rischi della rivoluzione digitale in un contesto di guerra
Le trasformazioni digitali che stanno caratterizzando anche l’ambito valutario possono introdurre nuove tensioni e conflitti in un mondo già devastato da guerre cruente e devastazioni. Alcuni dei fattori di rischio sono già noti nell’ambito finanziario:
• Effetto panico o “run”: le stablecoin si basano sulla fiducia del valore del “sottostante” e della relativa disponibilità. Se per qualsiasi ragione (crisi bancaria, dubbi sulla solidità delle riserve, attacchi speculativi, problemi di trasparenza), questa fiducia vacilla, gli investitori iniziano a riscattare in massa i loro token per convertirli in valute “sicure”. (TerraUSD nel 2022 ha perso l’ancoraggio al dollaro e in pochi giorni si è praticamente azzerata, bruciando oltre 40 miliardi di dollari; per USDC nel marzo 2023, quando fallì la Silicon Valley Bank, emerse che parte delle sue riserve era depositata proprio lì. La paura di non rivedere quei fondi portò a un “de-peg”. L’intervento delle autorità americane ristabilì la parità, ma l’episodio mostrò quanto sia sottile la linea di fiducia.)
• Riserve opache e concentrazione di mercato: Tether domina il settore, ma la trasparenza delle sue riserve resta controversa. Un incidente su un singolo emittente potrebbe avere effetti domino su scala globale.
• Rischio geopolitico: in un mondo governato sempre più da autocrazie, le stablecoin possono diventare strumenti per aggirare sanzioni, finanziare attività illecite o proiettare soft power oltre i confini nazionali.
• Rischio di currency substitution: nei Paesi emergenti, l’uso massiccio di dollari digitali erode la sovranità monetaria e accresce la dipendenza da potenze esterne.
Ma anche le valute digitali emesse dalle banche centrali (CBDC), pur presentate come alternative più sicure, non sono prive di rischi. La loro introduzione accentua la centralizzazione del potere monetario, consentendo a governi e autorità di esercitare un controllo senza precedenti sulle transazioni dei cittadini. In contesti autoritari, ciò può tradursi in strumenti di sorveglianza e repressione politica; in democrazie fragili, in nuove forme di instabilità istituzionale. Inoltre, la competizione tra CBDC di aree economiche rivali – dollaro digitale, yuan digitale, euro digitale – rischia di trasformare le valute virtuali in armi geopolitiche, capaci di spostare equilibri di potere globale e innescare nuove guerre valutarie.
Quando l’innovazione è più veloce del suo controllo
La corsa all’innovazione si gioca più velocemente della capacità di governarla. Se in un mondo in guerra e diviso, le stablecoin diventassero lo strumento per trasferire ricchezza, aggirare sanzioni, destabilizzare valute locali o costruire potere politico personale, allora la loro promessa di stabilità si trasformerebbe in un catalizzatore di caos. E questa volta, la miccia non sarebbe in un deposito di armi, ma nei conti digitali di milioni di persone.